La stanza, Alfonso Gatto

Dominique Issermann

Mancano gli occhi tuoi più dello specchio.

A. Gatto

 

Questa mia stanza candida di fede,
ad abitarla con eguale fede
più giovane di me, lei sola crede
alla mia nuova storia, tu non vuoi
credere, dici è tutto provvisorio.

Se mi lasci la morte o la speranza
di mutare vagando non sai dire,
né a credere sopporti che tu sia
la presenza invocata.

La mia stanza ha il vuoto che le lasci.
Non le manca la sedia, ma il tuo posto.
Non manca il giradischi, la tua voce
manca e il silenzio dell’averti intorno.

Mancano gli occhi tuoi più dello specchio.

Alfonso Gatto da “Poesie d’amore”, in Tutte le poesie, (Mondadori, 2017)

 

[Foto: Dominique Issermann]

L’indifferenza, da A. Gramsci

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ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto
anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere
la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

A. Gramsci

 

 

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

 

A. Gramsci In La città futura, 11 febbraio 1917

 

[Foto: Kai Ziehl ]

Spiegami amore, Thanassis Lambru

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Spiegami amore, come ritrovare
l’anima perduta nella violenza del mondo

T. Lambru

 

 

Spiegami tutte le cose, amore,
la luce e l’oscurità, la morte e la vita,
come si abbracciano nell’abbraccio più armonico
e danzano vorticando in un frullo d’ali,
spiegami amore, come ritrovare
l’anima perduta nella violenza del mondo,
come aggirarmi con fiducia nudo sulla terra
nei sentieri che il raggio non perfora”.

Thanassis Lambru,in Poesia n 327, Crocetti

 

[Foto: Man Ray ]

Potrebbero dirti morta, Alfonso Gatto

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I tuoi occhi son come la giovinezza
grandi, perduti, lasciano il mondo.
Potrebbero dirti morta senza rumore
e incamminare su te il cielo,
passo a passo, seguendo l’alba.
Tu sei l’amore da portare in braccio
di corsa sino al vento, sino al mare,
e dirti fredda da scaldare al fuoco
e dirti triste coi capelli neri
da pettinare eternamente, è come
deporti nel silenzio, starti accanto
udendo l’acqua battere alle rive.

Alfonso Gatto da Poesie d’amore, Prima parte, 1941-1949, (Mondadori, Milano, 1973)

 

[Foto: Man Ray, Lacrime di vetro, 1930-1932 ]

Scena finale, Blanca Varela

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Ho lasciato la porta mezza aperta
sono un animale che non si rassegna a morire

Blanca Varela

 

Ho lasciato la porta mezza aperta
sono un animale che non si rassegna a morire
l’eternità è l’oscura cerniera che cede
un piccolo rumore nella notte della carne
sono l’isola che avanza sostenuta dalla morte
o una città ferocemente accerchiata dalla vita
o forse non sono nulla
solo l’insonnia
e la brillante indifferenza degli astri
deserto destino
inesorabile il sole dei vivi si alza
riconosco quella porta
altra non c’è
ghiaccio primaverile
e una spina di sangue
nell’occhio della rosa

_
Blanca Varela

 

[Foto: Man Ray]

Curriculum vitæ, Erich Fried

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e voglio stare con gli uomini e talvolta solo
e compiango ogni notte trascorsa senza amore

E. Fried

Non sono né pietra né nuvola
né campana e neppure liuto
percosso da angelo o demone
Fin dall’inizio non sono stato che un uomo
e non voglio essere altro

Sono cresciuto come uomo
ho subìto il torto
talvolta ho fatto il torto
e talvolta il bene

Come uomo mi indigno
per l’ingiustizia e mi rallegro
per ogni barlume di speranza
Come uomo sono desto e stanco
e lavoro e ho apprensioni
e sete di comprendere
e d’essere compreso

Come uomo provo piacere per i miei amici
e provo piacere per la donna e i figli e i nipoti
e temo per loro e ho nostalgia della sicurezza
e voglio stare con gli uomini e talvolta solo
e compiango ogni notte trascorsa senza amore

Come uomo sono malato e vecchio
e morirò
e non sarò né pietra
né nuvola né campana
ma terra o cenere
ma questo non importa

Erich Fried, La libertà come l’amore

Poesia 306 Luglio/Agosto 2015

 

[Foto: Rodney Smith]

Anelando l’invisibile, Odisseas Elytis

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Uomo,

Se almeno davanti a un fiore sapessi
Comportarti
Giustamente, avresti tutto. Perché dal poco,
Anche dall’uno talvolta – come nell’amore –
Conosciamo il resto…

O. Elytis

 

 

Uomo, tuo malgrado
Malvagio – per poco non è altra la tua sorte.
Se almeno davanti a un fiore sapessi
Comportarti
Giustamente, avresti tutto. Perché dal poco,
Anche dall’uno talvolta – come nell’amore –
Conosciamo il resto. Ma la folla resta
Solo sulla superficie delle cose
Tutto vuole e prende e non le rimane nulla.

È già arrivato il pomeriggio
Sereno come a Mitilene o in un quadro
Di Theofilos, fin là a Eze,a Cap-Estel,
Insenature dove il vento assesta bracciate
Una tale trasparenza
Che tocchi le montagne e continui a vedere l’uomo
Che era passato ore prima
indifferente e che ormai dev’essere arrivato.
Dico: sì, devono essere arrivati
Al loro termine la guerra e il Tiranno nella sua caduta
E la paura dell’amore davanti alla donna nuda.
Sono arrivati, sono arrivati e solo noi non vediamo
A tentoni ci scontriamo di continuo con i nostri fantasmi.

Angelo tu che voli qui intorno
Sofferente e invisibile, prendimi per mano
Sono dorate le trappole degli uomini
Ed io non posso che restare con quelli di fuori.

Perché anche l’Invisibile lo sento presente
L’unico che io chiami Principe, quando
La casa tranquillamente
Ancorata nel tramonto
Manda bagliori
E come in un assalto un pensiero
S’impone d’un tratto mentre altrove andavamo.

Odysseas Elytis, da Fratellastri,  1974

 

[Foto: Edouard Boubat]

 

Ultimi cori per la terra promessa, G. Ungaretti

André Benamour

_

Nel sapere che siamo ancora in vita,
Che scorre sempre come sempre il vivere,
Dono e pena inattesi
Nel turbinìo continuo
Dei vani mutamenti.

G. Ungaretti

 

 

Agglutinati all’oggi
I giorni del passato
E gli altri che verranno.

Per anni e lungo i secoli
Ogni attimo sorpresa
Nel sapere che siamo ancora in vita,
Che scorre sempre come sempre il vivere,
Dono e pena inattesi
Nel turbinìo continuo
Dei vani mutamenti.

Tale per nostra sorte
Il viaggio che proseguo,
In un battibaleno
Esumando, inventando
Da capo a fondo il tempo,
Profugo come gli altri
Che furono, che sono, che saranno.

 

 

Giuseppe Ungaretti, da Il Taccuino del Vecchio

 

[Foto: André Benamour ]

la Porta che si chiude, Antonia Pozzi

Lisa Fonssagrives, by Fernand Fonssagrives, Rue de Varennes, Paris, 1949

 

E poi,
dietro la porta per sempre chiusa,
sarà la notte intera,
la frescura,
il silenzio.

A. Pozzi

 

Oh, le parole prigioniere
che battono battono
furiosamente
alla porta dell’anima
e la porta dell’anima
che a palmo a palmo
spietatamente
si chiude!
Ed ogni giorno il varco si stringe
ed ogni giorno l’assalto è più duro.
E l’ultimo giorno
– io lo so –
l’ultimo giorno
quando un’unica lama di luce
pioverà dall’estremo spiraglio
dentro la tenebra,
allora sarà l’onda mostruosa,
l’urto tremendo,
l’urlo mortale
delle parole non nate
verso l’ultimo sogno di sole.
E poi,
dietro la porta per sempre chiusa,
sarà la notte intera,
la frescura,
il silenzio.
E poi,
con le labbra serrate,
con gli occhi aperti
sull’arcano cielo dell’ombra,
sarà
– tu lo sai –
la pace.

 

[Foto: Lisa Fonssagrives, di Fernand Fonssagrives, Parigi, 1949]