Non in nome mio, Andrea Camilleri

i porti devono essere aperti a tutti,
mai chiusi, perchè i porti spesso sono
la riva sognata dalla gente, da migliaia di persone

 

Ci tengo quale cittadino italiano, a dire questa frase: “NON IN NOME MIO”. Mi spiego meglio, lo sgombero avvenuto a Castelnuovo di Porto di una comunità di 540 migranti che erano riusciti perfettamente a integrarsi nella società italiana, con i bambini che da due anni frequentavano le scuole italiane, con gente che lavorava e pagava le tasse, in Italia questo sgombero è persecutorio, cioè a dire attenzione stiamo entrando assolutamente in un regime di violenza, di prepotenza; non solo di difesa contro l’emigrazione, oscena, perchè i porti devono essere aperti a tutti, mai chiusi, perchè i porti spesso sono la riva sognata dalla gente, da migliaia di persone, gli si chiude la porta in faccia; non solo ma si comincia a perseguitare coloro che ormai sono italiani, integrati perfettamente. Questa è un’ossessione, rendetevene conto. NON IN NOME IO: io mi rifiuto di essere cittadino italiano complice di questa nazista volgarità.

 

 

[Così vorrei ricordare questa importante giornata, la Giornata della memoria, perchè la storia non si ripeta, perchè si aprano finalmente gli occhi e ci si accorga che la storia la si fa vivendo e che le parole sono importanti, e queste parole lo sono più di tante altre. Ma non solo per questo, Camilleri, grande intellettuale ma soprattutto uomo longevo e saggio, parla con grande passione di una questione umana a cui tiene molto lo si vede, lo si sente. Ricordiamo dunque, il nostro primo dovere: essere umani. NON IN NOME MIO!]

La terra dei ricordi, Giovanna Rosadini

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Non lasciare deserta la terra dei ricordi
dentro quel buio fermentato di nostalgia
si accendono bagliori di compiutezza

G. Rosadini

 

Non lasciare deserta la terra dei ricordi
dentro quel buio fermentato di nostalgia
si accendono bagliori di compiutezza
come quando, nel perfetto silenzio dei monti,
la neve scricchiolava sotto i piedi
o in acqua, al largo di un intenso blu
estivo, nuotavi intorno alla barca con i tuoi,
o il giorno che lei è arrivata, nella stanza
della clinica colorata dal tramonto,
in quattro ci siamo sentiti completi.
Sei stata felice, e non lo sapevi

Giovanna Rosadini, inedito

Spazio, Anna Swirszczynska

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Sono uno spazio
disabitato.
Non popolatemi,
non ammobiliatemi,
non mettetemi dentro niente.

 

 

Sono uno spazio
disabitato.
Vi prego,
non popolatemi.
Non mettetemi dentro niente.
Nè sedia, né speranza di resurrezione,
né tavola pitagorica,
né scopo,
né codice stradale,
né nome, né età, né sesso.

E neppure un’ epoca con tutte le sue pene,
né l’appartenenza al genere umano.

Sono uno spazio
disabitato.
Non popolatemi,
non ammobiliatemi,
non mettetemi dentro niente.

Sono uno spazio
allo stato puro.
Perfetta,
non intorbidita,
da tutto
libera.

 

Anna Swirszczynska, Spazio, trad. Giorgio Origlia in Poesia Crocetti 344

 

[Non so se esista ormai al mondo uno spazio tale, nel mondo esterno come in quello interno sembra che uno spazio simile sia vietato. Forse prima della nascita, forse ancor prima, forse nell’Universo, nel caos primordiale (che tanto ci spaventa e affascina) ma da uno spazio così, in un mondo fatto di vite segnate da mille confini e perciò cicatrici, si potrebbe ripensare la vita, l’esistenza tutta. ]

Chino sulle sere, Pablo Neruda

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Solo conservi tenebre, donna distante e mia

P. Neruda

 

Chino sulle sere getto le mie tristi reti
ai tuoi occhi oceanici.

Lì si distende e arde nella più alta fiamma
la mia solitudine che muove le braccia come un
naufrago.

Faccio rossi segnali sui tuoi occhi assenti
che ondeggiano come il mare sulla riva di un faro.

Solo conservi tenebre, donna distante e mia,
dal tuo sguardo emerge a volte la costa del terrore.

Chino sulle sere lancio le mie tristi reti
in quel mare che scuote i tuoi occhi oceanici.

Gli uccelli notturni beccano le prime stelle
che scintillano come la mia anima quando ti amo.

Galoppa la notte sulla sua cavalla cupa
spargendo spighe azzurre sul prato.

da P. Neruda, Poesie, a cura di G. Bellini, Nuova Accademia,
Milano, 1960

_________________________________

 

Inclinado en las tardes tiro mis tristes redes
a tus ojos oceánicos.

Allí se estira y arde en la más alta hoguera
mi soledad que da vueltas los brazos como un náufrago.

Hago rojas señales sobre tus ojos ausentes
que olean como el mar a la orilla de un faro.

Sólo guardas tinieblas, hembra distante y mía,
de tu mirada emerge a veces la costa del espanto.

Inclinado en las tardes echo mis tristes redes
a ese mar que sacude tus ojos oceánicos.

Los pájaros nocturnos picotean las primeras estrellas
que centellean como mi alma cuando te amo.

Galopa la noche en su yegua sombría
desparramando espigas azules sobre el campo.

 

Pablo Neruda, Poema VII, in  20 poemas de amor y una canción desesperada

Dolcenera, De Andrè

E l’amore ha l’amore come solo argomento
E il tumulto del cielo ha sbagliato momento

F. De Andrè

Amìala ch’â l’arìa amìa cum’â l’é
amiala cum’â l’aria ch’â l’è lê ch’â l’è lê
amiala cum’â l’aria amìa amia cum’â l’è
amiala ch’â l’arìa amia ch’â l’è lê ch’â l’è lê

nera che porta via che porta via la via
nera che non si vedeva da una vita intera così dolcenera nera
nera che picchia forte che butta giù le porte

nu l’è l’aegua ch’à fá baggiá
imbaggiâ imbaggiâ

nera di malasorte che ammazza e passa oltre
nera come la sfortuna che si fa la tana dove non c’è luna luna
nera di falde amare che passano le bare

âtru da stramûâ
â nu n’á â nu n’á

ma la moglie di Anselmo non lo deve sapere
ché è venuta per me
è arrivata da un’ora
e l’amore ha l’amore come solo argomento
e il tumulto del cielo ha sbagliato momento
acqua che non si aspetta altro che benedetta
acqua che porta male sale dalle scale sale senza sale sale
acqua che spacca il monte che affonda terra e ponte

nu l’è l’aaegua de ‘na rammâ
‘n calabà ‘n calabà

ma la moglie di Anselmo sta sognando del mare
quando ingorga gli anfratti si ritira e risale
e il lenzuolo si gonfia sul cavo dell’onda
e la lotta si fa scivolosa e profonda

amiala cum’â l’aria amìa cum’â l’è cum’â l’è
amiala cum’â l’aria amia ch’â l’è lê ch’â l’è lê

acqua di spilli fitti dal cielo e dai soffitti
acqua per fotografie per cercare i complici da maledire
acqua che stringe i fianchi tonnara di passanti

âtru da camallâ
â nu n’à â nu n’à

oltre il muro dei vetri si risveglia la vita
che si prende per mano
a battaglia finita
come fa questo amore che dall’ansia di perdersi
ha avuto in un giorno la certezza di aversi
acqua che ha fatto sera che adesso si ritira
bassa sfila tra la gente come un innocente che non c’entra niente
fredda come un dolore Dolcenera senza cuore

atru de rebellâ
â nu n’à â nu n’à

e la moglie di Anselmo sente l’acqua che scende
dai vestiti incollati da ogni gelo di pelle
nel suo tram scollegato da ogni distanza
nel bel mezzo del tempo che adesso le avanza
così fu quell’amore dal mancato finale
così splendido e vero da potervi ingannare

Amìala ch’â l’arìa amìa cum’â l’é
amiala cum’â l’aria ch’â l’è lê ch’â l’è lê
amiala cum’â l’aria amìa amia cum’â l’è
amiala ch’â l’arìa amia ch’â l’è lê ch’â l’è lê

_________________________________________

* Traduzione dal genovese:

Guardala che arriva guarda com’è com’è
guardala come arriva guarda che è lei che è lei
guardala come arriva guarda guarda com’è
guardala che arriva che è lei che è lei

Non è l’acqua che fa sbadigliare
ma chiudere porte e finestre chiudere porte e finestre

Altro da traslocare
non ne ha non ne ha

Non è l’acqua di un colpo di pioggia
ma un gran casino un gran casino

Guardala come arriva guarda com’è com’è
guardala come arriva guarda che è lei che è lei

Altro da mettersi in spalla
non ne ha non ne ha

Altro da trascinare
non ne ha non ne ha

Guardala che arriva guarda com’è com’è
guardala come arriva guarda che è lei che è lei
guardala come arriva guarda guarda com’è
guardala che arriva che è lei che è lei

Compositori: Fabrizio De Andre’ / Ivano Fossati

Testo di Dolcenera © Sony/ATV Music Publishing LLC

 

 

[Così De André spiega questa canzone ad un concerto:

“Questo del protagonista di Dolcenera è un curioso tipo di solitudine. È la solitudine dell’innamorato, soprattutto se non corrisposto. Gli piglia una sorta di sogno paranoico, per cui cancella qualsiasi cosa possa frapporsi fra se stesso e l’oggetto del desiderio. È una storia parallela: da una parte c’è l’alluvione che ha sommerso Genova nel ’70, dall’altra c’è questo matto innamorato che aspetta una donna. Ed è talmente avventato in questo suo sogno che ne rimuove addirittura l’assenza, perché lei, in effetti, non arriva. Lui è convinto di farci l’amore, ma lei è con l’acqua alla gola. Questo tipo di sogno, purtroppo, è molto simile a quello del tiranno, che cerca di rimuovere ogni ostacolo che si oppone all’esercizio del proprio potere assoluto.”]

Il ricordo dei tuoi giorni grigi, Leonardo Sciascia

 

Mi è riposo il ricordo dei tuoi giorni grigi,
delle tue vecchie case che strozzano strade,
della piazza grande piena di silenziosi uomini neri.
Tra questi uomini ho appreso grevi leggende
di terra e di zolfo, oscure storie squarciate
dalla tragica luce bianca dell’acetilene.
È l’acetilene della luna nelle notti calme,
nella piazza le chiese ingramagliate d’ombra;
e cupo il passo degli zolfatari, come se le strade
coprissero cavi sepolcri, profondi luoghi di morte.
Nell’alba, il cielo come un freddo timpano d’argento
a lungo vibrante delle prime voci; le case assiderate;
in ogni luogo la pena di una festa disfatta.
E i tramonti tra i salici, il fischio lungo dei treni;
il giorno che appassiva come un rosso geranio
nelle donne affacciate alla prora aerea del viale.
Una nave di malinconia apriva per me vele d’oro,
pietà ed amore trovavano antiche parole.

 

 

[Troviamo qui Il ricordo da parte di Leonardo Sciascia del paese natale, Racalmuto, piccolo borgo dell’Agrigentino, una terra che abbandonò per vivere prima a Roma, poi a Caltanissetta e infine a Palermo. Uno dei tanti emigrati insomma che ricorda, non senza nostalgia, quel sentimento di chi è lontano e ricorda i luoghi familiari, amati, la propria radice: le strade, la  piazza dove gli uomini si fermano a chiacchierare, a parlare del duro lavoro nelle miniere, la bellezza del cielo all’alba e al tramonto. Immagini evocate e arricchite dal ricordo e dall’immaginazione creativa del poeta.]

Cartoline dal mio paese: due poesie rimaste a lungo inedite di Leonardo Sciascia

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1.

Il paese del sale, il mio paese
che frana – sale e nebbia –
dall’altipiano a una valle di crete;
così povero che basta un venditore
d’abiti smessi – ridono appesi alle corde
i colori delle vesti femminili –
a far festa, o la tenda bianca
del venditore di torrone.
Il sale sulla piaga, queste pietre
bianche che s’ammucchiano
lungo i binari – il viaggiatore
alza gli occhi dal giornale, chiede
il nome del paese – e poi in lunghi convogli e
scendono alle navi di Porto Empedocle;
il sale della terra – “e se il sale
diventa insipido
come gli si renderà il sapore?”
(E se diventa morte,
pianto di donne nere nelle strade,
fame negli occhi dei bambini?).

 
2.

Questo è il freddo che i vecchi
dicono s’infila dentro le corna del bue;
che svena il bronzo delle campane,
le fa opache nel suono come brocche di creta.
C’è la neve sui monti di Cammarata,
a salutare questa neve lontana
c’erano un tempo festose cantilene.
I bambini poveri si raccolgono silenziosi
sui gradini della scuola, aspettano
che la porta si apra: fitti e intirizziti
come passeri, addentano il pane nero,
mordono appena la sarda iridata
di sale e squame. Altri bambini
stanno un po’ in disparte, chiusi
nel bozzolo caldo delle sciarpe.

 

Leonardo Sciascia, Cartoline dal mio paese,  La Stampa del 18 dicembre 2009

 

[Queste poesie, scritte da Leonardo Sciascia nel 1952, sono state ritrovate da Francesco Izzo tra le Carte Pasolini, presso l’Archivio A. Bonsanti del Gabinetto Vieusseux di Firenze. E a darne notizia è stato il sito ufficiale degli Amici dello scrittore siciliano Leonardo Sciascia Web nell’ottobre del 2009 e pubblicate su La Stampa del 18 dicembre 2009.]

 

[Foto: Leonardo Sciascia (1921-1989) sugli scogli sul mare vicino a Palermo (Vittoriano Rastelli / Getty Images) ]

Noi stiamo con le Antigoni, Manifesto di disobbedienza civile

NOI STIAMO CON LE ANTIGONI

Manifesto disobbediente dell’ Officina dei Saperi

 

Si ripropone, da secoli, ogni volta che insorge lo “stato di eccezione” – ovvero ogni volta che il potere politico esubera non solo rispetto all’ordine giuridico ma alle norme etiche o alla percezione di valori non scritti della civiltà – lo storico conflitto fra Creonte e Antigone, fra la Legge storica e la Legge naturale e umana della compassione e della pietà.

Il conflitto è noto e gli dà voce l’immensa tragedia di Sofocle: da una parte le ragioni di Creonte, il tiranno di Tebe che, interpretando le leggi della città che impediscono sepoltura ai traditori, proibisce l’inumazione del ribelle Polinice; dall’altra le ragioni di Antigone, la giovane fanciulla sorella di Polinice che, vedendo il cadavere esposto al martirio dei corvi, disobbedendo alla legge, con rischio personale, sacrificando la sua felicità (è promessa ad Emone, figlio di Creonte), porta il corpo del fratello nella città e lo seppellisce. Sofocle, i Greci cioè, non prendono posizione per una delle due parti (anche se la tragedia si chiama Antigone). Sono tragici appunto e sanno che non ci può essere società e giustizia senza il rispetto della legge, così come non può esserci umanità senza la pietà e l’inumazione dei morti. Da tragici, cavalcano entrambe le ragioni (anche se, appunto, la tragedia continua a chiamarsi Antigone).

Noi invece non abbiamo dubbi: qui e ora stiamo dalla parte di Antigone e di tutte le Antigoni. Perché sono molte, dopo quella dell’alba greca. In nome di Antigone, per esempio, si schierarono gli avvocati che accusarono i criminali nazisti durante il processo di Norimberga: processo che in nome di Creonte non avrebbe mai potuto essere celebrato in quanto quei capi nazisti non avevano fatto altro che obbedire alla legge scritta, storica, del loro Stato. Così come fu in nome di Antigone che i soldati statunitensi strapparono la loro carta di identità per disobbedire alla scelta scellerata della guerra del Vietnam, ed è in nome di Antigone che in ogni paese, tanti e tanti disobbedienti, si ribellano alla violazione dei diritti umani pur sancita dalla legge di quei Paesi.

Stiamo dunque con le Antigoni , disobbedienti per far andare avanti la vita, perché è falsa la separazione, perché è falso che possa esistere una Legge che sia contro la Vita. La vita, la sua dignità, la cura della sua fragilità, è il fondamento della legge, senza del quale la legge non è che esercizio retorico o peggio, brutale esercizio del potere: uno “sterile e colpevole legalismo”, come denunciò nel ’46 Piero Calamandrei, appellandosi invece alle “leggi superiori di Antigone”, leggi dell’umanità che poi improntarono lo spirito e i principi della nostra Costituzione.

Stiamo con le Antigoni e dunque con quei Sindaci, che, mettendo a rischio la sicurezza del loro mandato, in questi giorni disobbediscono ad un Decreto contro l’immigrazione, una vera e propria legge razziale che fomenta la violenza e la paura, sentimento non ammissibile nello Stato, ma appunto foriero a legittimare solo uno “stato di eccezione”. Stiamo con le Antigoni e con i Sindaci anche perché la civiltà che più amiamo è figlia di un mare di terre e di mari, come diceva un suo grande cantore, che non può essere pensato se non come una koinè ospitale, dove le voci, le storie degli uomini e delle donne, si intrecciano, si scambiano e si danno rifugio e reciproco soccorso.

 

Creonte: osasti calpestare la legge
Antigone: Io non pensai che tanta forza avessero
gli ordini tuoi, da rendere un mortale
capace di varcare i sacri limiti
delle leggi non scritte e non mutabili.
Non sono ne’ di ieri ne’ d’oggi, ma da sempre
vivono… o non potevo, per paura di un uomo arrogante, attirarmi il castigo degli dei…

 

Per “Officina dei Saperi”: Laura Marchetti, Ilaria Agostini, Lucinia Speciale, Maria Pia Guermandi, Cristina Lavinio, Tiziana Drago, Renata Puleo, Lidia De Candia, Piero Bevilacqua, Enzo Scandurra, Tonino Perna, Roberto Budini Gattai, Francesco Trane, Alessandro Bianchi, Luigi Vavalà, Battista Borghi, Rossano Pazzagli, Battista Sangineto , Giuseppe Saponaro.

Chi volesse aderire al Manifesto può farlo alla mail: officina-dei-saperi@googlegroups.com

sito:   https://officinadeisaperi.it/

 

[Perchè  è inammissibile che 49 persone stiano nel bel mezzo del gelo invernale e a pochi metri dalla costa per oltre due settimane; ed è inammissibile che 49 persone diventino l’oggetto di contesa di Stati che non sanno più a cosa aggrapparsi per non accettare i loro fallimenti. E’ inammissibile giocare con la vita umana e dimenticare uno dei pilastri del Nomos costituzionale italiano: la Solidarietà. Non voglio aggiungere altri commenti, questo bellissimo manifesto parla da solo, vi invito amici cari, in ogni forma in vostro potere ad aderire e partecipare.

Perché scegliere è possibile.

 

Gilda M.]

Scia, Mario De Santis

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Lamiere e marmo a splendere, come un altrove.
noi cerchiamo un parto in un giro di tango
in una carezza che manca, anche se il giorno impazzisce
e resta muto. L’attesa è restare tutti i giorni
in questo bar, come il vertice del vetro
è nella trasparenza.

M. De Santis

 

 

a R.
1.
“lo sai, è veramente la fine d ogni cosa”
dice di un amore – e mente, solo cerca
dove si rompe il coltello sulla tempia, l’assedio
di una sera, il capogiro dove scendono i pianeti
la loro forza che calma, il loro freddo che cura.
“un taglio perfetto spesso segue l’orbita di un gesto d’amore
ma resta ingiusto come tale” io dico, cercando la mia stasi
nella retta delle vie di Prati, cercando la tua chiesa
invisibile come l’universo. Guardo gli occhi, vessilli
neri di un popolo tronco, ci abita il tuo silenzio
il cielo vuoto lo somiglia al mio. Intorno impallidisce
Gennaio, i negozi non apriranno più, l’aria fittizia
di questo ennesimo anno non si vede,
come il dio che ci ha lasciato, impotente,
al ballo di alcolici, al giro di case in affitto.

2.
Chi le abita, arriva coi topi la sera, lune che indorano
e bar elettrici a scavare in un milione di bicchieri,
guardi nelle finestre: abitano qui, dove i vestiti
poggiano come le buste di rifiuti,
colorano tetri la via. Non è così bella la terra,
ma una città serve a proteggere distanze, il sì che c’è nel no,
la cosa che appartiene da quella che si consuma.
Lamiere e marmo a splendere, come un altrove.
noi cerchiamo un parto in un giro di tango
in una carezza che manca, anche se il giorno impazzisce
e resta muto. L’attesa è restare tutti i giorni
in questo bar, come il vertice del vetro
è nella trasparenza. Andando via senza tante parole
nasce tra noi una libertà di assoluto niente, che non serve.
C’è un gesto possibile, ma non lo cerchiamo.
Resti qui tu, come una figlia a bruciare in un guscio
labile, in un abbraccio, quello che non ci daremo.
Camminando, la sosta all’angolo e poi chissà,
guardo rassicurato i lavori di scavo nell’asfalto:
il mio tempo finisce se non vedo più quella scia
da dove sei venuta, dove sei tornata.

Mario De Santis, Scia (inedito)

 

[Foto: Anna O.]

 

[Mario De Santis è nato a Roma nel 1964. Si occupa di poesia e critica letteraria, collaborando a riviste cartacee  e online. E’ giornalista radiofonico, dal 1988, come  autore e conduttore di svariate  trasmissioni culturalie dal 2010 è nella redazione di Radio Capital.  Poeta contemporaneo, ha  pubblicato  Le ore Impossibili (Empiria,2007), La polvere nell’acqua (Milano, Crocetti, 2012) e Sciami  (Ladolfi Editore, (2015).]