Incipit… Venere in pelliccia, L. von Sacher-Masoch

Luisa Casati

 

Mi trovavo in dolce compagnia.
Di fronte a me, vicino al massiccio caminetto rinascimentale, sedeva Venere, proprio lei, la Dea dell’Amore in persona e non una qualsiasi donnetta che, come Mademoiselle Cleopatra, avesse preso quel nome per combattere il sesso nemico.
Sedeva in poltrona e il fuoco scoppiettante da lei ravvivato le lambiva con riverberi rossastri e guizzanti il viso pallido dagli occhi chiari e, di tanto in tanto, quando cercava di scaldarli, i piedi.
Aveva una testa stupenda, malgrado i morti occhi di pietra, ma non riuscivo a vedere altro di lei. La sublime donna aveva il corpo marmoreo avvolto in un’ampia pelliccia in cui si era rannicchiata, tremando, come una gatta.
“Non la capisco, gentile signora”, le dissi “a dire la verità non fa più freddo, e da due settimane poi abbiamo una primavera splendida. Evidentemente lei è nervosa.”
“Bella primavera!” mi rispose con voce profonda e dura come il sasso, e dopo due rapidissimi e celestiali starnuti aggiunse:”Io non ne posso più e ora comincio a capire…”

Incipit da La venere in pelliccia, Leopold von Sacher-Masoch

 

A sostegno di Carola Rackete

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Questo blog sostiene Carola Rakete e il suo coraggio!

C’è chi crede che tra le mura del carcere quelle persone smetteranno di essere nemiche; che svanirà la loro influenza e le loro voci non turberanno più le orecchie dello Stato. Ciò significa ignorare quanto la verità sia più forte dell’errore; e che assai più efficace ed eloquente diventerà la battaglia contro l’ingiustizia da parte di chi ne ha sperimentato un po’ sulla propria persona.

Fa che il tuo voto sia completo, non soltanto un foglietto di carta, ma porti con sé tutta la tua influenza. Una Minoranza che si conformi alla maggioranza è senza forza, non è neppure più una minoranza; ma diventa irresistibile quando si oppone con tutto il suo peso.

H. David Thoureau, La disobbedienza civile

Pappagalli verdi (parte prima), Gino Strada

 

All’uscita dalla sala operatoria Mubarak mi mostra un frammento di plastica verde scuro, bruciacchiato dall’esplosione.
“Guarda, questo è un pezzo di mina giocattolo, l’hanno raccolto sul luogo dell’esplosione. I nostri vecchi le chiamano pappagalli verdi…” e si mette a disegnare la forma della mina: dieci centimetri in tutto, due ali con al centro un piccolo cilindro. Sembra una farfalla più che un pappagallo, adesso posso collocare come in un puzzle il pezzo di plastica che ho in mano, è l’estremità dell’ala. “… Vengono giù a migliaia, lanciate dagli elicotteri a bassa quota. Chiedi ad Abdullah, l’autista dell’ospedale, uno dei bambini di suo fratello ne ha raccolta una l’anno scorso, ha perso due dita ed è rimasto cieco.”
Mine giocattolo, studiate per mutilare bambini. Ho dovuto crederci, anche se ancora oggi ho difficoltà a capire…

… Mine antiuomo di fabbricazione russa, modello PFM-1 […] La forma della mina, con due ali laterali, serve a farla volteggiare meglio. In altre parole, non cadono a picco quando vengono rilasciate dagli elicotteri, si comportano proprio come i volantini, si sparpagliano qua è là su un territorio molto più vasto. Sono fatte così per una ragione puramente tecnica  – affermano i militari – non è corretto chiamarle mine giocattolo.
Ma a me non è mai successo, tra gli sventurati feriti da queste mine che mi è capitato di operare, di trovare uno adulto. Neanche uno in più di dieci anni, tutti rigorosamente bambini. Ci vuole un po’ di tempo – funziona, come dicono i manuali, per accumulo successivo di pressione. Bisogna prenderla, maneggiarla ripetutamente, schiacciarne le ali. Chi la raccoglie, insomma, può portarsela a casa, mostrarla nel cortile agli amici incuriositi, che se la passano di mano in mano, ci giocano.
Poi esploderà. E qualcun altro farà la fine di Khalil.
Amputazione traumatica di una o entrambe le mani, una vampata ustionante su tutto il torace e, molto spesso, la cecità. Insopportabile.
Ho visto troppo spesso bambini che si risvegliano dall’intervento chirurgico e si ritrovano senza una gamba, o senza un braccio. Hanno momenti di disperazione, poi, incredibilmente, si riprendono. Ma niente è insopportabile, per loro, come svegliarsi nel buio.
I pappagalli verdi li trascinano nel buio, per sempre.

Gino Strada, Pappagalli Verdi, cronache di un chirurgo di guerra (Feltrinelli, 2000)

[Non c’è nulla di più insensato di una guerra, non ne esci incolume da una guerra: né da vinto né da vincitore, né se sei il buono né se sei il cattivo, ammesso che si possa definire una linea di confine. Una guerra è guerra sempre, non fa che lasciare miseria, povertà, vuoti e abissi dai quali si genererà altro male, altre guerre, morti, distruzioni, massacri e stermini. La guerra che sia vinta o persa non lascia che dolore e ferite, laceranti e profonde. Ma l’isensatezza massima di una guerra è pensare che essa sia mossa proprio contro chi la guerra non può che subirla, come un bambino: un bambino privato di tutto, dalla serenità del gioco, all’istruzione, alle cure di mediche di base, a una casa. E dopo aver tolto a quel bambino tutto, compreso il fatto di poter essere semplicemente un bambino, vengono lanciate mine appositamente studiate per essere da lui maneggiate per poi esplodergli in pieno viso, lasciandolo (nella migliore delle ipotesi) senza vista, senza un arto e una ferita interiore che non guarirà mai: quella di essere stato ferito dalle mani di un altro uomo, invisibile, potente, vigliacco. Un uomo ricco, tanto ricco da poter disseminare casa sua milioni di mine, che renderanno la sua terra per i prossimi deceni a venire un vero e proprio inferno. E quell’uomo tanto ricco quanto vigliacco siamo proprio noi: noi italiani,  americani, russi e tanti tanti altri che fino al 1997 (fino cioè al trattato di Ottawa, ossia la convenzione internazionale per la proibizione dell’uso, stoccaggio, produzione, vendita di mine antiuomo e relativa distruzione, sottoscritto da alcuni Stati tra cui l’Italia, ma non altri, quali gli Stati Uniti,) abbiamo disseminato questi luoghi di mine che probabilmente sono ancora lì in attesa che qualcuno le sfiori. Gran bella civiltà la nostra, noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, direbbe Primo Levi, e che nemmeno ci rendiamo conto che da quando è finita l’ultima guerra “mondiale” non abbiamo fatto altro che continuare a far guerra, a disseminare morte come mine, mine antibambino. (continua…)]

 

[Video: intervista a Gino Strada]

il fiume della vita, F. Nietzsche

 

Al mondo vi è un’unica via che nessuno
oltre a te può fare: dove porta? Non domandare, seguila.

F. Nietzsche

 

Nessuno può gettare sopra il fiume della vita il ponte sul quale tu devi passare, nessun altro che tu sola. Certo vi sono innumerevoli sentieri e ponti e semidei che vorrebbero farti attraversare il fiume; ma solo a prezzo di te stessa; ti daresti in pegno e ti perderesti. Al mondo vi è un’unica via che nessuno oltre a te può fare: dove porta? Non domandare, seguila. Chi fu che disse: «Un uomo non si eleva mai tanto in alto come quando non sa dove la sua via può ancora portarlo»

Friedrich Nietzsche, Schopenhauer come educatore (Adelphi, 1985)

 

[Foto: Gilbert Garcin]

Stai per cominciare a leggere… Italo Calvino

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Stai per cominciare a leggere. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. Prendi la posizione più comoda: seduto, sdraiato, raggomitolato, coricato. Coricato sulla schiena, su un fianco, sulla pancia. In poltrona, sul divano, sulla sedia a dondolo, sulla sedia a sdraio, sul pouf. Sull’amaca, se hai un’amaca. Sul letto, naturalmente, o dentro il letto. Puoi anche metterti a testa in giù, in posizione yoga, col libro capovolto, si capisce. Certo, la posizione ideale per leggere non si riesce a trovarla. Bene, cosa aspetti? Distendi le gambe, allunga pure i piedi su un cuscino, su due cuscini, sui braccioli del divano, sugli orecchioni della poltrona, sul tavolino da tè, sulla scrivania, sul pianoforte, sul mappamondo. Cerca di prevedere ora tutto ciò che può evitarti d’interrompere la lettura. Che c’è ancora? Devi far pipì? Bene, saprai tu.

 

Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore

 

[Un incipit che racconta il principio di ogni lettura, quel prezioso istante in cui inizia una nuova avventura: faticosa a volte, allegra oppure scomoda, lenta, carica di incontri o solitaria. Che poi soli non si è mai quando si legge, perché se anche si è soli, nella propria stanza con la compagnia del solo cuscino o della lampada o di una tazza di te, con le prime parole la mente, e con essa la vita, si carica di nuovi e vecchi incontri, della popolosa vivacità di cui è carica ogni immaginazione, ogni mente viva. Leggere non è un’attività inprescindibile (soprattutto per chi non ha mai letto), è e deve essere una scelta libera, mai discriminante. Ma per chi conosce la bellezza del viaggio, sa che può esserci un solo vascello capace di portarci in ogni possibile e impossibile luogo e non-luogo: leggere. ]

Il gioco del mondo, Julio Cortázar

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E perché si è usciti dall’infanzia
si dimentica che per arrivare al Cielo
occorrono, come ingredienti:
una pietruzza e la punta di una scarpa.

Julio Cortázar

 

 

Il gioco del mondo si fa con una pietruzza che si deve spingere con la punta del piede. Ingredienti: un marciapiedi, una pietruzza, una scarpa,e un bel disegno col gesso, preferibilmente colorato.
In alto è il Cielo, sotto la Terra, è molto difficile arrivare con la pietruzza al Cielo, quasi sempre si calcola male e la pietruzza esce dal tracciato. A poco a poco però, si acquista la abilità necessaria per conquistare ciascuna delle caselle e un bel giorno s’ impara ad uscire dalla Terra e a far risalire la pietruzza fino al Cielo, fino ad entrare nel Cielo, il guaio è che proprio a questo punto, quando quasi nessuno si è mostrato capace di far risalire la pietruzza fino al Cielo, termina d’un tratto l’infanzia e si cade nei romanzi, nell’angoscia per il razzo divino, nella speculazione a proposito di un altro Cielo al quale bisogna imparare ad arrivare. E perché si è usciti dall’infanzia si dimentica che per arrivare al Cielo occorrono, come ingredienti, una pietruzza e la punta di una scarpa.

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La rayuela se juega con una piedrita que hay que empujar con la punta del zapato. Ingredientes: una acera, una piedrita, un zapato, y un bello dibujo con tiza, preferentemente de colores. En lo alto está el Cielo, abajo está la Tierra, es muy difícil llegar con la piedrita al Cielo, casi siempre se calcula mal y la piedra sale del dibujo. Poco a poco, sin embargo, se va adquiriendo la habilidad necesaria para salvar las diferentes casillas (rayuela caracol, rayuela rectangular, rayuela de fantasía, poco usada) y un día se aprende a salir de la Tierra y remontar la piedrita hasta el Cielo, hasta entrar en el Cielo, lo malo es que justamente a esa altura, cuando casi nadie ha aprendido a remontar la piedrita hasta el Cielo, se acaba de golpe la infancia y se cae en las novelas, en la angustia al divino cohete, en la especulación de otro Cielo al que también hay que aprender a llegar. Y porque se ha salido de la infancia se olvida que para llegar al Cielo se necesitan, como ingredientes, una piedrita y la punta de un zapato”.

 Julio Cortázar, Rayuela. Il gioco del mondo

Il diritto all’allegria, Mario Benedetti

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Abbiamo diritto all’allegria. A volte è fumo, nebbia o un cielo velato, ma dietro questi contrattempi c’è lei, in attesa. Nell’anima c’è sempre una fessura a cui l’allegria si affaccia con le pupille vispe. E allora il cuore si fa più vivace, abbandona la quiete ed è quasi uccello. L’allegria sopraggiunge dopo le assenze, alla fine delle nostalgie. Quando ritroviamo ciò che amiamo e la sua unanime rivelazione, è normale che la gioia ci abbracci e ci venga voglia di cantare. Anche se non abbiamo voce, anche se siamo rauchi dei dolori passati.
Dopotutto l’allegria è in prestito, non ci appartiene. E una piccola follia, un premio passeggero, ma ne godiamo come se fosse nostra, come un guadago, come una primavera della vita. Si aggrappa al tempo, trascina quel suo po’ d’infanzia e infila con un soffio nella vecchiaia.
Settimana dopo settimana l’allegria riempie, anno dopo anno, l’allegria rimpie i vuoti. Fino a quando non ce la fa più e diventa tristezza.

Mario Benedetti, Il diritto all’allegria, Nottetempo

Girovagando tra gli scaffali di una libreria, ho trovato all’improvviso questo libro, sul retro queste parole “Abbiamo diritto all’allegria. A volte è fumo, nebbia o un cielo velato, ma dietro questi contrattempi c’è lei, in attesa.”, e subito una carezza lieve e il sorriso quieto e indimenticabile di Benedetti. Ci sono parole che per diverse ragioni hanno un potere particolare, sono ancore, pietre miliari, compagne fedeli, ognuno ha le sue: per me Allegria è una di quelle, così come Dolore, Viaggio, Mistero, Desiderio,  Amore. Rivelano uno o mille mondi, ti attraversano a volte e ti convincono per qualche istante della loro inconfutabile verità. Ero in libreria nella speranza di trovare qualcosa, un attimo, un rigo puntato contro di me, come si puntano oggi i cannocchiali contro le stelle (come direbbe Kafka). Non sono più allegra di prima, ma è stato un bel momento. Non ho preso il libro,  per gioco ho preferito lasciarlo lì, sospeso, e con una foto rubarne una sola pagina.
Un giorno ci rincontreremo. E, ne sono certa, sarà un giorno felice.

In ogni amore… da “Amore liquido” di Z. Bauman

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 Nessuno può sperimentare due volte lo stesso amore e la stessa morte. Per questa ragione, nessuno può “imparare ad amare”, come nessuno può “imparare a morire”. Benché molti di noi sognino di farlo e non manca chi provi a insegnarlo a pagamento.

Zygmunt Bauman, da La Repubblica, 20 novembre 2012

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In ogni amore ci sono almeno due esseri, ciascuno dei quali è la grande incognita nell’equazione dell’altro. E’ questo che fa percepire l’amore come un capriccio del destino: quello strano e misterioso futuro, impossibile da predire, prevenire o evitare, accelerare o arrestare. Amare significa offrirsi a quel destino, alla più sublime di tutte le condizioni umane, una condizione in cui paura e gioia si fondono in una miscela che non permette più ai suoi ingredienti di scindersi. E offrirsi a quel destino significa, in ultima analisi, l’accettazione della libertà nell’essere: quella libertà che è incarnata nell’Altro, il compagno in amore.

Zygmunt Bauman, da Amore liquido

[Foto: Lester Le Po Fun]

Passione, Gianni Rodari

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Intendo per «passione» la capacità di resistenza e di rivolta; l’intransigenza nel rifiuto del fariseismo, comunque mascherato; la volontà di azione e di dedizione; il coraggio di «sognare in grande»; la coscienza del dovere che abbiamo, come uomini, di cambiare il mondo in meglio, senza accontentarci dei mediocri cambiamenti di scena che lasciano tutto com’era prima; il coraggio di dire di no quand’è necessario, anche se dire di sì è più comodo, di non «fare come gli altri», anche se per questo bisogna pagare un prezzo”

Gianni Rodari, Educazione e passione (1966)

 

Hélène volle sapere… da “Odette Toulemonde”, E. E. Schmitt

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Hélène volle sapere cosa ci fosse di bello in un giorno di pioggia: lui le parlò delle sfumature di colore che avrebbero preso cielo, alberi e tetti quando, più tardi, sarebbero andati a fare una passeggiata, della selvaggia potenza con cui l’oceano sarebbe apparso ai loro occhi, di come si sarebbero stretti l’uno all’altra per camminare sotto l’ombrello, della gioia che avrebbero provato tornando al calduccio, dei vestiti che avrebbero messo ad asciugare accanto al fuoco, del tè caldo e del languore che tutto ciò avrebbe suscitato in loro, delle occasioni che avrebbero avuto per fare più volte l’amore, del tempo che avrebbero dedicato a raccontarsi le proprie vite sotto le coperte, come bambini che solo una tenda ripara dalla natura scatenata…

Odette Toulemonde, Eric Emmanuel Schmitt

[Foto: Elliott Erwitt]