Il postino: Ode al Mare, Pablo Neruda

Una tra le scene più belle de Il postino (1994, regia: Michael Radford, Massimo Troisi), film  dove si racconta l’incontro tra  Mario Ruoppolo, che vive su un’isola del sud Italia, e Pablo Neruda, nella quale il poeta ha trovato asilo politico. E proprio in questa occasione Mario viene assunto come postino con l’unico compito di consegnare la posta al poeta. Nascerà  un incessante dialogo tra i due che diverrà metafora dell’incontro della poesia con la vita, una scena e un film in grado di raccontare (come pochi altri) l’essenza della poesia con semplicità e autenticità.

La poesia recitata nel film, dal titolo Ode al mare, è scritta dallo stesso Neruda .

Creatura selvatica – “Colazione da Tiffany”, Truman Capote

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… Se vi concederete il lusso di amare una creatura selvatica, finirete per guardare il cielo.

 

Non si può dare il proprio cuore a una creatura selvatica. Più le si vuole bene e più diventa ribelle, finché un giorno se ne riscappa nella prateria e vola in cima a un albero, e poi su un albero più alto, e poi in cielo. E sarà questa la vostra fine, signor Bell, se vi concederete il lusso di amare una creatura selvatica, finirete per guardare il cielo.

Truman Capote,  Colazione da Tiffany

 

 

Lilies of the valley, dal film “Pina” di Wim Wenders – Musica: Jun Miyake

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… Sciacqua, sciaborda,
scroscia, schiocca, schianta,
romba, ride, canta,
accorda, discorda,
tutte accoglie e fonde
le dissonanze acute
nelle sue volute
profonde,
libera e bella,
numerosa e folle,
possente e molle,
creatura viva
che gode
del suo mistero
fugace.

Gabriele D’Annunzio – da L’Onda

[Tra tutte le cose pubblicate qui, in questi anni, penso di poter affermare senza ombra di dubbio che questo video- tratto dal film documentario realizzato da Wim Wenders nel 2011, quale tributo a Pina Bausch – sia una delle cose più incantevoli mai viste. Per questo ve ne consiglio vivamente la visione, se amate la Bellezza ne rimarrete sicuramente colpiti ed estasiati.  ]

Video: Wim Wenders, Pina (2011)

Musica: Jun Miyake, Lillies of the Valley

Mio caro Simone… dal film “La finestra di fronte” di Ferzan Ozpetek

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Le anime hanno un loro particolar modo d’intendersi, d’entrare in intimità, fino a darsi del tu, mentre le nostre persone sono tuttavia impacciate nel commercio delle parole comuni, nella schiavitù delle esigenze sociali.

 Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal

 

Tutti quelli che se ne vanno ti  lasciano sempre addosso un po’ di sé, è questo il segreto della memoria?

dal film La finestra di fronte, F. Ozpetek

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Mio caro Simone,
dopo di te, il rosso non è più rosso. L’azzurro del cielo non è più azzurro. Gli alberi non sono più verdi. Dopo di te, devo cercare i colori dentro la nostalgia che ho di noi. Dopo di te, rimpiango persino il dolore che ci faceva timidi e clandestini.
Rimpiango le attese, le rinunce, i messaggi cifrati, i nostri sguardi rubati in mezzo a un mondo di ciechi, che non volevano vedere perché, se avessero visto, saremmo stati la loro vergogna, il loro odio, la loro crudeltà. Rimpiango di non aver avuto ancora il coraggio di chiederti perdono. Per questo, non posso più nemmeno guardare dentro la tua finestra. Era lì che ti vedevo sempre, quando ancora non sapevo il tuo nome.
E tu sognavi un mondo migliore, in cui non si può proibire ad un albero di essere albero, e all’azzurro di diventare cielo. Non so se questo è un mondo migliore, ora che nessuno mi chiama più Davide, ora che mi sento chiamare soltanto signor Veroli, come posso dire che questo è un mondo migliore?
Come posso dirlo senza di te?

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Lettera scritta da Davide Veroli a Simone
dal film La finestra di fronte di Ferzan Ozpetek (2003)

[Foto: Leon Levinstein]

Il contatto, Christoph Wilhelm Aigner

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La vita è un sospiro, ed è di questo sospiro
che ti devi impossessare.

dal film Pollo alle prugne

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Semplicemente lo voglio dire
È stato un contatto casuale
e anche un sorriso
Nulla più. Ma ancora
ne scaturiscono giorni quasi
la terra dondolasse appesa a
un grande ombrello di seta blu.

Christoph Wilhelm Aigner

 

[Foto: Pollo alle prugne, 2011, scritto e diretto da Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud]

Blue Velvet

 

She wore blue velvet
Bluer than velvet was the night
Softer than satin was the light
From the stars

She wore blue velvet
Bluer than velvet were her eyes
Warmer than May, her tender sighs
Love was ours

Ours, a love I held tightly
Feeling the rapture grow
Like a flame burning brightly
But when she left gone was the glow of

Blue velvet
But in my heart there’ll always be
Precious and warm a memory through the years
And I still can see blue velvet through my tears

She wore blue velvet
But in my heart there’ll always be
Precious and warm a memory through the years
And I still can see blue velvet through my tears

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Velluto Blu

Lei vestiva il velluto blu
La notte era più blu del velluto
La luce delle stelle era più soffice
della seta

Lei vestiva il velluto blu
I suoi occhi erano più blu del velluto
I suoi dolci sospiri erano più caldi del maggio
L’amore era nostro

Nostro, un amore che mi tenevo stretto
Mentre sentivo crescere il rapimento
Come una fiamma che ardeva luminosa
Ma quando se ne andò svanì l’ardore del

Velluto blu
Ma nel mio cuore rimarrà sempre prezioso
E caldo il ricordo attraverso gli anni
E tra le mie lacrime posso ancora vedere
il velluto blu

Lei vestiva il velluto blu
Ma nel mio cuore, nel corso degli anni,
rimarrà sempre un ricordo caldo e prezioso
E tra le mie lacrime posso ancora vedere
il velluto blu

[dal film Blue Velvet diretto da David Linch con Isabella Rossellini e Kyle MacLachlan (1986) ]

Febbre, Sarah Kane

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E voglio giocare a nascondino e darti i miei vestiti e dirti che mi piacciono le tue scarpe e sedermi sugli scalini mentre fai il bagno e massaggiarti il collo e baciarti i piedi e tenerti la mano e andare a cena fuori e non farci caso se mangi dal mio piatto e incontrarti da Rudy e parlare della giornata e battere a macchina le tue lettere e portare le tue scatole e ridere della tua paranoia e darti nastri che non ascolti e guardare film bellissimi e guardare film orribili e lamentarmi della radio e fotografarti mentre dormi e svegliarmi per portarti caffè brioches e ciambella e andare da Florent e bere caffè a mezzanotte e farmi rubare tutte le sigarette e non trovare mai un fiammifero e dirti quali programmi ho visto in tv la notte prima e portarti a far vedere l’occhio e non ridere delle tue barzellette e desiderarti di mattina ma lasciarti dormire ancora un po’ e baciarti la schiena e carezzarti la pelle e dirti quanto amo i tuoi capelli i tuoi occhi le tue labbra il tuo collo i tuoi seni il tuo culo il tuo

e sedermi a fumare sulle scale finché il tuo vicino non torna a casa e sedermi a fumare sulle scale finché tu non torni a casa e preoccuparmi se fai tardi e meravigliarmi se torni presto e portarti girasoli e andare alla tua festa e ballare fino a diventare nero e essere mortificato quando sbaglio e felice quando mi perdoni e guardare le tue foto e desiderare di averti sempre conosciuta e sentire la tua voce nell’orecchio e sentire la tua pelle sulla mia pelle e spaventarmi quando sei arrabbiata e hai un occhio che è diventato rosso e l’altro blu e i capelli tutti a sinistra e la faccia orientale e dirti che sei splendida e abbracciarti se sei angosciata e stringerti se stai male e aver voglia di te se sento il tuo odore e darti fastidio quando ti tocco e lamentarmi quando sono con te e lamentarmi quando non sono con te e sbavare dietro ai tuoi seni e coprirti la notte e avere freddo quando prendi tutta la coperta e caldo quando non lo fai e sciogliermi quando sorridi e dissolvermi quando ridi e non capire perché credi che ti rifiuti visto che non ti rifiuto e domandarmi come hai fatto a pensare che ti avessi rifiutato e chiedermi chi sei ma accettarti chiunque tu sia e raccontarti dell’angelo dell’albero il bambino della foresta incantata che attraversò volando gli oceani per amor tuo e scrivere poesie per te e chiedermi perché non mi credi e provare un sentimento così profondo da non trovare le parole per esprimerlo e aver voglia di comperarti un gattino di cui diventerei subito geloso perché riceverebbe più attenzioni di me e tenerti a letto quando devi andare via e piangere come un bambino quando te ne vai e schiacciare gli scarafaggi e comprarti regali che non vuoi e riportarmeli via e chiederti di sposarmi e dopo che mi hai detto ancora una volta di no continuare a chiedertelo perché anche se credi che non lo voglia davvero io lo voglio veramente sin dalla prima volta che te l’ho chiesto e andare in giro per la città pensando che è vuota senza di te e volere quello che vuoi tu e pensare che mi sto perdendo ma sapere che con te sono al sicuro e raccontarti il peggio di me e cercare di darti il meglio perché è questo che meriti e rispondere alle tue domande anche quando potrei non farlo e cercare di essere onesto perché so che preferisci così e sapere che è finita ma restare ancora dieci minuti prima che tu mi cacci per sempre dalla tua vita e dimenticare chi sono e cercare di esserti vicino perché è bello imparare a conoscerti e ne vale di sicuro la pena e parlarti in un pessimo tedesco e in un ebraico ancora peggiore e far l’amore con te alle tre di mattina e non so come non so come non so come comunicarti qualcosa dell’assoluto eterno indomabile incondizionato inarrestabile irrazionale razionalissimo costante infinito amore che ho per te.

Sarah Kane, Crave (Febbre, 1998)

*Il  grassetto è stato aggiunto da me.

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[Il brano citato è forse quello che meno rappresenta la dissacrante scrittura di Sara Kane, ma è anche quello che resta più impresso a chi legge per la prima volta Crave: perchè disperato folle carnale verace dissoluto profondo incolmabile come può essere il cuore di chi ama. Sara Kane faceva parte di quelle anime per cui teatro e vita, arte e esistenza sono la stessa cosa e proprio per questo il suo ultimo testo Psicosi delle 4.48 (quello che preferisco) non solo scava nel profondo dei suoi abissi ma ci fa una cronaca dettagliata di ciò che sarà il suo destino, a soli 28 anni. Le 4.48 è infatti l’ora notturna che statisticamente è di maggiore attrazione per il suicidio: ” Alle 4:48 quando la lucidità mi fa visita per un’ora e dodici minuti sono in me. Passata quell’ora sarò di nuovo andata, marionetta in pezzi, ridicola folle. Ora sono qui e riesco a vedermi ma quando sono rapita da basse illusioni di felicità l’orrendo incantesimo di questo motore di magie, non riesco a toccare il mio vero io. Perché mi credi in quei momenti e non adesso? Ricorda la luce e credi nella luce. Nulla importa ormai. Smettila di giudicare dalle apparenze, dai un giudizio obiettivo.- Tranquilla. Presto starai meglio.”. Voglio ricordare infine la sua unica sceneggiatura cinematograsica, Skin,  cortometraggio diretto da Vincent O’Connell]

 

 

La vita era …

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La vita era come una strana vacanza. Mai Jules e Jim avevano giocato una partita a domino così importante. Il tempo passava. La felicità si racconta male perché non ha parole, ma si consuma e nessuno se ne accorge.

Jules and Jim, François Truffaut

(film ispirato all’omonimo romanzo di Henri-Pierre Roché)

 

 

 

Viva! Viva! Viva!!! C. Chaplin

 

“Ma c’è una cosa altrettanto inevitabile quanto la morte, ed è la vita. Viva! Viva! Viva! Pensi alla forza che è nell’universo, che fa muovere la terra e crescere gli alberi! E c’è la stessa forza dentro di lei, purché solo abbia il coraggio e la volontà di usarla.

Charlie Chaplin, monologo da Luci della ribalta, 1952

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” … Perché perfino le stelle, a volte, si scontrano fra loro dando origine a nuovi mondi.”

 

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito com’è imbarazzante aver voluto imporre a qualcuno i miei desideri, pur sapendo che i tempi non erano maturi e la persona non era pronta, anche se quella persona ero io. Oggi so che questo si chiama rispetto.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di desiderare un’altra vita e mi sono accorto che tutto ciò che mi circonda é un invito a crescere. Oggi so che questo si chiama maturità.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito di trovarmi sempre ed in ogni occasione al posto giusto nel momento giusto e che tutto quello che succede va bene. Da allora ho potuto stare tranquillo. Oggi so che questo si chiama stare in pace con se stessi.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di privarmi del mio tempo libero e di concepire progetti grandiosi per il futuro. Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e divertimento, ciò che amo e che mi fa ridere, a modo mio e con i miei ritmi. Oggi so che questo si chiama sincerità.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono liberato di tutto ciò che non mi faceva del bene: persone, cose, situazioni e tutto ciò che mi tirava verso il basso allontanandomi da me stesso; all’inizio lo chiamavo sano egoismo, ma oggi so che questo è amore di sé.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di voler avere sempre ragione. E cosi ho commesso meno errori. Oggi mi sono reso conto che questo si chiama semplicità.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono rifiutato di vivere nel passato e di preoccuparmi del mio futuro. Ora vivo di più nel momento presente, in cui tutto ha un luogo. E’ la mia condizione di vita quotidiana e la chiamo perfezione.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono reso conto che il mio pensiero può rendermi miserabile e malato. Ma quando ho chiamato a raccolta le energie del mio cuore, l’intelletto è diventato un compagno importante. Oggi a questa unione do il nome di saggezza interiore. Non dobbiamo continuare a temere i contrasti, i conflitti e i problemi con noi stessi e con gli altri perché perfino le stelle, a volte, si scontrano fra loro dando origine a nuovi mondi.

Oggi so che tutto questo è la vita.

Charlie Chaplin, Discorso per i suoi settant’anni

 

 

… dicono di Me: discorsi sulla poesia

 

 

“…E se non avete i mezzi non vi preoccupate, tanto per fare poesie una sola cosa è necessaria: Tutto!”

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Su su.. svelti eh? svelti, veloci, piano, con calma… Non v’affrettate, eh? poi non scrivete subito poesie d’amore, eh? che sono le più difficili, aspettate almeno almeno un’ottantina d’anni.

Scrivetele su un altro argomento, che ne so… su… su… sul mare, il vento, un termosifone, un tram in ritardo ecco, che non esiste una cosa più poetica di un’altra! eh? avete capito? la poesia non è fuori, è dentro… cos’è la poesia, non chiedermelo più, guardati nello specchio, la poesia sei tu.

E vestitele bene le poesie! cercate bene le parole, dovete sceglierle! a volte ci vogliono otto mesi per trovare una parola! sceglietele. che la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere. da adamo ed eva: lo sapete eva, quanto c’ha messo prima di scegliere la foglia di fico giusta?! “come mi sta questa, come mi sta questa, come mi sta questa…”: ha spogliato tutti i fichi del paradiso terrestre! innamoratevi!

Se non vi innamorate è tutto morto… morto! Tutto è! Vi dovete innamorare e tutto diventa vivo, si muove tutto. Dilapidate la gioia, sperperate l’allegria… siate tristi e taciturni, con esuberanza: fate soffiare in faccia alla gente la felicità! e come si fa? (fammi vedere gli appunti che mi son scordato)… questo è quello che dovete fare! (non sono riuscito a leggerli! mò mi sò dimenticato!). Per trasmettere la felicità, bisogna essere felici, e per trasmettere il dolore, bisogna essere… felici. siate felici!

Dovete patire, stare male, soffrire… non abbiate paura a soffrire, tutto il mondo soffre! eh? e se non avete i mezzi non vi preoccupate, tanto per fare poesie una sola cosa è necessaria: tutto. avete capito? e non cercate la novità… la novità è la cosa più vecchia che ci sia,  e se il verso non vi viene da questa posizione, da questa, da così beh: buttatevi in terra! mettetevi così! ecco… ohooo… è da distesi che si vede il cielo: guarda che bellezza perché non mi ci sono messo prima?

Cosa guardate? i poeti non guardano: vedono. fatevi obbedire dalle parole… se la parola “muro”, “muro!” non vi da retta, non usatela più per-otto-anni, così impara! che è questo? bhooo non lo so! questa è la bellezza, come quei versi là che voglio che rimangano scritti li, per sempre. forza, cancellate tutto che dobbiamo cominciare. la lezione è finita.

discorso sulla poesia di:

Roberto Benigni, da “La tigre e la neve (2005)