L’indifferenza, da A. Gramsci

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ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto
anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere
la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

A. Gramsci

 

 

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

 

A. Gramsci In La città futura, 11 febbraio 1917

 

[Foto: Kai Ziehl ]

Tra le mosche del mercato, di F. Nietzsche e La pace delle cose selvagge, W. Berry

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Tutte le sorgenti profonde vivono con lentezza la loro esperienza: esse debbono attendere a lungo prima di sapere che cosa è caduto nella loro profondità.

F. Nietzsche

 

Entro nella pace delle cose selvagge
che non si complicano la vita per il dolore che verrà.

W. Berry

 

 

 

Amico mio, fuggi nella tua solitudine! Io ti vedo assordato dal fracasso dei grandi uomini e punzecchiato dai pungiglioni degli uomini piccoli.
La foresta e il macigno sanno tacere dignitosamente con te. Sii di nuovo simile all’albero che tu ami, dalle ampie fronde: tacito e attento si leva sopra il mare.
Là dove la solitudine finisce, comincia il mercato; e dove il mercato comincia, là comincia anche il fracasso dei grandi commedianti e il ronzio delle mosche velenose. […]Tutte le sorgenti profonde vivono con lentezza la loro esperienza: esse debbono attendere a lungo prima di sapere che cosa è caduto nella loro profondità. […]
I tuoi prossimi saranno sempre mosche velenose; ciò che in te è grande – proprio questo non può non renderli che più velenosi e sempre più mosche.
Amico mio, fuggi nella tua solitudine e là dove spira un’aria forte e inclemente. Non è tuo destino essere uno scacciamosche.

Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi

 

Quando la disperazione per il mondo
cresce dentro di me
e mi sveglio di notte al minimo rumore
col timore di ciò che sarà della mia vita
e di quella dei miei figli,
vado a stendermi là dove l’anatra di bosco
riposa sull’acqua in tutto il suo splendore
e si nutre il grande airone.
Entro nella pace delle cose selvagge
che non si complicano la vita per il dolore che verrà.
Giungo al cospetto delle acque calme.
E sento su di me le stelle cieche di giorno
che attendono di mostrare il loro lume. Per un po’
riposo tra le grazie del mondo e sono libero.

Traduzione di Paolo Severini

Wendell Berry. L’ordine della natura

in Poesia n. 258 Marzo 2011, Crocetti Editore

[Foto: Beth Moon]

 

[Proprio in questi giorni pensavo alla ipocrisia di quei mercati delle mosche che sono i social network, e soprattutto mi riferisco a due aspetti di questi: e cioè l’ammassare (letteralmente) contatti, e la filosofia del “mi piace”. A chi crede di aver fatto un salto di qualità spegnendo la tv e connettendosi a questi, mi dispiace disilluderli, la filosofia è la stessa, il loro linguaggio simile: “è perfettamente pragmatico e non ammette reppliche, alternative, resistenze” (Pasolini). Ovviamente si potrebbe obiettare che di fatto sui social si comunica, anzi sembrano quasi essere il territorio della comunicazione per eccellenza! Ma se comunicare – come ci suggerisce il termine stesso – è un mettere in comune, e cioè condividere qualcosa di proprio con l’altro, soprattutto qualcosa di diverso all’altro, all’interno di un terreno condiviso, cosa abbiamo da spartire con la maggior parte dei nostri contatti, e, soprattutto, di così urgente? La nostra felicità? I nostri pensieri? La nostra follia? La nostra solitudine? Parlavo di ipocrisia, questo perché da che mondo è mondo, a parte rare eccezioni, le persone purtroppo sono spesso alimentate da un senso particolare di invidia verso l’altro, com’è possibile  invece che, da quando è arrivato Facebook nelle nostre case, abbiamo così tante persone felici della nostra felicità, interessate ai nostri pensieri, attente ai nostri progressi? E soprattutto: d’accordo con noi! Dove il massimo dell’alternativa, del contrasto sono i cosiddetti hater (di fatto malati) , mai una comunicazione basata sul dialogo, sul presentare prospettive diverse per poi lasciarsi contaminare dall’altro. Solo persone che girano su se stesse e si autocompiacciono della loro bontà o saggezza da “copia e incolla”. qualcosa non torna… e a non tornare ahimé siamo proprio noi, dove? a casa! Nella nostra dimora, nella nostra anima, nei pensieri, nei nostri interessi, attraverso la nostra corporeità, quella che ci permette di assaporare il gusto della vita e il piacere di ciò che ci circonda, un ritorno alla nostra solitudine, un ritorno alla pace delle cose selvagge, un ritorno all’autenticità dell’altro.

 

P.S. Ovviamente il discorso non è rivolto a quel 2-5% di mondo social che invece rappresenta una fonte inesauribile di condivisione e scambio; lo stesso vale per la televisione, della quale se ne fa un cattivissimo uso per lo più, ma che rappresenta (come ha rappresentato) un grande mezzo di condivione e formazione, il problema non sono i mezzi, anzi, ma l’uso ( o il cattivo uso) che se ne fa.]

Ho imparato a volare, F. Nietzsche da Così parlò Zarathustra

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Non con la collera, col riso si uccide.

Adesso sono lieve, adesso io volo,
adesso vedo al di sotto di me, adesso
è un dio a danzare, se io danzo.

 

 

Io non ho più sentimenti in comune con voi: questa nube, che io vedo sotto di me, questa pesante cupezza, di cui rido, – proprio questa è la vostra nube temporalesca. Voi guardate verso l’alto, quando cercate elevazione. E io guardo in basso, perché sono elevato.
Chi di voi è capace di ridere e, insieme, di essere elevato?
Chi sale sulle vette dei monti più alti, ride di tutte le tragedie, finte e vere. [..]
Potrei credere solo a un dio che sapesse danzare. E quando ho visto il mio demonio, l’ho sempre trovato serio, radicale, profondo, solenne: era lo spirito di gravità, grazie a lui tutte le cose cadono. Non con la collera, col riso si uccide. Orsù, uccidiamo lo spirito di gravità. Ho imparato ad andare: da quel momento mi lascio correre. Ho imparato a volare: da quel momento non voglio più essere urtato per smuovermi. Adesso sono lieve, adesso io volo, adesso vedo al di sotto di me, adesso è un dio a danzare, se io danzo.

 

F. Nietzsche, da Del leggere e dello scrivere (in Così parlò Zarathustra, Adelphi)

 

 

[Continua il viaggio tra le pagine di Così parlò Zarathustra di Nietzsche, del quale finora ho riportato solo alcuni frammenti, molto significativi e attuali. Queste piccole parentesi saranno semplicemente un viaggio attraverso pagine di autori, quale spunto per una nuova riflessione, lungi dal voler trattare di argomenti filologici o relativi alla storia della filosofia o di altra natura. Ovviamente non potrà farlo nè vorrei per ogni libro che leggo, ma solo per quelli più significativi, densi, o semplicemente per quelli che per un motivo o per un altro mi sono più congeniali.

Siamo quindi nella seconda parte, quella dedicata ai discorsi di Zarathustra,  sceso dopo dieci anni da eremita sui monti, con la volontà di illuminare l’umanità intera della propria saggezza e dell’avvento del superuomo. Siamo di fronte a un libro che nel suo genere potrebbe essere erroneamente preso quale  ispiratore di violenza, con i suoi continui rinvii a battaglie, sangue, guerrieri, morte, uccisione (come appunto fu ai tempi del nazismo), ma tale non è. Nietzsche parla  invece di un rinnovamento dell’anima, della necessità dell’uomo (tutta l’umanità) di prendere coscienza dei propri limiti, non si riferisce all’uomo quale specie superiore, o addirittura a una parte di umanità rispetto all’altra, e così via.

Nel discorso in questione “del leggere e dello scrivere”, si parla quindi della condizione di un’umanità passiva di fronte alla vita, un’umanità capace di credere solo in una vita fatta di sacrifici e in un dio serio, radicale, solenne, a cui il filosofo contrappone la lievità, la forza di un’anima capace di ridere. Con/come un dio che danza, di una vita vissuta per il piacere di essere tale, e dell’elevazione della sua anima in riferimento a questa consapevolezza.

Mi piacerebbe poter estendere queste riflessioni, e coivolgere chi voglia a intervenire. Fatelo pure se vi va, commenti, ulteriori chiarimenti, riferimenti, pensieri liberi, esperienze, tutto è fonte di arricchimento tra queste pagine. ]

 

[Foto: Gilbert Garcin]

È tempo… da Così parlò Zarathustra, F. Nietzsche

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Bisogna avere ancora un caos dentro di sè
per partorire una stella danzante.
Io vi dico: voi avete ancora del caos dentro di voi.

F. Nietzche

 

 

È tempo che l’uomo fissi la propria meta. È tempo che l’uomo pianti il seme della sua speranza più alta.
Il suo terreno è ancora abbastanza fertile per ciò. Ma questo terreno sarà un giorno impoverito e addomesticato, e non ne potrà più crescere un albero superbo.
Guai! Si avvicinano i tempi in cui l’uomo non scaglierà più la freccia anelante al di là dell’uomo, e la corda del suo arco avrà disimparato a vibrare!
Io vi dico: bisogna avere ancora un caos dentro di sè per partorire una stella danzante. Io vi dico: voi avete ancora del caos dentro di voi.
Guai! Si avvicinano i tempi in cui l’uomo non partorirà più stella alcuna. Guai! Si avvicinano i tempi dell’uomo più spregevole, quegli che non sa disprezzare se stesso.

 

Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi

L’eterno ritorno, F. Nietzsche

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… ma ogni dolore e ogni piacere
e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola
e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te …

 

 

Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!

 

F. Nietzsche, La gaia scienza, Adelphi

 

 

[Foto: Uroboro

*L’Uroboro, detto comunemente Ouroboros (ma anche Oroborus, Uroboros e Oroboro, dal greco οὐροβόρος ὄφις, “serpente che mangia la coda“), è un simbolo molto antico, presente in molti popoli e in diverse epoch. Rappresenta un serpente o un drago che si morde la coda, formando un cerchio senza inizio né fine.

Apparentemente immobile, ma in eterno movimento, rappresenta il potere che divora e rigenera se stesso, l’energia universale che si consuma e si rinnova di continuo, la natura ciclica delle cose, che ricominciano dall’inizio dopo aver raggiunto la propria fine. Simboleggia quindi l’unità e l’androgino primordiale, la totalità del tutto, l’infinito, l’eternità, il tempo ciclico, l’eterno ritorno, l’immortalità e la perfezione ]