Pappagalli verdi (parte prima), Gino Strada

 

All’uscita dalla sala operatoria Mubarak mi mostra un frammento di plastica verde scuro, bruciacchiato dall’esplosione.
“Guarda, questo è un pezzo di mina giocattolo, l’hanno raccolto sul luogo dell’esplosione. I nostri vecchi le chiamano pappagalli verdi…” e si mette a disegnare la forma della mina: dieci centimetri in tutto, due ali con al centro un piccolo cilindro. Sembra una farfalla più che un pappagallo, adesso posso collocare come in un puzzle il pezzo di plastica che ho in mano, è l’estremità dell’ala. “… Vengono giù a migliaia, lanciate dagli elicotteri a bassa quota. Chiedi ad Abdullah, l’autista dell’ospedale, uno dei bambini di suo fratello ne ha raccolta una l’anno scorso, ha perso due dita ed è rimasto cieco.”
Mine giocattolo, studiate per mutilare bambini. Ho dovuto crederci, anche se ancora oggi ho difficoltà a capire…

… Mine antiuomo di fabbricazione russa, modello PFM-1 […] La forma della mina, con due ali laterali, serve a farla volteggiare meglio. In altre parole, non cadono a picco quando vengono rilasciate dagli elicotteri, si comportano proprio come i volantini, si sparpagliano qua è là su un territorio molto più vasto. Sono fatte così per una ragione puramente tecnica  – affermano i militari – non è corretto chiamarle mine giocattolo.
Ma a me non è mai successo, tra gli sventurati feriti da queste mine che mi è capitato di operare, di trovare uno adulto. Neanche uno in più di dieci anni, tutti rigorosamente bambini. Ci vuole un po’ di tempo – funziona, come dicono i manuali, per accumulo successivo di pressione. Bisogna prenderla, maneggiarla ripetutamente, schiacciarne le ali. Chi la raccoglie, insomma, può portarsela a casa, mostrarla nel cortile agli amici incuriositi, che se la passano di mano in mano, ci giocano.
Poi esploderà. E qualcun altro farà la fine di Khalil.
Amputazione traumatica di una o entrambe le mani, una vampata ustionante su tutto il torace e, molto spesso, la cecità. Insopportabile.
Ho visto troppo spesso bambini che si risvegliano dall’intervento chirurgico e si ritrovano senza una gamba, o senza un braccio. Hanno momenti di disperazione, poi, incredibilmente, si riprendono. Ma niente è insopportabile, per loro, come svegliarsi nel buio.
I pappagalli verdi li trascinano nel buio, per sempre.

Gino Strada, Pappagalli Verdi, cronache di un chirurgo di guerra (Feltrinelli, 2000)

[Non c’è nulla di più insensato di una guerra, non ne esci incolume da una guerra: né da vinto né da vincitore, né se sei il buono né se sei il cattivo, ammesso che si possa definire una linea di confine. Una guerra è guerra sempre, non fa che lasciare miseria, povertà, vuoti e abissi dai quali si genererà altro male, altre guerre, morti, distruzioni, massacri e stermini. La guerra che sia vinta o persa non lascia che dolore e ferite, laceranti e profonde. Ma l’isensatezza massima di una guerra è pensare che essa sia mossa proprio contro chi la guerra non può che subirla, come un bambino: un bambino privato di tutto, dalla serenità del gioco, all’istruzione, alle cure di mediche di base, a una casa. E dopo aver tolto a quel bambino tutto, compreso il fatto di poter essere semplicemente un bambino, vengono lanciate mine appositamente studiate per essere da lui maneggiate per poi esplodergli in pieno viso, lasciandolo (nella migliore delle ipotesi) senza vista, senza un arto e una ferita interiore che non guarirà mai: quella di essere stato ferito dalle mani di un altro uomo, invisibile, potente, vigliacco. Un uomo ricco, tanto ricco da poter disseminare casa sua milioni di mine, che renderanno la sua terra per i prossimi deceni a venire un vero e proprio inferno. E quell’uomo tanto ricco quanto vigliacco siamo proprio noi: noi italiani,  americani, russi e tanti tanti altri che fino al 1997 (fino cioè al trattato di Ottawa, ossia la convenzione internazionale per la proibizione dell’uso, stoccaggio, produzione, vendita di mine antiuomo e relativa distruzione, sottoscritto da alcuni Stati tra cui l’Italia, ma non altri, quali gli Stati Uniti,) abbiamo disseminato questi luoghi di mine che probabilmente sono ancora lì in attesa che qualcuno le sfiori. Gran bella civiltà la nostra, noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, direbbe Primo Levi, e che nemmeno ci rendiamo conto che da quando è finita l’ultima guerra “mondiale” non abbiamo fatto altro che continuare a far guerra, a disseminare morte come mine, mine antibambino. (continua…)]

 

[Video: intervista a Gino Strada]

Gratitudine, Oliver Sacks

Non posso fingere di non aver paura.
A dominare, però, è un sentimento di gratitudine.

O. Sacks

 

Negli ultimi giorni sono riuscito a considerare la mia vita come da una grande altezza quasi fosse una sorta di paesaggio, e con una percezione sempre più profonda della connessione fra tutte le sue parti. Questo non significa che abbia chiuso con la vita. Al contrario, mi sento intensamente vivo, e nel tempo che mi resto ho la volontà, la speranza, di approfondire le mie amicizie, dire addio a coloro che amo, scrivere ancora, viaggiare se ne avrò la forza, raggiungere nuovi livelli di conoscenza e comprensione. […]

[…] Non posso fingere di non aver paura. A dominare, però, è un sentimento di gratitudine. Ho amato e sono stato amato; ho ricevuto molto, e ho dato qualcosa in cambio; ho letto e viaggiato e pensato e scritto. Più di tutto sono stato un essere senziente, un animale pensante, su questo pianeta bellissimo, il che ha rappresentato di per sé un immenso privilegio e una grandissima avventura».

Oliver Sacks, Gratitudine (2015), tr. it. Adelphi, Milano, 2016, pp. 27-29.

 

[Libricino,  lettere di commiato sotto forma di brevi articoli, il saluto di un medico, ma ancor prima di un uomo, che certo può dirsi felice di aver lasciato un segno tangibile, di grande umanità, nei suoi libri.

Neurologo e scrittore per vocazione, destino ha voluto che fosse colpito, nove anni prima, da un tumore cerebrale, che gli procurò la perdita della vista da un occhi, del quale parlerindexà nei suoi successivi libro; destino ha voluto che potesse arrivare lucido fino in fondo per salutare i suoi lettori e se stesso con l’unico sentimento che ci si potrebbe auspicare per una vita ben vissuta: gratitudine, non per aver fatto tutto (cosa impensabile per quasiasi uomo), ma per aver fatto del proprio meglio: nel lavoro e in amore, le due cose che nella vita di Sacks (a suo dire) hanno contato di più.

Non si tratta quindi di uno di quei libri dove si troveranno tentativi di spiegarsi quell’immenso mistero che è la vita, ma un semplice saluto, un modo (il migliore probabilmente che conosceva) per salutare tutti, per fare un breve resoconto. E se si pensa che a scrivere è qualcuno che ha pochi mesi e istanti di vita, se ne comprende il valore di ogni passo, di ogni parola. Come il tempo da sempre dedicato ai suoi pazienti e alla cura con cui ha sempre raccontato le storie, alle volte ai limiti dell’immaginazione, in modo anche ironico,  storie altrimenti taciute.

Al centro di queste pagine la sua vita, e un sentimento quindi, di gratitudine:  parola solida quieta, compatta, armoniosa, una parola generosa perchè un dono per chi la coglie, autentica, perchè racchiude certamente un cammino, vero, umano, fatto su una terra tangibile. Una parola che ha le braccia forti del contadino, che semina vita e la leggerezza del vento che la diffonde, una parola contemplativa, perché con sè porta sempre almeno un pensiero, positivo, vivo, una parola contagiosa, che ha in sè una fede, un legame a qualcosa a qualcuno: una parola-radice.

Un libro quindi imprescindibile per chi abbia conosciuto questo autore, ma anche per chi voglia riflettere o ascoltare parole semplici, ma cariche di amore ed entusiasmo per la vita, quella vissuta e quella ancora da vivere.

Buon fine settimana a tutti!

G. M. ]

 

[Oliver Wolf Sacks (Londra, 9 luglio 1933 – New York, 30 agosto 2015) è stato un medico, neurologo e scrittore, tra i suoi libri: Risvegli (1973), dal quale l’omonimo film con Robin Williams e Robert De Niro, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, 1986; Allucinazioni, 2012]

Schiuma d’onda, Cesare Pavese da Dialooghi con Leucò

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Ci vogliono miti, universali fantastici, per esprimere a fondo e indimenticabilmente quest’esperienza che è il mio posto nel mondo.

C. Pavese in una lettera a F. Pivano (27 giugno 1942)

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La poesia non è un senso ma uno stato, non un capire ma un essere.

C. Pavese, Il mestiere di vivere

 

 

BRITOMARTI: Oh Saffo, onda mortale, non saprai mai cos’è sorridere?

SAFFO: Lo sapevo da viva. E ho cercato la morte.

BRITOMARTI: Oh Saffo, non è questo il sorridere. Sorridere è vivere come un’onda o una foglia, accettando la sorte. E’ morire a una forma e rinascere a un’altra. È accettare, accettare, se stesse e il destino.

SAFFO: Tu l’hai dunque accettato?

BRITOMARTI: Sono fuggita, Saffo. Per noialtre è più facile.

SAFFO: Anch’io, Britomarti, nei giorni, sapevo fuggire. E la mia fuga era guardare nelle cose e nel tumulto, e farne un canto, una parola. Ma il destino è ben altro.

BRITOMARTI: Saffo, perché? Il destino è gioia, e quando tu cantavi il canto eri felice.

SAFFO: Non sono mai stata felice, Britomarti. Il desiderio non è canto. Il desiderio schianta e brucia, come il serpe, come il vento.

….

 SAFFO: Non invidio nessuno. Io ho voluto morire. Essere un’altra non mi basta. Se non posso esser Saffo, preferisco esser nulla.

BRITOMARTI: Dunque accetti il destino?

SAFFO: Non l’accetto. Lo sono. Nessuno l’accetta.

BRITOMARTI: Tranne noi che sappiamo sorridere.

SAFFO: Bella forza. É nel vostro destino. Ma che cosa significa?

BRITOMARTI: Significa accettarsi e accettare.

SAFFO: E che cosa vuol dire? Si può accettare che una forza ti rapisca e tu diventi desiderio, desiderio tremante che si dibatte intorno a un corpo, di compagno o compagna, come la schiuma tra gli scogli? E questo corpo ti respinge e t’infrange, e tu ricadi, e vorresti abbracciare lo scoglio, accettarlo. Altre volte sei scoglio tu stessa, e la schiuma – il tumulto – si dibatte ai tuoi piedi. Nessuno ha mai pace. Si può accettare tutto questo?

 

[Un’altra delle letture di questi giorni: Dialoghi di Leucò di Cesare Pavese, ventisette dialoghi, brevissimi, tra miti, eroi, dei, ninfe e uomini del  mondo classico greco, rivisitato non solo in chiave moderna ma in chiave personalissima dall’autore. In realtà non sono che brevi scambi tra miti (potremmo dire universali), non hanno in sè una morale o una via univoca, molti di questi anzi lasciano più interrogativi che certezze. Come questo, che amo moltissimo (insieme a Il fiore, tra i miei preferiti). Qui si discorre sul destino, le voci sono quelle della ninfa Britomarti, prima ninfa di terra successivamente trasformata in ninfa di mare, per sfuggire all’amore di Minosse e preservare la sua verginità; la seconda è Saffo, gettatasi dalla rupe dell’isola di Leucade, nel Mar Ionio, per sfuggire al suo destino. In entrambe abbiamo non l’annullamento ma la metamorfosi, quella dell’essere diventata onda del mare, accettato dalla ninfa, rifiutato da Saffo che voleva con la morte il nulla, la fine assoluta del suo destino. Uomo e destino, cos’è l’uomo di fronte al suo destino, cosa può… tanti sono gli interrogativi a tal proposito, come i temi che sono ricorrenti nell’opera: l’infanzia, la solitudine, la passione, il destino, la morte, la poesia. Come a tornare è il mare: non a caso Leucò (Leucotea, Il titolo è un omaggio a Bianca Garufi, con la quale Pavese ha avuto una passionale relazione. Leucò, infatti, è la traduzione greca di bianca.) è una divinità marina, che guidava e proteggeva i navigatori nella tempesta, l’acqua e il ritorno della vita nelle sue molteplici forme. Qui il mare torna e ritorna, quale onda, quale via di fuga, morte, metamorfosi, quale amore: le acque dove sono Saffo e Brotomarti non sono altro che quelle di Afrodite, la dea dell’amore. La grazie e la poesia con le quali prendono vita questi dialoghi sono uniche, siamo di fronte ad un’opera carica di vita e pathos, densa di significati e metafore, un’opera davvero stupefacente, se si pensa poi che ogni dialogo è della lunghezza di poco più di due tre pagine, una testimonianza di quali e quanti infiniti volti abbia la poesia, “la poesia non è un senso ma uno stato, non un capire ma un essere.”.( Il mestiere di vivere, C. Pavese). Mito e poesia dunque, insieme, per raccontarci la vita e i suoi- altrimenti insondabili- misteri.]

 

[Foto: Canova, Le tre grazie, 1817 (scultura, particolare)]

È tempo… da Così parlò Zarathustra, F. Nietzsche

ph.Frank Vic

 

Bisogna avere ancora un caos dentro di sè
per partorire una stella danzante.
Io vi dico: voi avete ancora del caos dentro di voi.

F. Nietzche

 

 

È tempo che l’uomo fissi la propria meta. È tempo che l’uomo pianti il seme della sua speranza più alta.
Il suo terreno è ancora abbastanza fertile per ciò. Ma questo terreno sarà un giorno impoverito e addomesticato, e non ne potrà più crescere un albero superbo.
Guai! Si avvicinano i tempi in cui l’uomo non scaglierà più la freccia anelante al di là dell’uomo, e la corda del suo arco avrà disimparato a vibrare!
Io vi dico: bisogna avere ancora un caos dentro di sè per partorire una stella danzante. Io vi dico: voi avete ancora del caos dentro di voi.
Guai! Si avvicinano i tempi in cui l’uomo non partorirà più stella alcuna. Guai! Si avvicinano i tempi dell’uomo più spregevole, quegli che non sa disprezzare se stesso.

 

Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi

George Gray, da Antologia di Spoon River, E. Lee Master

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Dare un senso alla vita può condurre a follia,
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio-
è una barca che anela al mare eppure lo teme.

Edgar Lee Master

 

 

Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perchè l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia,
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio-
è una barca che anela al mare eppure lo teme.

Edgar Lee Master, Antologia di Spoon River, Einaudi, 1943

 

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I have studied many times
The marble which was chiseled for me–
A boat with a furled sail at rest in a harbor.
In truth it pictures not my destination
But my life.
For love was offered me and I shrank from its disillusionment;
Sorrow knocked at my door, but I was afraid;
Ambition called to me, but I dreaded the chances.
Yet all the while I hungered for meaning in my life.
And now I know that we must lift the sail
And catch the winds of destiny
Wherever they drive the boat.
To put meaning in one’s life may end in madness,
But life without meaning is the torture
Of restlessness and vague desire–
It is a boat longing for the sea and yet afraid.

 Edgar Lee Master , Spoon River Anthology

 

[Foto: Fan Ho, 1954]

 

[Questa poesia-epitaffio, che in modo incisivo ci conduce alla vita dettata attraverso la voce di un morto, ci immerge in una delle letture tuttora più originali e coinvolgenti della storia della letteratura.L’Antologia di Spoon River, scritta e pubblicata tra il 1914 e il 1915 in America, e solo molto dopo grazie al lavoro e all’interesse di due grandi scrittori-traduttori: Cesare Pavese e l’allora giovanissima Fernanda Pivano, arriva qui in Italia, non senza difficoltà per via del regime fascista. La sua originalità è data dal registro linguistico: una poesia che si fa narrazione, o una narrazione in forma di poesia, e dall’aver con tanta vitalità raccontato la vita attraverso la morte, dando nel contempo un chiara e incisiva testimonianza del pensiero del suo autore.

Fernanda Pivano è stata sicuramente la curatrice e traduttrice italiana più appassionata ed attenta, ma tante sono le traduzioni, trasposizioni, opere che si sono ispirate a questo libro, tra queste l’album di De Andrè, Non al denaro non all’amore né al cielo: una sorta di rivisitazione di alcuni testi  dell’opera in chiave moderna.

Trovere quindi altri testi, prossimamente, di un’opera che ha colpito la mia attenzione: la prima lettura di quest’anno e il primo libro del mese di questo blog. ]

 

Mandate a dire all’imperatore, Pierluigi Cappello

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da Mandate a dire all’imperatore, P. Cappello

 

Cosí come oggi tanti anni fa
mandate a dire all’imperatore
che tutti i pozzi si sono seccati
e brilla il sasso lasciato dall’acqua
orientate le vostre prore dentro l’arsura
perché qui c’è da camminare nel buio della parola
l’orlo di lino contro gli stinchi
e, tenuti appena da un battito,
il sole contro, il rosso sotto le palpebre
premerete sentieri vastissimi
vasti da non avere direzione
e accorderete la vostra durezza
alla durezza dello scorpione
alla ruminazione del cammello
alla fibra di ogni radice
liscia, la stella liscia, del vostro sguardo
staccato dall’occhio, palpiterà
né zenit né nadir
in nessun luogo, mai.

[Come accennato qualche giorno fa, dedicherò un po’ più di spazio nei prossimi giorni alla silloge del poeta Pierluigi Cappello, “Mandate a dire all’imperatore“, in attesa di poter leggere, a distanza di sei anni, il suo ultimo lavoro.

https://laterraeblucomeunarancia.wordpress.com/2016/12/12/restare-pierluigi-cappello/?iframe=true&theme_preview=true

Il testo ha inizio con la poesia  “Mandate a dire all’imperatore“che da il titolo all’intera raccolta e che è insieme suo prologo e sunto. Titolo ispirato a un racconto di Franz Kafka, “Il messaggio dell’imperatore”, ma nella sua versione speculare: non più un messaggio da un imperatore  al suddito, ma un messaggio da recapitare proprio all’imperatore; del quale non si ha altro riferimento, e la cui presenza appare quasi astratta,  a rappresentare probabilmente proprio l’intercedere di un potere che pur lasciando indelebili tracce non mostra mai pienamente il suo volto.

“perché qui c’è da camminare nel buio della parola”,

Di qui un percorso che sarà senza punti di riferimento, “né zenit né nadir“, se non uno, forse, ed è il poeta che si affaccia alla realtà attuale ma con la consapevolezza di ciò che è parola: che nulla può se non raccontare, o meglio ricordare e fissare quella bolla che è Chiusaforte  – a racchiudere non solo il ricordo di una infanzia trascorsa in un paesino di confine , quasi sospeso nel mondo– ma quella di un intero periodo storico ormai squarciato in due da un’autostrada, simbolo dell’inevitabile mutamento che arriva a toccare persino in un luogo in apparenza quasi dimenticato. Centrale è proprio questo luogo, come ci spiega l’autore stesso:

Chiusaforte è il mio paese d’origine, una sottile linea di case infilata in un canale – il Canal del ferro – situato nella punta estrema nord-orientale d’Italia. Poco più a Nord, i confini di Austria e Slovenia. Immediatamente a monte di Chiusaforte il Canale assume la forma di una gola: le falde delle montagne che lo chiudono si alzano distando l’una dall’altra “lo trazer de un bon brazho”, poco più di un tiro di sasso, come scrisse in un suo rapporto uno sconcertato ispettore dei boschi della Serenissima Repubblica di Venezia. Grosso modo parallela al paese corre la statale pontebbana, più in là il fiume Fella e, dagli anni Ottanta, letteralmente stipata, l’autostrada che conduce in Austra”.

E con esso la parola e  il silenzio, che insieme fanno poesia:

“Scrivere poesia è una caccia al buio. Devi, prima di tutto, dotarti degli strumenti della caccia, conoscere il più estesamente possibile tutte le malizie retoriche, sapere quale è la sostanza fonica dei versi (sì, parloproprio di “sostanza”), cogliere la linea di conflitto che si sviluppa tra “istituzione” (il metro) e “individuo” (il ritmo). E anche quando hai imparato tutto questo sei solo, nella tua caccia, sprofondato nel buio. Perché la poesia è un fenomeno, né più né meno che una grandinata, una tempesta, una brezza sottile. Noi ‘parliamo’ sempre, sia quando lo facciamo in forma di dialogo, sia quando il colloquio avviene entro noi stessi, dentro un silenzio che è soltanto nostro. È dentro quel silenzio che le parole si dispongono alle relazioni più intime, che fruttificano in forma di intuizione. Una volta ho definito quell’ininterrotto parlarsi dentro il polmone verde delle nostre coscienze, la nostra ricchezza più segreta.”]

Troppo Amore, Almudena Grandes

Egor Schiele, Amicizia (1913)

 

Era troppo amore.
Troppo grande, troppo complicato, troppo confuso e azzardato e fecondo e doloroso.
Era tutto quello che potevo dare, più di quanto mi convenisse.
Per questo si infranse.
Non si esaurì, non finì, non morì, semplicemente si infranse, crollò come una torre troppo alta, come una scommessa troppo alta, come un’aspettativa troppo ambiziosa

 

Almudena Grandes, Troppo Amore

[Foto: Egor Schiele, Amicizia (1913)]

 

Tra Calvino e Beckett io scelgo: entrambi!

 

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La mia vita, la mia vita, ora ne parlo come d’una cosa finita, ora come d’una burla che dura ancora, e ho torto, perché è finita e perdura insieme, ma con quale tempo del verbo esprimerlo?

Samuel Beckett, Molloy

 

I lettori sono i miei vampiri.

Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore

 

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Non sapendo decidere tra i due che ho attualmente in lettura, mi sono decisa a inserire per luglio due libri del mese (piccola sezione che i più attenti avranno notato in basso a destra) : Molloy di Samuel Beckett: autore che rappresenta una recentissima novità tra i miei preferiti ( accanto a F. Kafka, a mai avrei immaginato di posizionarne uno proprio accanto, vicino vicino a lui) ; e Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino.

Non vi dirò molto di entrambi, semplicemente che sia il primo (pubblicato nel 1951) che il secondo (1979) rappresentano testi della maturità, se di maturità si può parlare per due geni della letteratura come loro. Molloy (primo di una trilogia) rappresenta un po’ una sorta di rottura con quello che è stato per Samuel Beckett il suo maestro, il suo faro: James Joyce, mentre Se una notte d’inverno c’è tutta l’esperienza decennale di un autore grande come Calvino, di saggista, scrittore ma anche e soprattutto lettore.

Credo sia difficile  poter parlare di entrambi – persino una dettagliata quanto accurata quanto noiosa descrizione della trama sarebbe impensabile per un romanzo evanescente come Molloy: dove il tempo si dilata fino a scavalcare la stessa immaginazione, i tratti del personaggio non sono mai nitidi, i ricordi si perdono nella fitta trama della memoria fatta di salti e vuoti,  e il luogo è sempre un non-luogo.  E persino le parole che scorrono agli occhi sembrano perdere consistenza. Così come lo è per un capolavoro (a metà lettura sento di poterlo definire tale) come Se una notte d’inverno un viaggiatore, dalle mille e svariate trame, i plurali risvolti di un “io” che  è lettore-scrittore-narratore-peronaggio-protagonista-comparsa. Dove ci si interroga e si fa luce sullo stato della letteratura attuale, e ancor più su quello della lettura: quella vera, passionale dei lettori attenti a un’unica cosa: il piacere del leggere in sé, privo di troppi preanboli critiche o teorizzazioni di ogni sorta. Un testo che (vi avviso) potrebbe persino risultare frustrante per un lettore forte, come quello che sceglie di leggere Calvino: qui infatti si gioca moltissimo con la psicologia del lettore, tenendolo costantemente su un filo sottile quanto mai teso e riuscendone a muovere le trame con una maestria unica e sola di un autore italiano che penso di poter affermare non ha eguali tra i suoi contemporanei.

Per il momento non mi resta che lasciarvi con i loro Incipit:

Sono nella camera di mia madre. Sono io a viverci ora. Non so come ci sono arrivato. Forse in un’ambulanza, certamente qualche veicolo. Mi hanno aiutato. Da solo non ci sarei arrivato. Quest’uomo che viene ogni settimana, è grazie a lui forse che sono qui. Lui dice di no. Mi dà un po’ di soldi e si porta via i fogli. Tanti fogli, tanti soldi. Si, ora lavóro, un po’ come una volta, solo che non so più lavorare. Ciò non ha importanza, sembra. Io ora vorrei parlare delle cose che mi restano, accomiatarmi, finir di morire. Loro non vogliono. Sì, sono più d’uno, sembra. Ma a venire è sempre lo stesso. Lo farà più tardi, dice. Bene. Di volontà, come vedete, non ne ho più molta. Quando viene a cercare i fogli nuovi, riporta quelli della settimana precedente. Recano dei segni che non comprendo. D’altronde non li rileggo. Quando non ho fatto niente non mi dà niente, mi sgrida. Però io non lavoro per i soldi. Per cosa allora? Non lo so. Francamente, non so gran che. La morte di mia madre, per esempio. Era già morta al mio arrivo? O è morta solo più tardi? Voglio dire morta da sotterrare. Non so. Forse non l’hanno ancora sotterrata. Comunque sia, sono io ad avere la sua camera. Dormo nel suo letto. La faccio nel suo vaso. Ho preso il suo posto. Devo assomigliarle sempre più. Mi manca solo un figlio. Forse ne ho uno da qualche parte. Ma non credo. Ora sarebbe vecchio, quasi come me. Era una servetta. Non era il vero amore. Il vero amore era riposto in un’altra. Vedrete poi.

Molloy, Samuel Beckett

Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti, Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!» Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: «Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino! » O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace. Prendi la posizione più comoda: seduto, sdraiato, raggomitolato, coricato. Coricato sulla schiena, su un fianco, sulla pancia. In poltrona, sul divano, sulla sedia a dondolo, sulla sedia a sdraio, sul pouf. Sull’amaca, se hai un’amaca. Sul letto, naturalmente, o dentro il letto. Puoi anche metterti a testa in giù, in posizione yoga, Col libro capovolto, si capisce. Certo, la posizione ideale per leggere non si riesce a trovarla. Una volta si leggeva in piedi, di fronte a un leggio. Si era abituati a stare fermi in piedi. Ci si riposava così quando si era stanchi d’andare a cavallo. A cavallo nessuno ha mai pensato di leggere; eppure ora l’idea di leggere stando in arcioni, il libro posato sulla criniera del cavallo, magari appeso alle orecchie del cavallo con un finimento speciale, ti sembra attraente. Coi piedi nelle staffe si dovrebbe stare molto comodi per leggere; tenere i piedi sollevati è la prima condizione per godere della lettura.

Se una notte d’inverno un viaggiatore, Italo Calvino

[Foto: Italo Calvino di Tullio Pericoli

La mia storia con Samuel Beckett, Margherita Lazzati]

Nota : Cliccando sull’immagine dei libri (situate sulla colonna laterale destra) sarete rinviati direttamente a Se una notte d’inverno un viaggiatore, in pdf;  e Molloy, in pub: link perfettamente funzionanti, [per Molloy sul sito dataFileHost dovete solo togliere la spunta altrimenti vi esce un file in .exe, per cui vi consilgio: prima di salvare controllate che l’estensione del file sia in .epub]. I libri saranno disponibili per tutto il mese di luglio. Per quansiasi informazione potete chiedere direttamente a me (se prima non mi arrestano 😀 )

La parte soleggiata di noi stessi, P. Cappello

barca

La parte soleggiata di noi stessi
non somiglia a questo prato d’agosto
che vedi
somiglia piuttosto a una pietra
che il tempo abbia sepolta
nel fondo profondo di noi
oppure sta come un’isola
e noi siamo sponda
ma sempre al di qua di quell’isola
dove io si dice per dire
– per essere – noi.

(Pierluigi Cappello, Assetto di volo, Crocetti Editore)