Incipit… Venere in pelliccia, L. von Sacher-Masoch

Luisa Casati

 

Mi trovavo in dolce compagnia.
Di fronte a me, vicino al massiccio caminetto rinascimentale, sedeva Venere, proprio lei, la Dea dell’Amore in persona e non una qualsiasi donnetta che, come Mademoiselle Cleopatra, avesse preso quel nome per combattere il sesso nemico.
Sedeva in poltrona e il fuoco scoppiettante da lei ravvivato le lambiva con riverberi rossastri e guizzanti il viso pallido dagli occhi chiari e, di tanto in tanto, quando cercava di scaldarli, i piedi.
Aveva una testa stupenda, malgrado i morti occhi di pietra, ma non riuscivo a vedere altro di lei. La sublime donna aveva il corpo marmoreo avvolto in un’ampia pelliccia in cui si era rannicchiata, tremando, come una gatta.
“Non la capisco, gentile signora”, le dissi “a dire la verità non fa più freddo, e da due settimane poi abbiamo una primavera splendida. Evidentemente lei è nervosa.”
“Bella primavera!” mi rispose con voce profonda e dura come il sasso, e dopo due rapidissimi e celestiali starnuti aggiunse:”Io non ne posso più e ora comincio a capire…”

Incipit da La venere in pelliccia, Leopold von Sacher-Masoch

 

Caro Cesarino, Pier Paolo Pasolini

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“Caro Cesarino, scusa se intervengo così,
sconosciuto e irrichiesto, nella tua vita,
diciamo nella tua vita letteraria …”

Questa che vi presento è una delle lettere di un breve ma interessante carteggio, tra Pierpaolo Pasolini e Cesare Padovani, all’epoca scrittore e regista ormai affermato il  primo, ragazzo quindicenne tetraplegico e “prodigio” l’altro. Siamo nel 1953, e lo scrittore catturato da un articolo di “Oggi” dedicato al ragazzo lo contatta personalmente per metterlo in guardia dalla pericolosità di diventare facile merce. Un carteggio lungo nove lettere (alcune delle quali presenti in Lettere di Pasolini, pubblicato in unica edizione e ormai introvabile e Da uomo a uomo pubblicato dallo stesso Padovani molti anni dopo e contenente l’intero contenuto dello scambio) in un arco di tempo di tredici anni, che in qualche modo incideranno fortemente sul percorso del ragazzo, laureatosi poi in Lettere nel 1965 con una tesi su Pasolini, e proseguendo la sua vita di studi e scritture attento ed entusiasta.

Quello che mi colpisce maggiormente di queste lettere è il ritrovare sempre e comunque lo stesso combattivo, lucido, attento, e soprattutto autentico Pasolini, che mai ha fatto qualcosa per nascondere pareri discordanti o critiche anche sprezzanti persino ad amici colleghi (si veda quella a Lettera ad un bambino ma nato della Fallaci), ma con una sorta di intima attenzione e rilassatezza differente da altri testi, che ho ritrovato anche tra alcune pagine di diari personali presenti in “Diario Pasolini” (Mondadori, 2014 – libro immancabile per gli appassionati e buon punto di partenza per i curiosi).

Vi lascio una delle lettere, l’altra la pubblicherò in seguito per non appesantire i contenuti della pagina.

Roma, 16 maggio 1953

Caro Cesarino, scusa se intervengo così, sconosciuto e irrichiesto, nella tua vita, diciamo nella tua vita letteraria. Ho finito in questo momento di leggere (per caso, perché non leggo mai questa roba) un articolo che ti riguarda su “Oggi”: alquanto patetico, a dire il vero, e un po’ umiliante per te. Tu cerca di essere inattaccabile dal male di questa gente che per aumentare la tiratura di un giornale sarebbe capace di qualsiasi cosa, anche di fare (come nel tuo caso) degli indelicatissimi excursus in una vita interiore, approfittando del fatto ch’è la vita interiore di un ragazzo… Bada che la tua posizione è pericolosissima: non c’è niente di peggio di divenire subito della “merce”. Se tu dipingi e scrivi poesie sul serio, per una ragione profonda e non solo per consolarti delle tue disavventure fisiche (o magari, come dicono, per ragioni terapeutiche…), sii geloso di quello che fai, abbine un assoluto pudore: anche perché non sei che un ragazzo, e i tuoi disegni, le tue poesie non possono essere che il prodotto di un ragazzo. Eccettuati, ch’io sappia, Rimbaud e Mozart, tutti i ragazzi prodigio hanno avuto una mediocre riuscita, e io penso, appunto, che l’unico modo per preservartene è chiuderti in te stesso, e lavorare, ma lavorare sul serio. Non era per dirti queste cose, però, che ti scritto: ho voluto mettermi in contatto con te solo perché ho visto nel famigerato articolo che scrivi delle poesie in dialetto. Ciò m’incuriosisce tremendamente. Devi sapere che anche io a diciotto anni ho cominciato a scrivere dei versi in dialetto (friulano) (ma anch’io avevo cominciato a scrivere versi prestissimo, a sette anni: la mia malattia non era fisica né nervosa, ma psicologica); ho poi continuato a lavorare cercando, oltre che esprimermi, di capirmi. Sono passati una dozzina d’anni e ora, laureato in lettere e insegnante (insegno a dei ragazzi come te) sono nel pieno del mio lavoro letterario. Te ne mando alcuni documenti: non posso mandarti una grossa “antologia della poesia dialettale del ’900”, uscita presso l’editore Guanda di Parma quest’anno, perché non ne ho più che una copia per me.

Tutte queste cose te le scrivo perché tu sappia regolarti sul mio conto, e mi risponda sinceramente: perché scrivi in dialetto? o se proprio il perché non lo sai (è un difficile atto critico il saperlo) perché ami il dialetto? Ti sarei molto grato se tu mi rispondessi e mi mandassi magari qualche saggio delle tue poesie dialettali, su cui io potrei darti un giudizio assolutamente privo delle sdolcinature giornalistiche che ti dicevo, e darti magari qualche consiglio di tecnica o di lettura. Una stretta di mano dal tuo

Pier Paolo Pasolini

 

[Foto: Pier Paolo Pasolini, Dino Pedriali]

Cartoline dal mio paese: due poesie rimaste a lungo inedite di Leonardo Sciascia

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1.

Il paese del sale, il mio paese
che frana – sale e nebbia –
dall’altipiano a una valle di crete;
così povero che basta un venditore
d’abiti smessi – ridono appesi alle corde
i colori delle vesti femminili –
a far festa, o la tenda bianca
del venditore di torrone.
Il sale sulla piaga, queste pietre
bianche che s’ammucchiano
lungo i binari – il viaggiatore
alza gli occhi dal giornale, chiede
il nome del paese – e poi in lunghi convogli e
scendono alle navi di Porto Empedocle;
il sale della terra – “e se il sale
diventa insipido
come gli si renderà il sapore?”
(E se diventa morte,
pianto di donne nere nelle strade,
fame negli occhi dei bambini?).

 
2.

Questo è il freddo che i vecchi
dicono s’infila dentro le corna del bue;
che svena il bronzo delle campane,
le fa opache nel suono come brocche di creta.
C’è la neve sui monti di Cammarata,
a salutare questa neve lontana
c’erano un tempo festose cantilene.
I bambini poveri si raccolgono silenziosi
sui gradini della scuola, aspettano
che la porta si apra: fitti e intirizziti
come passeri, addentano il pane nero,
mordono appena la sarda iridata
di sale e squame. Altri bambini
stanno un po’ in disparte, chiusi
nel bozzolo caldo delle sciarpe.

 

Leonardo Sciascia, Cartoline dal mio paese,  La Stampa del 18 dicembre 2009

 

[Queste poesie, scritte da Leonardo Sciascia nel 1952, sono state ritrovate da Francesco Izzo tra le Carte Pasolini, presso l’Archivio A. Bonsanti del Gabinetto Vieusseux di Firenze. E a darne notizia è stato il sito ufficiale degli Amici dello scrittore siciliano Leonardo Sciascia Web nell’ottobre del 2009 e pubblicate su La Stampa del 18 dicembre 2009.]

 

[Foto: Leonardo Sciascia (1921-1989) sugli scogli sul mare vicino a Palermo (Vittoriano Rastelli / Getty Images) ]

I ricordi, Giuseppe Ungaretti

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 … echi brevi protratti,
senza voce echi degli addii
a minuti che parvero felici…

 

I ricordi, un inutile infinito,
ma soli e uniti contro il mare, intatto
in mezzo a rantoli infiniti..
Il mare,
voce d’una grandezza libera,
ma innocenza nemica nei ricordi,
rapido a cancellare le orme dolci
d’un pensiero fedele…
Il mare, le sue blandizie accidiose
quanto feroci e quanto, quanto attese,
e alla loro agonia,
presente sempre, rinnovata sempre,
nel vigile pensiero l’agonia…
I ricordi,
il riversarsi vano
di sabbia che si muove
senza pesare sulla sabbia,
echi brevi protratti,
senza voce echi degli addii
a minuti che parvero felici…

 

Giuseppe Ungaretti, I ricordi in Vita d’un uomo, I Meridiani,  Mondadori, 1969

_______________________________

 

Los recuerdos, inútil infinito,
pero solos y unidos contra el mar, intacto,
en medio de estertores infinitos…

El mar,
voz de una libre grandeza
pero inocencia enemiga en los recuerdos,
tan rápido en borrar las huellas dulces
de un pensamiento fiel…

El mar, sus blanduras indolentes
tan feroces y esperadas tanto, tanto,
y en su agonía,
presente siempre, renovada siempre,
en el despierto pensamiento, la agonía.

Los recuerdos,
el revolverse vano
de arena que se mueve
sin pesar sobre la arena,

ecos breves y lentos,
sin voz, ecos de los adioses
a minutos que parecían felices…

Versión de Jesús López Pacheco

 

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[Foto: Ansel Adams, Sundown, The Pacific, ca. 1953]

Cultura, Antonio Gramsci

Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri

Basta vivere da uomini, cioè cercare di spiegare a se stessi il perché delle azioni proprie e altrui, tenere gli occhi aperti, curiosi su tutto e tutti, sforzarsi di capire; ogni giorno di più l’organismo di cui siamo parte, penetrare la vita con tutte le nostre forze di consapevolezza, di passione, dì volontà; non addormentarsi, non impigrire mai…

 

A. Gramsci

 

Cultura, non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri (…).

Cultura è la stessa cosa che la filosofia… ciascuno di noi è un poco filosofo: lo è tanto più quanto più è uomo… Cultura, filosofia, umanità sono termini che si riducono l’uno nell’altro (…) Cosicché essere colto, essere filosofo lo può chiunque lo voglia. Basta vivere da uomini, cioè cercare di spiegare a se stessi il perché delle azioni proprie e altrui, tenere gli occhi aperti, curiosi su tutto e tutti, sforzarsi di capire; ogni giorno di più l’organismo di cui siamo parte, penetrare la vita con tutte le nostre forze di consapevolezza, di passione, dì volontà; non addormentarsi, non impigrire mai; dare alla vita il suo giusto valore in modo da essere pronti, secondo le necessità, a difenderla o a sacrificarla. La cultura non ha altro significato”.

 

Antonio Gramsci, Quaderni del Carcere

il fiume della vita, F. Nietzsche

 

Al mondo vi è un’unica via che nessuno
oltre a te può fare: dove porta? Non domandare, seguila.

F. Nietzsche

 

Nessuno può gettare sopra il fiume della vita il ponte sul quale tu devi passare, nessun altro che tu sola. Certo vi sono innumerevoli sentieri e ponti e semidei che vorrebbero farti attraversare il fiume; ma solo a prezzo di te stessa; ti daresti in pegno e ti perderesti. Al mondo vi è un’unica via che nessuno oltre a te può fare: dove porta? Non domandare, seguila. Chi fu che disse: «Un uomo non si eleva mai tanto in alto come quando non sa dove la sua via può ancora portarlo»

Friedrich Nietzsche, Schopenhauer come educatore (Adelphi, 1985)

 

[Foto: Gilbert Garcin]

Lo scompaginatore, Eduardo Galeano

Fragile Chairs by Hidemi Nishida

 

Erano separati il cielo e la terra, il bene e il male, la nascita e la morte. Il giorno e la notte non si confondevano e la donna era donna e l’uomo, uomo.
Ma Exù*, il banditore errante, si divertiva, e si diverte ancora, a combinare guai proibiti.
Le sue diavolerie cancellano le frontiere e uniscono ciò che gli déi avevano separato. Per opera sua, il sole diventa nero e la notte arde, e dai pori degli uomini scaturiscono donne, e le donne traspirano uomini. Chi muore nasce, chi nasce muore, e in tutto ciò che è stato e sarà creato si mescola il diritto e il rovescio, finchè non si sa più chi sia il mandante o il mandatario, né dove sia l’alto o il basso.
Più poi che prima l’ordine divino ristabilisce le sue gerarchie e le sue geografie, e mette ogni cosa al suo posto e dà a ciascuno il suo; ma più prima che poi fa la sua ricomparsa la follia.
Allora gli dèi si lamentano dell’ingovernabilità del mondo.

 

Eduardo Galeano, Lo scompaginatore in Specchi, Una storia quasi universale, (Sperling&Kupfer, 2008)

 

*Exù, o Eshu è una delle divinità più rispettate nella religione yoruba (popolazione dell’Africa Occidentale). considerato intermediario fra gli dèi e l’uomo. A lui vengono attribuiti i colpi di fortuna, le intuizioni geniali, il buon successo nel commercio e nelle imprese di qualsiasi genere; per questo motivo, lo si invoca all’inizio di ogni attività, e all’inizio di ogni rituale religioso e magico. È il protettore dei viaggiatori e il dio delle strade (e in particolare degli incroci dove vengono lasciate offerte in suo onore), oltre ad essere il custode della casa. È associato alla fertilità e non a caso viene spesso raffigurato con organi sessuali vistosi. In suo onore è consigliabile collocare una pietra dalla forma umanoide dietro la porta e sul pavimento.  Il suo simbolo è una collana imperlata con elementi rossi e neri che rappresentano i due poli opposti: la vita e la morte, la guerra e la pace, la sfortuna e la buona sorte.

 

[Foto: Hidemi Nishida, Fragile Chairs]

Gratitudine, Oliver Sacks

Non posso fingere di non aver paura.
A dominare, però, è un sentimento di gratitudine.

O. Sacks

 

Negli ultimi giorni sono riuscito a considerare la mia vita come da una grande altezza quasi fosse una sorta di paesaggio, e con una percezione sempre più profonda della connessione fra tutte le sue parti. Questo non significa che abbia chiuso con la vita. Al contrario, mi sento intensamente vivo, e nel tempo che mi resto ho la volontà, la speranza, di approfondire le mie amicizie, dire addio a coloro che amo, scrivere ancora, viaggiare se ne avrò la forza, raggiungere nuovi livelli di conoscenza e comprensione. […]

[…] Non posso fingere di non aver paura. A dominare, però, è un sentimento di gratitudine. Ho amato e sono stato amato; ho ricevuto molto, e ho dato qualcosa in cambio; ho letto e viaggiato e pensato e scritto. Più di tutto sono stato un essere senziente, un animale pensante, su questo pianeta bellissimo, il che ha rappresentato di per sé un immenso privilegio e una grandissima avventura».

Oliver Sacks, Gratitudine (2015), tr. it. Adelphi, Milano, 2016, pp. 27-29.

 

[Libricino,  lettere di commiato sotto forma di brevi articoli, il saluto di un medico, ma ancor prima di un uomo, che certo può dirsi felice di aver lasciato un segno tangibile, di grande umanità, nei suoi libri.

Neurologo e scrittore per vocazione, destino ha voluto che fosse colpito, nove anni prima, da un tumore cerebrale, che gli procurò la perdita della vista da un occhi, del quale parlerindexà nei suoi successivi libro; destino ha voluto che potesse arrivare lucido fino in fondo per salutare i suoi lettori e se stesso con l’unico sentimento che ci si potrebbe auspicare per una vita ben vissuta: gratitudine, non per aver fatto tutto (cosa impensabile per quasiasi uomo), ma per aver fatto del proprio meglio: nel lavoro e in amore, le due cose che nella vita di Sacks (a suo dire) hanno contato di più.

Non si tratta quindi di uno di quei libri dove si troveranno tentativi di spiegarsi quell’immenso mistero che è la vita, ma un semplice saluto, un modo (il migliore probabilmente che conosceva) per salutare tutti, per fare un breve resoconto. E se si pensa che a scrivere è qualcuno che ha pochi mesi e istanti di vita, se ne comprende il valore di ogni passo, di ogni parola. Come il tempo da sempre dedicato ai suoi pazienti e alla cura con cui ha sempre raccontato le storie, alle volte ai limiti dell’immaginazione, in modo anche ironico,  storie altrimenti taciute.

Al centro di queste pagine la sua vita, e un sentimento quindi, di gratitudine:  parola solida quieta, compatta, armoniosa, una parola generosa perchè un dono per chi la coglie, autentica, perchè racchiude certamente un cammino, vero, umano, fatto su una terra tangibile. Una parola che ha le braccia forti del contadino, che semina vita e la leggerezza del vento che la diffonde, una parola contemplativa, perché con sè porta sempre almeno un pensiero, positivo, vivo, una parola contagiosa, che ha in sè una fede, un legame a qualcosa a qualcuno: una parola-radice.

Un libro quindi imprescindibile per chi abbia conosciuto questo autore, ma anche per chi voglia riflettere o ascoltare parole semplici, ma cariche di amore ed entusiasmo per la vita, quella vissuta e quella ancora da vivere.

Buon fine settimana a tutti!

G. M. ]

 

[Oliver Wolf Sacks (Londra, 9 luglio 1933 – New York, 30 agosto 2015) è stato un medico, neurologo e scrittore, tra i suoi libri: Risvegli (1973), dal quale l’omonimo film con Robin Williams e Robert De Niro, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, 1986; Allucinazioni, 2012]

Specchi, Eduardo Galeano

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Gli specchi sono pieni di gente.
Gli invisibili ci vedono.
I dimenticati ci ricordano.
Quando ci vediamo, li vediamo.
Quando ce ne andiamo, se ne vanno?

 

Fatti di desiderio

La vita, senza nome, senza memoria, era sola. Aveva le mani, ma non aveva chi toccare. Aveva la bocca, ma non aveva con chi parlare. La vita era una, ed essendo una non era nessuna.
Allora il desiderio tirò con il suo arco. E la freccia del desiderio divise la vità a metà e la vita fu due.
i due s’incontrarono e risero. Li faceva ridere vedersi, e anche toccarsi.

Eduardo Galeano, da Specchi (Sperling & Kupfer, 2008)

 

[ Foto: René Magritte, 1932 ]

i tuoi petali, Christian Bobin, da “La vita grande”

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Tutto ciò che amo in questa vita – le notti
d’estate, il sonno delle volpi, il silenzio dei pensatori
– assolutamente tutto riposa sulla stella bianca dei tuoi petali…

 

La pioggia costruisce attorno al tuo volto il suo monastero di gocce d’acqua. Per dei lunghi momenti mi fissi dal raggio dei tuoi occhi. Leggo davanti alla finestra. Se per guardarti alzo la testa dal libro, non riesco più a tornare a lui. Di una margherita sola con il suo fuoco bianco nell’oceano di un prato, chi se ne cura? Attingo dalla tua vista le forze necessarie per resistere al mondo. Ho pensato che potremmo, ora che della vita antica tutto è distrutto, riprendere l’alfabeto dell’eterno. Tu sarai la prima lettera. La ruota del mondo passa indifferente sulle grida dei profeti. Una sola cosa la offusca: che quaggiù rimane qualcosa di silenzioso e puro. Il cielo riposa sulla tua testa pallida e luminosa. Tutto ciò che amo in questa vita – le notti d’estate, il sonno delle volpi, il silenzio dei pensatori – assolutamente tutto riposa sulla stella bianca dei tuoi petali… Umilissima, dolce e ferma margherita, saluto in te la speranza realizzata di un mondo resuscitato, l’effrazione di una luce nella mia anima liberata.

Christian Bobin, La vita grande (AnimaMundi Edizioni)

 

[Foto: Loie Fuller (soggetto)]