Tu non sai, Alda Merini

Te l’ho già detto: i poeti non si redimono, vanno lasciati
volare tra gli alberi come usignoli pronti a morire.

I grandi poeti sanno fare questo stacco tra la loro morte
cerebrale, fisica e la vita di tutti, parlano come dall’aldilà.

A. Merini

 

Tu non sai: ci sono betulle che di notte levano le loro radici, e tu non crederesti mai che di notte gli alberi camminano o diventano sogni. Pensa che in un albero c’è un violino d’amore. Pensa che un albero canta e ride. Pensa che un albero sta in un crepaccio e poi diventa vita. Te l’ho già detto: i poeti non si redimono, vanno lasciati volare tra gli alberi come usignoli pronti a morire.

Alda Merini, L’anima innamorata, Frassinelli, Milano 2000

[Video: Alda, Ricky Farina]

[Per  Discorsi per la poesia, un breve film di Ricky Farina dedicato ad Alda Merini, dove ci parla del mistero della poesia, e della sua poesia, e dove si ha la possibilità di passare qualche minuto con questa poetessa, dalla semplicità e carica umana unica.]

La precisione della poesia, Chandra Livia Candiani

La poesia è un dono fatto agli attenti, un dono che implica destino

P. Celan

 

Ci sono tutti, tutti quanti,
non in fila, e nemmeno
in cerchio,
ma mescolati come farina e acqua
nel gesto caldo
che fa il pane:
io è un abbraccio.

C. L. Candiani

 

Ho sperato tanto nelle parole e ho bussato tanto dentro le parole, ho anche spalancato le parole, fracassato le parole, accarezzato le parole. La parola è in via d’estinzione, penso che dovremmo svegliarci e accorgercene che tra le tante cose del nostro pianeta che stanno morendo ci sono anche le parole, e averne tanta cura, coltivare una vera passione per le parole che ancora possono raggiungere l’altro. Le parole sono un ponte tra io e tu, e spesso servono invece per dividere.

 

La poesia per me è una non specialità, non sapere niente di speciale, non sapere, ma un immergersi nel non lo so, un ricevere le parole come arrivassero da una grande bocca misteriosa e farsi tutt’orecchi. Diceva Paul Celan “La poesia è un dono fatto agli attenti, un dono che implica destino”, e io sento una grande gratitudine perché la poesia è venuta a trovarmi quando avevo dieci anni, e spero che non mi abbandonerà mai, perché è la mia religione, è quella cosa che mi lega alla vita, che mi lega anche a tutti gli invisibili, soprattutto ai bambini che non vengono visti né ascoltati, che grazie alla poesia possono trovare una lingua madre. La poesia è la lingua di chi non sa parlare.

Chandra Livia Candiani

 

 

[Parole per riflettere, parole per sorridere, parole per tacere e ascoltare: età. radici, parole, poesia, oggetti, casa, luna, notte, luce, maestri, connessioni, mappa… Sono tante le parole rievocate in questo breve documentario dove, con semplicità e delicatezza, Livia Chandra Candiani racconta a noi -e forse un po’ a se stessa- il mistero della vita, l’esperienza della poesia, il non detto delle cose, ad offrirci, in un pomeriggio qualunque, una tazza di té al momento giusto.]

 

 

Preghiera alla poesia, Antonia Pozzi

 

Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.

A. Pozzi

 

 

Oh, tu bene mi pesi
l’anima, poesia:
tu sai se io manco e mi perdo,
tu che allora ti neghi
e taci.

Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda:
tu lo sai,
tu lo sai che ho tradito,
ho camminato sul prato d’oro
che fu mio cuore,
ho rotto l’erba,
rovinata la terra –
poesia – quella terra
dove tu mi dicesti il più dolce
di tutti i tuoi canti,
dove un mattino per la prima volta
vidi volar nel sereno l’allodola
e con gli occhi cercai di salire –
Poesia, poesia che rimani
il mio profondo rimorso,
oh aiutami tu a ritrovare
il mio alto paese abbandonato –
Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.

 

Pasturo, 23 agosto 1934

 

Antonia Pozzi, Pregliera alla poesia (da Poesia che mi guardi, Luca Sossella Editore, 2010)

[Foto: Antonia Pozzi]

 

[In onore dell’anniversario della sua nascita, il 13 febbraio, qualche giorno fa ho trovato diverse poesie ed articoli dedicati ad Antonia Pozzi, poetessa per lungo tempo dimenticata, ma che oggi è il simbolo di una delle voci femminili più autentiche del primo ‘900. Questa che vi propongo è una delle sue poesie più profonde, una poesia con la quale è riuscita a sorvolare su tempo, imposizioni sociali, culturali, familiari. Una poesia capace di scavalcare le dimensioni dell’umano e raccontarsi con quella affilata cognizione di sè unita ad un’ implacabile autenticità che è sola di rari esseri:e cioè degli animali, dei bambini e dei poeti; dimostrando ancora una volta come in una realtà sempre più affollata di maschere, la poesia riesca a penetrare il guscio più spesso e farsi raggio. E questa non è solo la confessione più disarmante che abbia mai letto, ma è anche il dono autentico di sè, fatto alla poesia e soprattutto a noi.

Vi lascio il link a una breve intervista a Marina Spada, che riuscì a catturare vita e opere di questa scrittrice in un breve documentario, uscito poi nel 2010 con il titolo “Poesia che mi guardi“, insieme alla raccolta più amplia mai pubblicata fino allora delle opere della Pozzi.  Provo un affetto particolare per questo libro, perchè tra l’altro fu un sostegno per me unico in un periodo profondamente buio della mia vita.]

 

http://www.letteratura.rai.it/articoli/poesia-che-mi-guardi-un-ritratto-di-antonia-pozzi/13601/default.aspx

 

*P.S. Nel video sentirete parlare dei poeti H5N1, presto vi parlerò anche di loro

Il poeta, Marina Cvetaeva

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Giacché il suo
è passo di cometa: brucia e non scalda,
cuoce e non matura – furto! scasso! –
tortuoso sentiero chiomato
ignoto a tutti i calendari.

M. Cvetaeva

 

 

 

Da lontano – il poeta prende la parola.
Le parole lo portano – lontano.
Per pianeti, sogni, segni … Per le traverse vie
dell’allusione. Tra il sì e il no il poeta,
anche spiccando il volo da un balcone
trova un appiglio. Giacché il suo
è passo di cometa. E negli sparsi anelli
della causalità è il suo nesso. Disperate –
voi che guardate il cielo! L’eclisse del poeta
non c’è sui calendari. Il poeta è quello
che imbroglia in tavola le carte,
che inganna i conti e ruba il peso.
Quello che interroga dal banco,
che sbaraglia Kant,
che sta nella bara di Bastiglie
come un albero nella sua bellezza.
E’ quello che non lascia tracce,
il treno a cui non uno arriva
in tempo …

             Giacché il suo

è passo di cometa: brucia e non scalda,
cuoce e non matura – furto! scasso! –
tortuoso sentiero chiomato
ignoto a tutti i calendari.

 

Marina Cvetaeva, in Poesia (ed. Crocetti, 1994 – riproposto per il numero speciale 333, gennaio 2018)

[Foto: Jarek Kubicki]

Alda Merini: la mia poesia…

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I poeti non credono alle date,
credono che la loro storia cominci
dalla presenza.
A. Merini
 
 _
_
Mi hanno detto che la mia poesia non ha un centro
che è come un’incandescenza pura
e che alla fine non genera figura…
Ma io sono il Nilo che a volte straripa,
straripando può mettere paura
ma dopo ti fa crescere la rosa
e l’indole dell’Egitto…
 _
Alda Merini (da DiVersi, a cura di Nicola Crocetti)
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Ci sono pittori che scrivono con le rime
e disegnano foreste entro cui
vanno a vivere con i loro amori.
Si contentano di un solo pensiero,
lo vestono di rubini e
credono che sia un re.
I poeti non credono alle date,
credono che la loro storia cominci
dalla presenza.

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Alda Merini  da L’anima innamorata, Feltrinelli 2000

Una poesia è una città, Charles Bukowski

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Una poesia è una città piena di strade e tombini
piena di santi, eroi, mendicanti, pazzi,
piena di banalità e di roba da bere,
piena di pioggia e di tuono e di periodi
di siccità, una poesia è una città in guerra,
una poesia è una città che chiede a una pendola perché,
una poesia è una città che brucia,
una poesia è una città sotto le cannonate
le sue sale da barbiere piene di cinici ubriaconi,
una poesia è una città dove Dio cavalca nudo
per le strade come Lady Godiva,
dove i cani latrano di notte, e fanno scappare
la bandiera; una poesia è una città di poeti,
per lo più similissimi tra loro
e invidiosi e pieni di rancore…
una poesia è questa città adesso,
50 miglia dal nulla,
le 9,09 del mattino,
il gusto del liquore e delle sigarette,
né poliziotti né innamorati che passeggiano per le strade,
questa poesia, questa città, che serra le sue porte,
barricata, quasi vuota,
luttuosa senza lacrime, invecchiata senza pietà,
i monti di roccia dura,
l’oceano come una fiamma di lavanda,
una luna priva di grandezza,
una musichetta di finestre rotte…

Una poesia è una città, una poesia è una nazione,
una poesia è il mondo…

e ora metto questo sotto vetro
perché lo veda il pazzo direttore,
e la notte è altrove
e signore grigiastre stanno in fila,
un cane segue l’altro fino all’estuario,
le trombe annunciano la forca
mentre piccoli uomini vaneggiano di cose
che non possono fare.

Charles Bukowski, Una poesia è una città

____

 

A poem is a city filled with streets and sewers
filled with saints, heroes, beggars, madmen,
filled with banality and booze,
filled with rain and thunder and periods of
drought, a poem is a city at war,
a poem is a city asking a clock why,
a poem is a city burning,
a poem is a city under guns
its barbershops filled with cynical drunks,
a poem is a city where God rides naked
through the streets like Lady Godiva,
where dogs bark at night, and chase away
the flag; a poem is a city of poets,
most of them quite similar
and envious and bitter…
a poem is this city now,
50 miles from nowhere,
9:09 in the morning,
the taste of liquor and cigarettes,
no police, no lovers, walking the streets,
this poem, this city, closing its doors,
barricaded, almost empty,
mournful without tears, aging without pity,
the hardrock mountains,
the ocean like a lavender flame,
a moon destitute of greatness,
a small music from broken windows…

a poem is a city, a poem is a nation,
a poem is the world…

and now I stick this under glass
for the mad editor’s scrutiny,
the night is elsewhere

and faint gray ladies stand in line,
dog follows dog to estuary,
the trumpets bring on gallows
as small men rant at things
they cannot do.

Charles Bukowski, A poem is a city

[Foto: Gianni Berengo Gardin, Parigi, 1989 ]

Si ringrazia il blog  nonsolobiancoenero per la condivisione

Nobiltà, Juan Gelman

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La poesia è pallida e nobile.
Non cambia niente, non incurva colline, non
dà un solo frutto rosso, non
fa rumore di chi strappa
un pezzo di pane per offrire
un pezzo di pane.
Si rannicchia in un angolo e
non si lamenta.
Vive in tutto ciò che si innalza
all’aria e al nascere.
Non chiede nemmeno una visita.
Le basta quel che non è successo.

Juan Gelman,  Nobiltà (in “L’anima dei poeti”)

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El poema es pálido y noble.
No cambia nada, no curva colinas, no
da una sola fruta roja, ni
hace el ruido de quien arranca
un pedazo de pan para dar
un pedazo de pan.
Se acuclilla en un rincón y
no se queja.
Vive en todo lo que se alza
al aire y de nacer.
Ni pide que lo visiten.
Le basta con lo que no sucedió

Juan Gelman, Noblezas

Dicono di Me: discorsi sulla Poesia, Wislawa Szymborska

L’hanno amata, odiata, adorata, scomunicata, – ne hanno annunciato innumerevoli morti, infinite rinascite – ma lei continua a esistere pulsare  vivere tra le mura di un teatro, le canzoni di una madre, nelle vesti di una statua, negli occhi di chi ama, cinema fotografia danza persino la pubblicità non può farne a meno. E per quanto risulti difficile parlarne (perché la sua è un’ immensità a perdita di fiato), qualcuno ci ha provato, ecco perché vorrei a uno a uno riuscire a scovare quei discorsi, non importa se piccoli o grandi, non importa di chi: poeti, girovaghi o passanti: discorsi sulla Poesia.

Dopo quello di Benigni, eccone un altro, di Wislawa Szymborska: una tra le poetesse più conosciute e influenti degli ultimi decenni. Il suo verso libero, ironico, lo sguardo minuziosamente attento al suo secolo, ai piccoli dettagli dell’esistenza, hanno conquistato il mondo. Si tratta del discorso tenuto in occasione del conferimento del Nobel nel 1996. Parole forti, ma anche intime, sottili, vicine- un bisturi in petto alla realtà. Le parole di una grande voce del nostro secolo ma anche di un’amica, una confidente, qualcuno che di poesia ne sa qualcosa …

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“Per la poesia che con ironica precisione permette al contesto storico e biologico di venire alla luce in frammenti di realtà umana”

(Premio Nobel per la Letteratura, 1996)

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In un discorso, pare, la prima frase è sempre la più difficile. E dunque l’ho già alle mie spalle… Ma sento che anche le frasi successive saranno difficili, la terza, la sesta, la decima, fino all’ultima, perché devo parlare della poesia. Su questo argomento mi sono pronunciata di rado, quasi mai. E sempre accompagnata dalla convinzione di non farlo nel migliore dei modi. Per questo il mio discorso non sarà troppo lungo. Ogni imperfezione è più facile da sopportare se la si serve a piccole dosi.

Il poeta odierno è scettico e diffidente anche – e forse soprattutto – nei confronti di se stesso. Malvolentieri dichiara in pubblico di essere poeta – quasi se ne vergognasse un po’. Ma nella nostra epoca chiassosa è molto più facile ammettere i propri difetti, se si presentano bene, e molto più difficile le proprie qualità, perché sono più nascoste, e noi stessi non ne siamo convinti fino in fondo…
In questionari o in conversazioni occasionali, quando il poeta deve necessariamente definire la propria occupazione, egli indica un genere “letterato” o nomina l’altro lavoro da lui svolto. La notizia di avere a che fare con un poeta viene accolta dagli impiegati o dai passeggeri che sono con lui sull’autobus con una leggera incredulità e inquietudine. Suppongo che anche un filosofo susciti un eguale imbarazzo. Egli si trova tuttavia in una situazione migliore, perché per lo più ha la possibilità di abbellire il proprio mestiere con un qualche titolo scientifico, Professore di filosofia – suona molto più serio.

Ma non ci sono professori di poesia. Se così fosse, vorrebbe dire che si tratta d’una occupazione che richiede studi specialistici, esami sostenuti con regolarità, elaborati teorici arricchiti di bibliografia e rimandi, e infine diplomi ricevuti con solennità. E questo a sua volta significherebbe che per diventare poeta non bastano fogli di carta, sia pure riempiti di versi più eccelsi – ma che è necessario, e in primo luogo, un qualche certificato con un timbro. Ricordiamoci che proprio su questa base venne condannato al confino il poeta russo, poi premio Nobel, Iosif Brodskij. Fu ritenuto un “parassita” perché non aveva un certificato ufficiale che lo autorizzasse ad essere poeta…

Anni fa ebbi l’onore e la gioia di conoscerlo di persona. Notai che a lui solo, tra i poeti che conoscevo, piaceva dire di sé “poeta”, pronunciava questa parola senza resistenze interiori, perfino con una certa libertà provocatoria. Penso che ciò fosse dovuto alle brutali umiliazioni da lui subite in gioventù.

Nei paesi felici, dove la dignità umana non viene violata con tanta facilità, i poeti ovviamente desiderano essere pubblicati, letti e compresi, ma non fanno molto, o comunque assai poco, per distinguersi quotidianamente fra gli altri esseri umani. Ma fino a non molto tempo fa, nei primi decenni del nostro secolo, ai poeti piaceva stupire con un abbigliamento bizzarro e un comportamento eccentrico. Si trattava però sempre di uno spettacolo destinato al pubblico. Arrivava il momento in cui il poeta si chiudeva la porta alle spalle, si liberava di tutti quei mantelli, orpelli e altri accessori poetici, e rimaneva in silenzio, in attesa di se stesso, davanti a un foglio di carta ancora non scritto. Perché, a dire il vero, solo questo conta.

E’ significativo che si producano di continuo molti film sulla biografia di grandi scienziati e grandi artisti. Registi di una qualche ambizione intendono rappresentare in modo verosimile il processo creativo che ha condotto a importanti scoperte scientifiche o alla nascita di famosissime opere d’arte. E’ possibile mostrare con un certo successo il lavoro di taluni scienziati: laboratori, strumentazione varia, meccanismi attivati riescono per un po’ a catturare l’attenzione degli spettatori. Ci sono inoltre momenti molto drammatici in cui non si sa se l’esperimento ripetuto per la millesima volta, solo con una leggera modifica darà finalmente il risultato atteso. Possono essere spettacolari i film sui pittori – è possibile ricreare tutte le fasi della nascita di un quadro, dal tratto iniziale fino all’ultimo tocco di pennello. I film sui compositori sono riempiti dalla musica – dalle prime battute che l’artista sente in sé, fino alla partitura completa dell’opera. Tutto questo è ancora ingenuo e non dice nulla su quello strano stato d’animo popolarmente detto “ispirazione”, ma almeno c’è di che guardare e di che ascoltare.

Le cose vanno assai peggio per i poeti. Il loro lavoro non è per nulla fotogenico. Una persona seduta al tavolino o sdraiata sul divano fissa con lo sguardo immobile la parete o il soffitto, di tanto in tanto scrive sette versi, dopo un quarto d’ora ne cancella uno, e passa un’altra ora in cui non accade nulla… Quale spettatore riuscirebbe a reggere un simile spettacolo?

Ho menzionato l’ispirazione. Alla domanda su cosa essa sia, ammesso che esista, i poeti contemporanei danno risposte evasive. Non perché non abbiano mai sentito il beneficio di tale impulso interiore. Il motivo è un altro. Non è facile spiegare a qualcuno qualcosa che noi stessi non capiamo.

Anch’io talvolta, di fronte a questa domanda, eludo la sostanza della cosa. Ma rispondo così: l’ispirazione non è un privilegio esclusivo dei poeti o degli artisti in genere. C’è, c’è stato e sempre ci sarà un gruppo di individui visitati dall’ispirazione. Sono tutti quelli che coscientemente si scelgono un lavoro e lo svolgono con passione e fantasia. Ci sono medici siffatti, ci sono pedagoghi siffatti, ci sono giardinieri siffatti e ancora un centinaio di altre professioni. Il loro lavoro può costituire un’incessante avventura, se solo sanno scorgere in esso sfide sempre nuove. Malgrado le difficoltà e le sconfitte, la loro curiosità non viene meno. Da ogni nuovo problema risolto scaturisce per loro un profluvio di nuovi interrogativi. L’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante “non so”.

Di persone così non ce ne sono molte. La maggioranza degli abitanti di questa terra lavora per procurasi da vivere, lavora perché deve. Non sono essi a scegliersi il lavoro per passione, sono le circostanze della vita che scelgono per loro. Un lavoro non amato, un lavoro che annoia, apprezzato solo perché comunque non a tutti accessibile, è una delle più grandi sventure umane. E nulla lascia presagire che i prossimi secoli apporteranno in questo campo un qualche felice cambiamento.

Posso dire pertanto che se è vero che tolgo ai poeti il monopolio dell’ispirazione, li colloco comunque nel ristretto gruppo degli eletti dalla sorte.

A questo punto possono sorgere dei dubbi in chi mi ascolta. Allora anche carnefici, dittatori, fanatici, demagoghi in lotta per il potere con l’aiuto di qualche slogan, purché gridato forte, amano il proprio lavoro e lo svolgono altresì con zelante inventiva. D’accordo, loro “sanno”. Sanno, e ciò che sanno gli basta una volta per tutte. Non provano curiosità per nient’altro, perché ciò potrebbe indebolire la forza dei loro argomenti. E ogni sapere da cui non scaturiscono nuove domande, diventa in breve morto, perde la temperatura che favorisce la vita. Nei casi più estremi, come ben ci insegna la storia antica e contemporanea, può addirittura essere un pericolo mortale per la società.

Per questo apprezzo tanto due piccole paroline: “non so”. Piccole, ma alate. Parole che estendono la nostra vita in territori che si trovano in noi stessi e in territori in cui è sospesa la nostra minuta Terra. Se Isaak Newton non si fosse detto “non so”, le mele nel giardino sarebbero potute cadere davanti ai suoi occhi come grandine e lui, nel migliore dei casi, si sarebbe chinato a raccoglierle, mangiandole con gusto. Se la mia connazionale Maria Sklodowska Curie non si fosse detta “non so” sarebbe sicuramente diventata insegnante di chimica per un convitto di signorine di buona famiglia, e avrebbe trascorso la vita svolgendo questa attività, peraltro onesta. Ma si ripeteva “non so” e proprio queste parole la condussero, e per due volte, a Stoccolma, dove vengono insignite del premio Nobel le persone di animo inquieto ed eternamente alla ricerca.

Anche il poeta, se è vero poeta, deve ripetere di continuo a se stesso “non so”. Con ogni sua opera cerca di dare una risposta, ma non appena ha finito di scrivere già lo invade il dubbio e comincia a rendersi conto che si tratta d’una risposta provvisoria e del tutto insufficiente. Perciò prova ancora una volta e un’altra ancora, finché gli storici della letteratura non legheranno insieme prove della sua insoddisfazione di sé, chiamandole “patrimonio artistico”[…]

Il mondo, qualunque cosa noi ne pensiamo, spaventati dalla sua immensità e dalla nostra impotenza di fronte a esso, amareggiati dalla sua indifferenza alle sofferenze individuali ( di uomini, animali, e forse piante, perché chi ci dà la certezza che le piante siano esenti dalla sofferenza?), qualunque cosa noi pensiamo dei suoi spazi trapassati dalle radiazioni delle stelle, stelle intorno a cui si sono già cominciati a scoprire pianeti ( già morti? Ancora morti?), qualunque cosa pensiamo di questo smisurato teatro, per cui abbiamo sì il biglietto d’ingresso, ma con una validità ridicolmente breve, limitata dalle due date categoriche, qualunque cosa ancora noi pensassimo di questo mondo – esso è stupefacente.

Ma nella definizione “stupefacente” si cela una sorta di tranello logico. Dopotutto ci stupisce ciò che si discosta da una qualche norma nota e generalmente accettata, da una qualche ovvietà a cui siamo abituati. Ebbene, un simile mondo ovvio non esiste affatto. Il nostro stupore esiste per se stesso e non deriva da nessun paragone con alcunché.

D’accordo, nel parlare comune, che non riflette su ogni parola, tutti usiamo i termini: “mondo normale”, vita normale normale corso delle cose… Tuttavia nel linguaggio della poesia, in cui ogni parola ha un peso, non c’è più nulla di ordinario e normale. Nessuna pietra e nessuna nuvola su di essa. Nessun giorno e nessuna notte che lo segue. E soprattutto nessuna esistenza di nessuno in questo mondo.

A quanto pare i poeti avranno sempre molto da fare.

7 dicembre 1996

 

[A causa della lunghezza ho tagliato alcune parti, qui la versione integrale: http://www.dicoseunpo.it/Nobel_della_Lettartura_files/Szymborska.pdf ]

 

 

… dicono di Me: discorsi sulla poesia

 

 

“…E se non avete i mezzi non vi preoccupate, tanto per fare poesie una sola cosa è necessaria: Tutto!”

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Su su.. svelti eh? svelti, veloci, piano, con calma… Non v’affrettate, eh? poi non scrivete subito poesie d’amore, eh? che sono le più difficili, aspettate almeno almeno un’ottantina d’anni.

Scrivetele su un altro argomento, che ne so… su… su… sul mare, il vento, un termosifone, un tram in ritardo ecco, che non esiste una cosa più poetica di un’altra! eh? avete capito? la poesia non è fuori, è dentro… cos’è la poesia, non chiedermelo più, guardati nello specchio, la poesia sei tu.

E vestitele bene le poesie! cercate bene le parole, dovete sceglierle! a volte ci vogliono otto mesi per trovare una parola! sceglietele. che la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere. da adamo ed eva: lo sapete eva, quanto c’ha messo prima di scegliere la foglia di fico giusta?! “come mi sta questa, come mi sta questa, come mi sta questa…”: ha spogliato tutti i fichi del paradiso terrestre! innamoratevi!

Se non vi innamorate è tutto morto… morto! Tutto è! Vi dovete innamorare e tutto diventa vivo, si muove tutto. Dilapidate la gioia, sperperate l’allegria… siate tristi e taciturni, con esuberanza: fate soffiare in faccia alla gente la felicità! e come si fa? (fammi vedere gli appunti che mi son scordato)… questo è quello che dovete fare! (non sono riuscito a leggerli! mò mi sò dimenticato!). Per trasmettere la felicità, bisogna essere felici, e per trasmettere il dolore, bisogna essere… felici. siate felici!

Dovete patire, stare male, soffrire… non abbiate paura a soffrire, tutto il mondo soffre! eh? e se non avete i mezzi non vi preoccupate, tanto per fare poesie una sola cosa è necessaria: tutto. avete capito? e non cercate la novità… la novità è la cosa più vecchia che ci sia,  e se il verso non vi viene da questa posizione, da questa, da così beh: buttatevi in terra! mettetevi così! ecco… ohooo… è da distesi che si vede il cielo: guarda che bellezza perché non mi ci sono messo prima?

Cosa guardate? i poeti non guardano: vedono. fatevi obbedire dalle parole… se la parola “muro”, “muro!” non vi da retta, non usatela più per-otto-anni, così impara! che è questo? bhooo non lo so! questa è la bellezza, come quei versi là che voglio che rimangano scritti li, per sempre. forza, cancellate tutto che dobbiamo cominciare. la lezione è finita.

discorso sulla poesia di:

Roberto Benigni, da “La tigre e la neve (2005)