Quale grido, Giuseppe Ungaretti

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Luna allusiva, vai turbando incauta
nel bel sonno, la terra

G. Ungaretti

Nelle sere d’estate,
spargendoti sorpresa,
lenta luna, fantasma quotidiano
del triste, estremo sole,
quale grido ridesti?
Luna allusiva, vai turbando incauta
nel bel sonno, la terra,
che all’assente s’è volta con delirio
sotto la tua carezza malinconica,
e piange, essendo madre,
che di lui e di sé non resti un giorno
neanche un mantello labile di luna.

Giuseppe Ungaretti, Quale grido in Vita d’un Uomo Mondadori, Meridiani, 2009

Foto: John William Draper, primo scatto della Luna (1840)


Per i curiosi, l’immagine scelta rappresenta il primo scatto della Luna, realizzato da John William Draper nel marzo 1940, quando fotografare non significava certo premere un tastino “tanto poi ci pensa Photoshop”. Quando fotografare richiedeva tempo, dedizione, scelte ben precise, tentativi infiniti, senza avere nemmeno la certezza del risultato, e probabilmente non avendo nemmeno troppo chiara l’idea di cosa volesse dire fotografare (idea ben più chiara allora, che non oggi). Per la precisione, si tratta di un dagherottipo in cui è ritratto per la prima volta il più sfuggente e difficile soggetto di sempre: la Luna. Ho visto poche e rare foto davvero suggestive di questo satellite, che è lì sopra di noi apparentemente fisso, con le sue stravaganti fasi, capace di influenzare la Terra e i suoi abitanti, di ispirare storie vere o fantasiose, con le sue rotondità e “smorfie”, mai uguale a se stessa ed impenetrabile.

E voi che esperienza avete con questa dama capricciosa?

Buona Epifania a tutti! 🙂

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Desiderio di sapere, Leonardo Da Vinci

Siccome il ferro s’arruginisce senza esercizio, e l’acqua si putrefà e nel freddo s’agghiaccia, così l’ingegno sanza esercizio, si guasta

L. Da Vinci

Non fa sì gran muglia il tempestoso mare, quando il settantrionale aquilone lo ripercuote, colle schiumose onde fra Silla e Cariddi; né Stromboli o Mongibello quando le zolfure[e] fiamme, essendo rinchiuse, per forza rompendo e aprendo il gran monte, fu[l]minando per l’aria pietra, terra, insieme coll’uscita e vomitata fiamma; né quando le ‘nfocate caverne di Mongibello rendan il mal tenuto elemento, rivomitandolo e spingendolo alla sua regione con furia, cacciando innanzi qualunche ostacolo s’interpone alla sua impetuosa furia.
     

 E tirato dalla mia bramosa voglia, vago di vedere la gran copia delle varie e strane forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto infra gli ombrosi scogli, pervenni all’entrata d’una gran caverna; dinanzi alla quale, restato alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa, piegato le mie reni in arco, e ferma la stanca mano sopra il ginocchio e colla destra mi feci ten[ebre] alle abbassate e chiuse ciglia e spesso piegandomi in qua e in là per [ve]dere se dentro vi discernessi alcuna cosa; e questo vietatomi [per] la grande oscuri[t]à che là entro era. E stato alquanto, subito sa[l]se in me due cose, paura e desidero: paura per la minac[cian]te e scura spilonca, desidero per vedere se là entro fusse alcu[na] miracolosa cosa.

Naturalmente li omini desiderano sapere.

L. Da Vinci, L’uomo e la natura


Leonardo Da Vinci – nome che non ha bisogno di ulteriori introduzioni – ha avuto la rara capacità di essere al contempo uno dei più grandi artisti mai esistiti, ma anche scienziato, pensatore, maestro. Un caso di perfetto connubio tra scienza e arte, un genio così raro da spingere alcuni ricercatori ancora oggi alla ricerca dei suoi eredi e successori, per provare a capire se vi possa essere una qualche predisposizione genetica alla genialità e sensibilità così raffinata. In realtà, proprio nei suoi scritti, lo stesso Leonardo Da Vinci ci spiega parte di questo mistero, racchiuso in due elementi: da un lato l’estrema curiosità, il desiderio di sapere e conoscere, che può spigere il ricercatore al di là dei suoi limiti umani; dall’altro l’importanza dell’esperienza viva, quella delle cose, degli uomini, ma soprattutto della natura. Una concezione, quest’ultima, che certamente si ricollega all’influenza culturale del Rinascimento, con la sua esaltazione dell’uomo, della natura, e di un metodo di ricerca fondato sull’esperienza, ma che in Leonardo Da Vinci va ben al di là, diventando centro d’interesse della sua vita. Se quindi oggi, nonostante le innovazioni scientifiche e tecnologiche capaci di portare l’uomo al di là dei propri limiti spaziali e temporali, non assistiamo alla nascita di un altro Da Vinci – al di là delle predisposizioni innate e genetiche, di ciò che è inscritto nel nostro DNA – questo potrebbe essere dovuto alla sempre minore attenzione data all’esperienza, viva, attiva, al diretto contatto dell’uomo con la natura e con ciò che lo circonda, perché solo la natura, libera da qualsiasi artificioso filtro, con le sue bellezze incontaminate può portarci al ritorno del Bello, e con esso a un rispetto e a un’armonia con la natura intrinseca e esterna, oggi sempre più rara.

I fiumi, Giuseppe Ungaretti

Ho ripassato
Le epoche
Della mia vita

Questi sono
I miei fiumi

G. Ungaretti

Mi tengo a quest’albero mutilato
Abbandonato in questa dolina
Che ha il languore
Di un circo
Prima o dopo lo spettacolo
E guardo
Il passaggio quieto
Delle nuvole sulla luna

Stamani mi sono disteso
In un’urna d’acqua
E come una reliquia
Ho riposato

L’Isonzo scorrendo
Mi levigava
Come un suo sasso
Ho tirato su
Le mie quattro ossa
E me ne sono andato
Come un acrobata
Sull’acqua

Mi sono accoccolato
Vicino ai miei panni
Sudici di guerra
E come un beduino
Mi sono chinato a ricevere
Il sole

Questo è l’Isonzo
E qui meglio
Mi sono riconosciuto
Una docile fibra
Dell’universo

Il mio supplizio
È quando
Non mi credo
In armonia

Ma quelle occulte
Mani
Che m’intridono
Mi regalano
La rara
Felicità

Ho ripassato
Le epoche
Della mia vita

Questi sono
I miei fiumi

Questo è il Serchio
Al quale hanno attinto
Duemil’anni forse
Di gente mia campagnola
E mio padre e mia madre.

Questo è il Nilo
Che mi ha visto
Nascere e crescere
E ardere d’inconsapevolezza
Nelle distese pianure

Questa è la Senna
E in quel suo torbido
Mi sono rimescolato
E mi sono conosciuto

Questi sono i miei fiumi
Contati nell’Isonzo

Questa è la mia nostalgia
Che in ognuno
Mi traspare
Ora ch’è notte
Che la mia vita mi pare
Una corolla
Di tenebre.

Cotici, il 16 agosto 1916

G. Ungaretti, da “L’allegria”, Meridiani Mondadori

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Un atto di purificazione e insieme di rinascita, è questo specchiarsi e immergersi nelle acque dei quattro fiumi di Ungaretti, richiamando e attraversando così facendo le quattro fasi della sua vita, fino ad arrivare alla presente e prepotente guerra. Potente la penna tra questi versi: un uomo al cospetto di sè, una docile fibra dell’universo vicina e così distante dall’armonia di ciò che lo circonda. Potente per l’incantesimo che crea, questo poeta così profondamente umano, nel legare fino alla radice, l’uomo al mistero che lo attraversa. Tanto si potrebbe dire di questi versi, tanto è stato detto, ma vano sarebbe ogni tentativo di voler cogliere il non detto che dice, che solo nell’intimità personalissima ciascun lettore può cogliere. Dedico questi versi a chi, come mi è stato detto, passa tra queste pagine per ridestarsi dal duro lavoro e ricongiugersi al suo essere uomo.

Riaccendere il fuoco

Ma quando un’altra generazione trascorse e
Rabbi Israel di Rischin dovette anch’egli misurarsi con la stessa difficoltà, restò nel suo castello,
si mise a sedere sulla sua sedia dorata e disse: “Non sappiamo piú accendere il fuoco, non siamo
capaci di recitare le preghiere e non conosciamo nemmeno il posto nel bosco: ma di tutto questo
possiamo raccontare la storia”. E, ancora una volta, questo bastò.

Gershom Scholem, Le grandi correnti della mistica ebraica

in Il fuoco e il racconto, G. Agamben

Si assiste ormai da tempo al susseguirsi e al dispiegarsi di pratiche totalmente fuor di legge che sempre più inneggiano alla violenza, all’oppressione, alla discriminazione di una parte della popolazione italiana. Siamo secondo alcuni, e non a torto, al cospetto di un autentico delirio di onnipotenza, di fronte ad una folle e (almeno apparentemente) indisturbata attuazione di norme (senza legge) che privano i cittadini delle loro libertà, senza però alcuna garanzia di tutela, protezione o responsabilità da parte dei loro Stati. Le motivazioni di queste azioni appaiono sempre più blande e fuori ragione, prive di fondamento scientifico e allo stesso tempo prive persino dell’evidenza dei dati e dei fatti concreti. Ma non solo l’Italia, l’Europa intera, quella dell’Unione, e parte del mondo, è caduto in uno dei momenti più bui della sua storia.

Fino ad un anno fa, con le nostre Costituzioni e Trattati, era impensabile pensare che si sarebbe potuti tornare al “prima”: alle persecuzioni e alle discriminazioni di liberi cittadini, che fino a poco tempo fa vivevano le loro semplici vite, senza violare alcuna legge. Oggi siamo sempre più consapevoli che quelle discriminazioni si sono e si stanno attuando con una velocità mai vista in precenza. Nessuna emergenza può giustificare quello che si sta verificando, nessuno oggi – nessuno, può permettersi di non vedere. Chi oggi si rifiuterà, anche solo per semplice pigrizia o anche per paura, di non vedere, e di non agire quando gli è chiesto di agire, dovrà un giorno fare i conti se non con i tribunali, se non con la legge umana, con quella certamente più severa delle loro coscienze. Perchè a breve, cittadini italiani, uguali a tutti gli altri, con specifiche condizioni di vita, sociali, economiche o di salute, saranno – senza alcuna tutela per nessuno – totalmente discriminati e tagliati fuori dalla società, in nome di una non ben chiara urgenza sanitaria.

Questo spazio, seppur piccolo e privo di alcun potere, si rifiuta di accettare o accogliere discriminazioni di qualsiasi genere. questo spazio resta libero, e anzi a dispetto delle discriminazioni vuole farsi spazio vivo e attivo, per provare a riscoprire qualcosa, che in un bel saggio intitolato “Il fuoco e il racconto“, il più grande filosofo italiano del XXI secolo, Giorgio Agamben, grande prima ancora di tutto questo, ha definito ormai scomparso il fuoco, e con esso il mistero. Dobbiamo riaccendere il fuoco, che non è il fuoco della speranza, ma quello più vivo e carico di mistero, quello più vicino alla vita perché vicino alla voce, voce umana, che è il fuoco del racconto, che è il racconto del fuoco. Raccontando il fuoco, attraverso la letteratura, ma anche custodendo il fuoco, attraverso le nostre voci, le nostre storie.

Cercheremo per questo di organizzare degli incontri letterari, in cui dialogare, discutere, confrontarsi, o semplicemente confortarsi, attraverso la lettura, ma soprattutto attraverso le nostre storie, perché ci ricorda Bateson, noi siamo storie.

In attesa di adesioni, vi auguro BUON ANNO!

Dove è ghiaccio, P. Celan

Dove è ghiaccio, li è frescura per due.
Per due: così ti feci venire.
Un alito come di fuoco era attorno a te –
Venivi dalla rosa.

Io domandai: com’eri chiamata laggiù?
Tu me lo dicesti, quel nome:
era cosparso d’un chiarore come di cenere –
Dalla rosa, venivi.

Dove è ghiaccio, lì è frescura per due:
io ti diedi il doppio nome.
Sotto, spalancasti allora il tuo occhio –
Dove il ghiaccio s’apriva ristava alto un bagliore.

Ed ora, dissi, io chiudo il mio –:
Prendi questa parola – il mio occhio la declama al tuo!
Prendila, ripetila con me,
ripetila con me, lentamente,
ripetila con me, tu la devi trattenere
e, il tuo occhio, tenerlo aperto finché ciò dura!

Wo Eis ist, ist Kühle für zwei.
Für zwei: so ließ ich dich kommen.
Ein Hauch wie von Feuer war um dich ?
Du kamst von der Rose her.

Ich fragte: Wie hieß man dich dort?
Du nanntest ihn mir, jenen Namen:
ein Schein wie von Asche lag drauf ?
Von der Rose her kamst du.

Wo Eis ist, ist Kühle für zwei:
ich gab dir den Doppelnamen.
Du schlugst dein Aug auf darunter ?
Ein Glanz lag über der Wuhne.

Nun schließ ich, so sprach ich, das meine ?:
Nimm dieses Wort ? mein Auge redet’s dem deinen!
Nimm es, sprich es mir nach,
sprich es mir nach, sprich es langsam,
sprich’s langsam, zögr es hinaus,
und dein Aug ? halt es offen so lang noch

P. Celan, Di soglia in soglia (a cura di Giuseppe Bevilacqua), Einaudi 1996

Green Pass: sulla necessità di disobbedire!

Questo blog, in virtù dell’orientamento a cui da sempre è ispirato e che da sempre persegue, non può che manifestare l’aperto dissenso verso una scelta che lede la libertà dei cittadini, per tale ragione – lungi dal voler intraprendere una qualsiasi lotta o forma di contestazione circa la validità o meno degli attuali vaccini (che lasciamo agli esperti, non senza però essere consapevoli degli errori funesti che si stanno compiendo a partire da un certo tipo di discorso e divulgazione da parte di medici del tutto sconsiderati e disattenti al bene dei suoi cittadini, Burioni/Bassetti per intenderci) – sottolinea la propria assoluta e radicale presa di distanza circa la scelta di introdurre una tessera verde, denominata Green Pass, per accedere liberamente a luoghi di comune dominio, andando a ledere i diritti tanto di chi per libera scelta ha deciso di non possederla, quanto di chi ha deciso di usufruirne, cedendo ad un ricatto morale senza precedenti nella nostra Repubblica. Purtroppo per tale ragione saranno preclusi, in virtù della scelta di disobbedire attivamente – per un tempo non sappiamo quanto lungo – a chi scrive, oltre che luoghi di svago e vita sociale, anche quelli della vita culturale (teatri, cinema, musei, concerti e molto altro), rinuncia fatta non senza dolore. Ma questo è il momento della lotta, per la nostra libertà, per le nostre democrazie sempre più corrose fin dalle loro radici.

Per la stessa ragione, saranno – accanto alle proposte pubblicate finora – scelti brani, testi, film, musica atti ad attivare una viva e critica riflessione sul contemporaneo, nella speranza di poter anche minimamente favorire una riflessione critica e profonda rispetto a quanto sta accadendo.

Per la stessa ragione, invito quanti d’accordo a sottoscrivere tale scelta, a esprimere un loro contributo anche sotto forma di commenti, e per chi volesse, a inviare contenuti, citazioni, suggerimenti alla mail:

laterraeblucomeunarancia@gmail.com

che saranno letti e accuratamente selezionati.

Abbiamo fatto notte ho la tua mano ti veglio, P. Eluard

Paul-Eluard-Gala

E nel mio capo che piano s’accorda col tuo con la notte
Stupisco dell’ignota che divieni

P. Eluard

 

Abbiamo fatto notte ho la tua mano ti veglio
Con ogni mia forza ti reggo
Incido dentro una pietra la stella delle tue forze
Fondi solchi dove la bontà del tuo corpo germinerà
La voce segreta la voce tua pubblica io mi ridíco
Rido dell’orgogliosa
Che tratti come fosse una mendíca
Dei folli che rispetti dei semplici ove t’immergi
E nel mio capo che piano s’accorda col tuo con la notte
Stupisco dell’ignota che divieni
Ignota simile a te simile a tutto quel che amo
Che è nuovo sempre.

Paul Éluard, da “Facile”, in “Paul Éluard, Poesie”, Oscar Mondadori, 1970

Trad.: Franco Fortini

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«Nous avons fait la nuit…»

Nous avons fait la nuit je tiens ta main je veille
Je te soutiens de toutes mes forces
Je grave sur un roc l’étoile de tes forces
Sillons profonds où la bonté de ton corps germera
Je me répète ta voix cachée ta voix publique
Je ris encore de l’orgueilleuse
Que tu traites comme une mendiante
Des fous que tu respectes des simples où tu te baignes
Et dans ma tête qui se met doucement d’accord avec la tienne avec la nuit
Je m’émerveille de l’inconnue que tu deviens
Une inconnue semblable à toi semblable à tout ce que j’aime
Qui est toujours nouveau.

Paul Éluard, “Œuvres complètes”, Paris, Gallimard, Bibliothèque de la Pléiade, 1968

La morte è un fiore, P. Celan

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Per Yvan Goll

La morte è un fiore che solo una volta fiorisce.
Ma fiorisce come nient’altro fiorisce.
Fiorisce, appena lo vuole, non fiorisce nel tempo.

Essa viene, una grande falena, che adorna steli cedevoli.
Tu lasciami essere uno stelo, cosí forte, che la rallegri.

 

Paul Celan, da Conseguito silenzio (Einaudi, Torino, 1998)

[Foto: Paul Celan]

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Der Tod
Für Yvan Goll

Der Tod ist eine Blume, die blüht ein einzig Mal.
Doch so er blüht, blüht nichts als er.
Er blüht, sobald er will, er blüht nicht in der Zeit.

Er kommt, ein großer Falter, der schwanke Stengel schmückt.
Du laß mich sein ein Stengel, so stark, daß er ihn freut.

Paul Celan

da “Die Gedichte aus dem Nachlaß” (Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1997)

Incipit… Venere in pelliccia, L. von Sacher-Masoch

Luisa Casati

 

Mi trovavo in dolce compagnia.
Di fronte a me, vicino al massiccio caminetto rinascimentale, sedeva Venere, proprio lei, la Dea dell’Amore in persona e non una qualsiasi donnetta che, come Mademoiselle Cleopatra, avesse preso quel nome per combattere il sesso nemico.
Sedeva in poltrona e il fuoco scoppiettante da lei ravvivato le lambiva con riverberi rossastri e guizzanti il viso pallido dagli occhi chiari e, di tanto in tanto, quando cercava di scaldarli, i piedi.
Aveva una testa stupenda, malgrado i morti occhi di pietra, ma non riuscivo a vedere altro di lei. La sublime donna aveva il corpo marmoreo avvolto in un’ampia pelliccia in cui si era rannicchiata, tremando, come una gatta.
“Non la capisco, gentile signora”, le dissi “a dire la verità non fa più freddo, e da due settimane poi abbiamo una primavera splendida. Evidentemente lei è nervosa.”
“Bella primavera!” mi rispose con voce profonda e dura come il sasso, e dopo due rapidissimi e celestiali starnuti aggiunse:”Io non ne posso più e ora comincio a capire…”

Incipit da La venere in pelliccia, Leopold von Sacher-Masoch