Canto trentacinquesimo, Tonino Guerra

Roberto Ferri (1978, Taranto) , Perpetua

Allora si alzerà Adamo e a testa alta
andrà sotto quella Luce Grande
per dire che il miele che ci ha dato
era in cima a una spada.

T. Guerra

 

Acqua, fuoco e poi la cenere
e le ossa dentro la cenere,
l’aria trema attorno alla Terra.
Dove sono le foglie verdi, l’erba, i piselli
col dito delle donne che li staccava dalla buccia?
Dove sono le rose e la chitarra, i cani e i gatti,
i sassi e le siepi di confine,
le bocche che cantavano, i calendari, i fiumi,
e le tette piene di latte? Dove sono le favole
se le candele spente non fanno più lume?
Dov’è il Tempo con tutti i giorni della settimana,
le ore e i secondi che battono?
Il Sole gira e si muovono le ombre
della roba che sta ferma.
E io dove sono? Dov’è il tale?
Venezia che si è affogata
è un mucchio di ossa bianche sotto il mare.
Ma verrà il giorno che dalla porta del cielo
cadrà giù una voce dentro la polvere.
Comanderà che venga fuori l’uomo
che ha inventato tutto quanto:
la ruota, gli orologi, i numeri,
e le bandiere per le strade.
Allora si alzerà Adamo e a testa alta
andrà sotto quella Luce Grande
per dire che il miele che ci ha dato
era in cima a una spada.

Tonino Guerra, da Il miele (1981)

 

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Cantéda trentazóinch

 

Aqua, fugh e pu la zèndra
e agli òsi dróinta la zèndra,
l’aria la tréma datónda ma la Tèra.
Duv’èl al fòi vàirdi, l’érba, i bsaréll
Se dàid dal dòni ch’ù i stachéva da la bózza?
Duv’èl al rósi e la chitàra, i chèn e i gat,
i sas e al sivi di cunfóin,
al bòcchi ch’al cantéva, i calendèri, i fiómm
e al tètti pini d’lat? Duv’èl al fóli
s’u i è al candàili smórti c’li n fa lómm?
Duv’èl e’ Témp sa tótt i dè dla stmèna,
agli òuri e i sgond chi bat?
E Sòul e’ zóira e u s móv agli òmbri
dla ròba ch’ la sta férma.
E mè du sòi? Duv’èl e’ tèl?
Venezia ch’ la s’è afughéda
l’è un mócc ad òsi biènchi sòtta e’ mèr.
Mo e’ vén e’ dè che da la pórta de zil
e’ casca zò una vòusa dróinta la pòrbia.
La cmanda che vénga fura l’òm
che l’à inventè la ròba d’ógni sòrta:
la ròda, i arlòzz, i nòmar
e al bandìri par la strèda.
Alòura u s’èlza Adamo e a tèsta èlta
e’ va sòtta ch’la Luce Granda
par dòi che e’ mel ch’ u s’éva dè
l’èra in zóima a una spèda.

Tonino Guerra, da E’ Mel (1981)

 

 

 

E intanto era aprile, P.P. Pasolini

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E basti tu, col tuo profumo, oscuro,
caduco rampicante, a farmi puro
di storia come un verme, come un monaco…

P.P. Pasolini

 

… e intanto era aprile,
e il glicine era qui, a rifiorire.

Prepotente, feroce
rinasci, e di colpo, in una notte, copri
un’intera parete appena alzata, il muro
principesco di un ocra
screpolato al nuovo sole che lo cuoce …
E basti tu, col tuo profumo, oscuro,
caduco rampicante, a farmi puro
di storia come un verme, come un monaco:
e non lo voglio, mi rivolto – arido
nella mia nuova rabbia,
a puntellare lo scrostato intonaco
del mio nuovo edificio.

Tu che brutale ritorni,
non ringiovanito, ma addirittura rinato,
furia della natura, dolcissima,
mi stronchi uomo già stroncato
da una serie di miserabili giorni,
ti sporgi sopra i miei riaperti abissi,
profumi vergine sul mio eclissi,
antica sensualità

Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo (Garzanti, 1961)

[Foto: P.P. Pasolini]

Istante, Carlos de Oliveira

 

solo per un momento,
questo equilibrio
così vicino alla bellezza

Carlos de Oliveira

[A quei rari istanti di eterna bellezza… ]

 

Questa colonna
di sillabe più ferme,
questa fiamma
al vertice delle dune
folgorante
solo per un momento,
questo equilibrio
così vicino alla bellezza,
questa poesia
anteriore
al vento.

 

Carlos de Oliveira, L’ostinato rigore

 

[Foto: Scott E. Bartner]

Rotonda terra, Carlo Betocchi

Endre Penovác

 

Rotonda terra; scena che si ripete,
in te, del saluto serale: consuetudine
mia planetaria, con te e i tuoi tramonti:
trasalimento, di tegola in tegola,
del mio vivere che se ne va col tuo
trapassare, lume diurno, lento,
sul tetto davanti casa; e mio formarsi,
intanto, un petto come di colomba;
e metter piume amorose per la notte
che viene; ravvolgermi unitario
con essa: pigolìo interiore; perdita
dell’umano: divenir mio universale.

 

Carlo Betocchi, in Poesie del sabato (Mondadori, 1980)

 

[Foto: Endre Penovác]

La terra dei ricordi, Giovanna Rosadini

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Non lasciare deserta la terra dei ricordi
dentro quel buio fermentato di nostalgia
si accendono bagliori di compiutezza

G. Rosadini

 

Non lasciare deserta la terra dei ricordi
dentro quel buio fermentato di nostalgia
si accendono bagliori di compiutezza
come quando, nel perfetto silenzio dei monti,
la neve scricchiolava sotto i piedi
o in acqua, al largo di un intenso blu
estivo, nuotavi intorno alla barca con i tuoi,
o il giorno che lei è arrivata, nella stanza
della clinica colorata dal tramonto,
in quattro ci siamo sentiti completi.
Sei stata felice, e non lo sapevi

Giovanna Rosadini, inedito

Chino sulle sere, Pablo Neruda

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Solo conservi tenebre, donna distante e mia

P. Neruda

 

Chino sulle sere getto le mie tristi reti
ai tuoi occhi oceanici.

Lì si distende e arde nella più alta fiamma
la mia solitudine che muove le braccia come un
naufrago.

Faccio rossi segnali sui tuoi occhi assenti
che ondeggiano come il mare sulla riva di un faro.

Solo conservi tenebre, donna distante e mia,
dal tuo sguardo emerge a volte la costa del terrore.

Chino sulle sere lancio le mie tristi reti
in quel mare che scuote i tuoi occhi oceanici.

Gli uccelli notturni beccano le prime stelle
che scintillano come la mia anima quando ti amo.

Galoppa la notte sulla sua cavalla cupa
spargendo spighe azzurre sul prato.

da P. Neruda, Poesie, a cura di G. Bellini, Nuova Accademia,
Milano, 1960

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Inclinado en las tardes tiro mis tristes redes
a tus ojos oceánicos.

Allí se estira y arde en la más alta hoguera
mi soledad que da vueltas los brazos como un náufrago.

Hago rojas señales sobre tus ojos ausentes
que olean como el mar a la orilla de un faro.

Sólo guardas tinieblas, hembra distante y mía,
de tu mirada emerge a veces la costa del espanto.

Inclinado en las tardes echo mis tristes redes
a ese mar que sacude tus ojos oceánicos.

Los pájaros nocturnos picotean las primeras estrellas
que centellean como mi alma cuando te amo.

Galopa la noche en su yegua sombría
desparramando espigas azules sobre el campo.

 

Pablo Neruda, Poema VII, in  20 poemas de amor y una canción desesperada

Il ricordo dei tuoi giorni grigi, Leonardo Sciascia

 

Mi è riposo il ricordo dei tuoi giorni grigi,
delle tue vecchie case che strozzano strade,
della piazza grande piena di silenziosi uomini neri.
Tra questi uomini ho appreso grevi leggende
di terra e di zolfo, oscure storie squarciate
dalla tragica luce bianca dell’acetilene.
È l’acetilene della luna nelle notti calme,
nella piazza le chiese ingramagliate d’ombra;
e cupo il passo degli zolfatari, come se le strade
coprissero cavi sepolcri, profondi luoghi di morte.
Nell’alba, il cielo come un freddo timpano d’argento
a lungo vibrante delle prime voci; le case assiderate;
in ogni luogo la pena di una festa disfatta.
E i tramonti tra i salici, il fischio lungo dei treni;
il giorno che appassiva come un rosso geranio
nelle donne affacciate alla prora aerea del viale.
Una nave di malinconia apriva per me vele d’oro,
pietà ed amore trovavano antiche parole.

 

 

[Troviamo qui Il ricordo da parte di Leonardo Sciascia del paese natale, Racalmuto, piccolo borgo dell’Agrigentino, una terra che abbandonò per vivere prima a Roma, poi a Caltanissetta e infine a Palermo. Uno dei tanti emigrati insomma che ricorda, non senza nostalgia, quel sentimento di chi è lontano e ricorda i luoghi familiari, amati, la propria radice: le strade, la  piazza dove gli uomini si fermano a chiacchierare, a parlare del duro lavoro nelle miniere, la bellezza del cielo all’alba e al tramonto. Immagini evocate e arricchite dal ricordo e dall’immaginazione creativa del poeta.]

Cartoline dal mio paese: due poesie rimaste a lungo inedite di Leonardo Sciascia

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1.

Il paese del sale, il mio paese
che frana – sale e nebbia –
dall’altipiano a una valle di crete;
così povero che basta un venditore
d’abiti smessi – ridono appesi alle corde
i colori delle vesti femminili –
a far festa, o la tenda bianca
del venditore di torrone.
Il sale sulla piaga, queste pietre
bianche che s’ammucchiano
lungo i binari – il viaggiatore
alza gli occhi dal giornale, chiede
il nome del paese – e poi in lunghi convogli e
scendono alle navi di Porto Empedocle;
il sale della terra – “e se il sale
diventa insipido
come gli si renderà il sapore?”
(E se diventa morte,
pianto di donne nere nelle strade,
fame negli occhi dei bambini?).

 
2.

Questo è il freddo che i vecchi
dicono s’infila dentro le corna del bue;
che svena il bronzo delle campane,
le fa opache nel suono come brocche di creta.
C’è la neve sui monti di Cammarata,
a salutare questa neve lontana
c’erano un tempo festose cantilene.
I bambini poveri si raccolgono silenziosi
sui gradini della scuola, aspettano
che la porta si apra: fitti e intirizziti
come passeri, addentano il pane nero,
mordono appena la sarda iridata
di sale e squame. Altri bambini
stanno un po’ in disparte, chiusi
nel bozzolo caldo delle sciarpe.

 

Leonardo Sciascia, Cartoline dal mio paese,  La Stampa del 18 dicembre 2009

 

[Queste poesie, scritte da Leonardo Sciascia nel 1952, sono state ritrovate da Francesco Izzo tra le Carte Pasolini, presso l’Archivio A. Bonsanti del Gabinetto Vieusseux di Firenze. E a darne notizia è stato il sito ufficiale degli Amici dello scrittore siciliano Leonardo Sciascia Web nell’ottobre del 2009 e pubblicate su La Stampa del 18 dicembre 2009.]

 

[Foto: Leonardo Sciascia (1921-1989) sugli scogli sul mare vicino a Palermo (Vittoriano Rastelli / Getty Images) ]

Scia, Mario De Santis

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Lamiere e marmo a splendere, come un altrove.
noi cerchiamo un parto in un giro di tango
in una carezza che manca, anche se il giorno impazzisce
e resta muto. L’attesa è restare tutti i giorni
in questo bar, come il vertice del vetro
è nella trasparenza.

M. De Santis

 

 

a R.
1.
“lo sai, è veramente la fine d ogni cosa”
dice di un amore – e mente, solo cerca
dove si rompe il coltello sulla tempia, l’assedio
di una sera, il capogiro dove scendono i pianeti
la loro forza che calma, il loro freddo che cura.
“un taglio perfetto spesso segue l’orbita di un gesto d’amore
ma resta ingiusto come tale” io dico, cercando la mia stasi
nella retta delle vie di Prati, cercando la tua chiesa
invisibile come l’universo. Guardo gli occhi, vessilli
neri di un popolo tronco, ci abita il tuo silenzio
il cielo vuoto lo somiglia al mio. Intorno impallidisce
Gennaio, i negozi non apriranno più, l’aria fittizia
di questo ennesimo anno non si vede,
come il dio che ci ha lasciato, impotente,
al ballo di alcolici, al giro di case in affitto.

2.
Chi le abita, arriva coi topi la sera, lune che indorano
e bar elettrici a scavare in un milione di bicchieri,
guardi nelle finestre: abitano qui, dove i vestiti
poggiano come le buste di rifiuti,
colorano tetri la via. Non è così bella la terra,
ma una città serve a proteggere distanze, il sì che c’è nel no,
la cosa che appartiene da quella che si consuma.
Lamiere e marmo a splendere, come un altrove.
noi cerchiamo un parto in un giro di tango
in una carezza che manca, anche se il giorno impazzisce
e resta muto. L’attesa è restare tutti i giorni
in questo bar, come il vertice del vetro
è nella trasparenza. Andando via senza tante parole
nasce tra noi una libertà di assoluto niente, che non serve.
C’è un gesto possibile, ma non lo cerchiamo.
Resti qui tu, come una figlia a bruciare in un guscio
labile, in un abbraccio, quello che non ci daremo.
Camminando, la sosta all’angolo e poi chissà,
guardo rassicurato i lavori di scavo nell’asfalto:
il mio tempo finisce se non vedo più quella scia
da dove sei venuta, dove sei tornata.

Mario De Santis, Scia (inedito)

 

[Foto: Anna O.]

 

[Mario De Santis è nato a Roma nel 1964. Si occupa di poesia e critica letteraria, collaborando a riviste cartacee  e online. E’ giornalista radiofonico, dal 1988, come  autore e conduttore di svariate  trasmissioni culturalie dal 2010 è nella redazione di Radio Capital.  Poeta contemporaneo, ha  pubblicato  Le ore Impossibili (Empiria,2007), La polvere nell’acqua (Milano, Crocetti, 2012) e Sciami  (Ladolfi Editore, (2015).]

Auguri di buon anno!

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Con alcuni dei libri che hanno accompagnato il nostro 2018 e la scelta tra gli articoli e le poesie pubblicate, vi auguro un nuovo anno di rinascite, incontri, scoperte e gioia! Ma soprattutto un anno carico di arte, poesia e Bellezza: quella vera, autentica, che ogni giorno in centinaia cercate qui tra queste pagine, e sono certa, anche Oltre

Buon 2019 a tutti amici cari!

Gilda

Un blues in forma di non lettera, Julio Cortazar

Anelando l’invisibile, Odisseas Elytis

Consigli, Ennio Flaiano

Non ti arrendere, Mario Benedetti

Smisurata preghiera, Fabrizio De André

Una luce, Pier Paolo Pasolini

Mare della sera, Octavio Paz

La prima parola di un verso… R. M. Rilke

(Ai Bambini Siriani), Amarji

Tu non sai, Alda Merini

Il cielo è di tutti, Gianni Rodari

Alla mia maestra di laicità: lettera di Don Gallo a Fernanda Pivano

I ricordi, Giuseppe Ungaretti