Auguri di buon anno!

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Con alcuni dei libri che hanno accompagnato il nostro 2018 e la scelta tra gli articoli e le poesie pubblicate, vi auguro un nuovo anno di rinascite, incontri, scoperte e gioia! Ma soprattutto un anno carico di arte, poesia e Bellezza: quella vera, autentica, che ogni giorno in centinaia cercate qui tra queste pagine, e sono certa, anche Oltre

Buon 2019 a tutti amici cari!

Gilda

Un blues in forma di non lettera, Julio Cortazar

Anelando l’invisibile, Odisseas Elytis

Consigli, Ennio Flaiano

Non ti arrendere, Mario Benedetti

Smisurata preghiera, Fabrizio De André

Una luce, Pier Paolo Pasolini

Mare della sera, Octavio Paz

La prima parola di un verso… R. M. Rilke

(Ai Bambini Siriani), Amarji

Tu non sai, Alda Merini

Il cielo è di tutti, Gianni Rodari

Alla mia maestra di laicità: lettera di Don Gallo a Fernanda Pivano

I ricordi, Giuseppe Ungaretti

Battendo a macchina, Giorgio Caproni

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E se non vuoi tradita
la sua semplice gloria,
sii fine e popolare
come fu lei – sii ardita
e trepida, tutta storia
gentile, senza ambizione.

G. Caproni

 

Mia mano, fatti piuma:
fatti vela; e leggera
muovendoti sulla tastiera,
sii cauta. E bada, prima
di fermare la rima,
che stai scrivendo d’una
che fu viva e fu vera.

Tu sai che la mia preghiera
è schietta, e che l’errore
è pronto a stornare il cuore.
Sii arguta e attenta: pia.
Sii magra e sii poesia
se vuoi essere vita.
E se non vuoi tradita
la sua semplice gloria,
sii fine e popolare
come fu lei – sii ardita
e trepida, tutta storia
gentile, senza ambizione.

Allora, sul Voltone,
ventilata in un maggio
di barche, se paziente
chissà che, con la gente,
non prenda aìre e coraggio
anche tu, al suo passaggio.

Giorgio Caproni, da  Il seme del piangere” (1954 – 1958) in Meridiani Mondadori, Vol I, 2009

 

* Dalla nota dell’autore al libro: “Il Voltone è nomignolo popolare della vasta Piazza Carlo Alberto (ora Piazza della Repubblica), giustificato dal fatto che sotto di essa, come sotto una grande volta, è il canale navigabile che unisce il Fosso dei Navicelli con la Darsena del Cantiere Orlando. Il Cisternone è il serbatoio dell’acquedotto di Colognole, costruzione gialla di stile neo-classico sormontata da un grandioso nicchione. In Cors’Amedeo, presso il Parterre e il Cisternone, era la palazzina dove son nato. Via Palestro è (o era) una delle vie più popolari dove ho abitato fino al ’22”

** Il seme del piangere è un breve canzoniere per la madre, Anna Picchi, che rivive in questi versi  il tempo della giovinezza, quando il poeta ancora non era nato. Anche questo componimento, quindi, volutamente semplice, è dedicato alla sua memoria.

Lettera ai bambini, Gianni Rodari

 

liberare gli schiavi
che si credono liberi.

G. Rodari

 

È difficile fare
le cose difficili:
parlare al sordo
mostrare la rosa al cieco.

Bambini, imparate
a fare le cose difficili:
dare la mano al cieco,
cantare per il sordo,
liberare gli schiavi
che si credono liberi.

Gianni Rodari, Lettera ai bambini inParole per giocare,  Manzuoli Editore (1979)

 

[Il primo augurio e la prima speranza per il nuovo anno, per me come per voi, è di poter liberare questo mondo, sempre più oltraggiato in ogni sua dimensione dalle forme di privatizzazione sempre più pervasive e insistenti, subdole e sottili di cui purtroppo è oggi ostaggio il nostro meraviglioso pianeta, così come le specie che vi abitano compreso, l’uomo per mano di altri uomini. Il secondo è di poter credere che le generazioni future siano meno miopi di fronte all’illusione di un progresso cieco, dissacrante e criminale e possano indirizzare le nuove scoperte e conoscenze verso un’etica del bene comune. La terza è che gli uomini di oggi- noi qui, tutti- che abbiamo avuto la meravigliosa occasione di attraversare questi paesaggi, possiamo renderci conto che piccole scelte e buone riflessioni, i piccoli gesti quotidiani possono cambiare il mondo.

Grazie a tutti!

 

Gilda M]

[Foto: Wayne Miller, Children in a movie theater, 1958]

Ti Amo, Mario Benedetti

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e per la strada fianco a fianco
siamo molto più di due.

M. Benedetti

 

Le tue mani sono la mia carezza,
i miei accordi quotidiani
ti amo perché le tue mani
si adoperano per la giustizia
se ti amo è perché sei
il mio amore la mia complice e tutto
e per la strada fianco a fianco
siamo molto più di due
i tuoi occhi sono il mio esorcismo
contro la cattiva giornata
ti amo per il tuo sguardo
che osserva e semina il futuro
la tua bocca che è tua e mia
la tua bocca che non si sbaglia
ti amo perché la tua bocca
sa incitare alla rivolta
se ti amo è perché sei
il mio amore la mia complice e tutto
e per la strada fianco a fianco
siamo molto più di due
e per il tuo aspetto sincero
e il tuo passo vagabondo
e il tuo pianto per il mondo
perché sei popolo ti amo
e perché l’amore non è un’aureola
né l’ingenuo finale di una favola
e perché siamo una coppia
che sa di non essere sola
ti voglio nel mio paradiso
ossia quel paese
in cui la gente vive felice
anche senza permesso
se ti amo è perché sei
il mio amore la mia complice e tutto
e per la strada fianco a fianco
siamo molto più di due.

 

Mario Benedetti, Ti amo, da Pomas de otros, 1974

 

 

___________________________________

Te quiero

 

Tus manos son mi caricia
mis acordes cotidianos
te quiero porque tus manos
trabajan por la justicia

si te quiero es porque sos
mi amor mi cómplice y todo
y en la calle codo a codo
somos mucho más que dos

tus ojos son mi conjuro
contra la mala jornada
te quiero por tu mirada
que mira y siembra futuro

tu boca que es tuya y mía
tu boca no se equivoca
te quiero porque tu boca
sabe gritar rebeldía

si te quiero es porque sos
mi amor mi cómplice y todo
y en la calle codo a codo
somos mucho más que dos

y por tu rostro sincero
y tu paso vagabundo
y tu llanto por el mundo
porque sos pueblo te quiero

y porque amor no es aureola
ni cándida moraleja
y porque somos pareja
que sabe que no está sola

te quiero en mi paraíso
es decir que en mi país
la gente viva feliz
aunque no tenga permiso

si te quiero es porque sos
mi amor mi cómplice y todo
y en la calle codo a codo
somos mucho más que dos.

Mario Benedetti da Poemas de otros

Sirena, Mario Benedetti

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Sono convinto che tu non esista
e tuttavia ogni notte ti ascolto

t’invento a volte con la vanità
con la desolazione o la pigrizia

dall’infinito mare arriva il tuo stupore
l’ascolto come un salmo e ciò malgrado

son così certo che tu non esista
che t’ aspetto nel sogno per domani

 

Mario Benedetti, Sirena

 

[Foto: Tomasz Alen Kopera]

Ho capito, Rocco Scotellaro

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Ho capito fin troppo gli anni e i giorni e le ore
gl’intrecci degli uomini, chi ride e chi urla
giura che Cristo poteva morire a vent’anni
le gru sono passate, le rondini ritorneranno.
Sole d’oro, luna piena, le nevi dell’inverno
le mattine degli uccelli a primavera
le maledizioni e le preghiere.

Rocco Scotellaro, Tutte le poesie, 1940-1953, Oscar mondadori, 2004

 

I portatori di sogni di Gioconda Belli e Novecento di Bernardo Bertolucci

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Li hanno chiamati illusi, romantici, pensatori di utopie,
hanno detto che le loro parole sono vecchie
– e in effetti lo erano
perché antica è la memoria del paradiso nel cuore dell’uomo –
gli accumulatori di ricchezze li temevano
e lanciavano eserciti contro di loro,
però i portatori di sogni tutte le notti facevano l’amore
e continuava a germinare il loro seme nel ventre di quelle
che non solo portavano i sogni ma li moltiplicavano
e li facevano correre e parlare.

Gioconda Belli

 

 

In tutte le profezie
sta scritta la distruzione del mondo.
Tutte le profezie raccontano
Che l’uomo creerà la propria distruzione.
Ma i secoli e la vita che sempre si rinnova
Hanno anche generato una stirpe di amatori e sognatori;
uomini e donne che non sognano la distruzione del mondo,
ma la costruzione di un mondo pieno di farfalle e usignoli.
Già da bambini erano segnati dall’amore.
Al di là delle apparenze quotidiane
conservavano la tenerezza e il sole di mezzanotte.
Le madri li trovavano piangenti per un uccellino morto
e più tardi trovarono anche molti di loro
morti come uccellini.
Questi esseri convissero con donne traslucide
e le resero gravide di miele e figli nutriti
da un inverno di carezze.
Fu così che proliferarono nel mondo i portatori di sogni
ferocemente attaccati dai portatori di profezie
che annunciano catastrofi.
Li hanno chiamati illusi, romantici, pensatori di utopie,
hanno detto che le loro parole sono vecchie
– e in effetti lo erano
perché antica è la memoria del paradiso nel cuore dell’uomo –
gli accumulatori di ricchezze li temevano
e lanciavano eserciti contro di loro,
però i portatori di sogni tutte le notti facevano l’amore
e continuava a germinare il loro seme nel ventre di quelle
che non solo portavano i sogni ma li moltiplicavano
e li facevano correre e parlare.
In questo modo il mondo generò nuovamente la propria vita
così come aveva generato quelli
che inventarono il modo di spegnere il sole. –
I portatori di sogni sopravvissero ai climi gelidi
ma nei climi caldi quasi sembravano sbocciare
per generazione spontanea.
Forse le palme, i cieli azzurri, le piogge torrenziali
avevano qualcosa a vedere con questo,
la verità è che come laboriose formichine
questi esemplari non smettevano di sognare e di costruire bei mondi,
mondi di fratelli, di uomini e donne che si chiamavano compagni,
che insegnavano l’uno all’altro a leggere,
si consolavano nelle morti
si curavano e aiutavano fra loro, si volevano bene, si appoggiavano
nell’arte di amare e nella difesa della felicità.
Erano felici nel loro mondo di zucchero e vento
e da ogni parte venivano a impregnarsi del loro alito
e dei loro sguardi luminosi
e in ogni direzione partivano quelli che li avevano conosciuti
portando sogni
sognando profezie nuove
che parlavano di tempi di usignoli e di farfalle
in cui il mondo non sarebbe finito in un’ecatombe
ma, al contrario, gli scienziati avrebbero progettato
fontane, giardini, giochi sorprendenti
per rendere più gioiosa la felicità dell’uomo.
Sono pericolosi – stampavano le grandi rotative
Sono pericolosi – dicevano i presidenti nei loro discorsi
Sono pericolosi – mormoravano gli artefici di guerra
Bisogna distruggerli- stampavano le grandi rotative
Bisogna distruggerli – dicevano i presidenti nei loro discorsi
Bisogna distruggerli – mormoravano gli artefici di guerra.
I portatori di sogni conoscevano il loro potere
e perciò non si sorprendevano.
E sapevano anche che la vita li aveva generati
per proteggersi dalla morte annunciata dalle profezie.
E perciò difendevano la loro vita anche con la morte.
E perciò coltivavano giardini pieni di sogni
e li offrivano in dono con grandi nastri colorati;
e i profeti dell’oscurità passavano notti e giorni interi
controllando tutti i passaggi ed i sentieri,
cercando quei carichi pericolosi
che non hanno mai potuto intercettare,
perché chi non ha occhi per sognare
non vede i sogni né di giorno né di notte.
E nel mondo si è scatenato un gran traffico di sogni
che i trafficanti della morte non riescono a bloccare;
e dappertutto ci sono quei pacchi con grandi nastri colorati
che solo questa nuova stirpe di veri esseri umani può vedere
e i semi dei loro sogni non si possono scoprire
perché sono racchiusi in rossi cuori
o in ampie vesti di maternità
dove i piedini sognatori caprioleggiano
nei ventri che li portano.
Dicono che la terra dopo averli partoriti
scatenò un firmamento di arcobaleni
e soffiò fecondità nelle radici degli alberi.
Noi sappiamo solo che li abbiamo visti
Sappiamo che la vita li generò
per proteggersi dalla morte che annunciano le Profezie

 

 

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En todas las profecías
está escrita la destrucción del mundo.

Todas las profecías cuentan
que el hombre creará su propia destrucción.

Pero los siglos y la vida
que siempre se renueva
engendraron también una generación
de amadores y soñadores,
hombres y mujeres que no soñaron
con la destrucción del mundo,
sino con la construcción del mundo
de las mariposas y los ruiseñores.

Desde pequeños venían marcados por el amor.
Detrás de su apariencia cotidiana
Guardaban la ternura y el sol de medianoche.
Las madres los encontraban llorando
por un pájaro muerto
y más tarde también los encontraron a muchos
muertos como pájaros.
Estos seres cohabitaron con mujeres traslúcidas
y las dejaron preñadas de miel y de hijos verdecidos
por un invierno de caricias.
Así fue como proliferaron en el mundo los portadores sueños,
atacados ferozmente por los portadores de profecías
habladoras
de catástrofes.
los llamaron ilusos, románticos, pensadores de
utopías
dijeron que sus palabras eran viejas
y, en efecto, lo eran porque la memoria del paraíso
es antigua
el corazón del hombre.
Los acumuladores de riquezas les temían
lanzaban sus ejércitos contra ellos,
pero los portadores de sueños todas las noches
hacían el amor
y seguía brotando su semilla del vientre de ellas
que no sólo portaban sueños sino que los
multiplicaban
y los hacían correr y hablar.
De esta forma el mundo engendró de nuevo su vida
como también habia engendrado
a los que inventaron la manera
de apagar el sol.
Los portadores de sueños sobrevivieron a los
climas gélidos
pero en los climas cálidos casi parecían brotar por
generación espontánea.
Quizá las palmeras, los cielos azules, las lluvias
torrenciales
Tuvieron algo que ver con esto,
La verdad es que como laboriosas hormiguitas
estos especímenes no dejaban de soñar y de construir
hermosos mundos,
mundos de hermanos, de hombres y mujeres que se
llamaban compañeros,
que se enseñaban unos a otros a leer, se consolaban
en las muertes,
se curaban y cuidaban entre ellos, se querían, se
ayudaban en el
arte de querer y en la defensa de la felicidad.

Eran felices en su mundo de azúcar y de viento
de todas partes venían a impregnarse de su aliento
de sus claras miradas
hacia todas partes salían los que habían conocido
portando sueños
soñando con profecías nuevas
que hablaban de tiempos de mariposas y ruiseñores
y de que el mundo no tendría que terminar en la
hecatombe.
Por el contrario, los científicos diseñarían
puentes, jardines, juguetes sorprendentes
para hacer más gozosa la felicidad del hombre.

Son peligrosos – imprimían las grandes
rotativas
Son peligrosos – decían los presidentes
en sus discursos
Son peligrosos – murmuraban los artífices de la guerra.

Hay que destruirlos – imprimían las grandes
rotativas
Hay que destruirlos – decían los presidentes en sus
discursos
Hay que destruirlos – murmuraban los artífices de la guerra.

Los portadores de sueños conocían su poder
por eso no se extrañaban
también sabían que la vida los había engendrado
para protegerse de la muerte que anuncian las
profecías
y por eso defendían su vida aun con la muerte.
Por eso cultivaban jardines de sueños
y los exportaban con grandes lazos de colores.
Los profetas de la oscuridad se pasaban noches
y días enteros
vigilando los pasajes y los caminos
buscando estos peligrosos cargamentos
que nunca lograban atrapar
porque el que no tiene ojos para soñar
no ve los sueños ni de día, ni de noche.
Y en el mundo se ha desatado un gran tráfico de
sueños
que no pueden detener los traficantes de la muerte;
por doquier hay paquetes con grandes lazos
que sólo esta nueva raza de hombres puede ver
la semilla de estos sueños no se puede detectar
porque va envuelta en rojos corazones
en amplios vestidos de maternidad
donde piesecitos soñadores alborotan los vientres
que los albergan.

Dicen que la tierra después de parirlos
desencadenó un cielo de arcoiris
y sopló de fecundidad las raíces de los árboles.
Nosotros sólo sabemos que los hemos visto
sabemos que la vida los engendró
para protegerse de la muerte que anuncian las
profecías.

Gioconda Belli, da  La costola di Eva ( La costilla de Eva), 1987

 

[Foto: dal film Novecento, Attilio Bertolucci, 1976]

I ricordi, Giuseppe Ungaretti

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 … echi brevi protratti,
senza voce echi degli addii
a minuti che parvero felici…

 

I ricordi, un inutile infinito,
ma soli e uniti contro il mare, intatto
in mezzo a rantoli infiniti..
Il mare,
voce d’una grandezza libera,
ma innocenza nemica nei ricordi,
rapido a cancellare le orme dolci
d’un pensiero fedele…
Il mare, le sue blandizie accidiose
quanto feroci e quanto, quanto attese,
e alla loro agonia,
presente sempre, rinnovata sempre,
nel vigile pensiero l’agonia…
I ricordi,
il riversarsi vano
di sabbia che si muove
senza pesare sulla sabbia,
echi brevi protratti,
senza voce echi degli addii
a minuti che parvero felici…

 

Giuseppe Ungaretti, I ricordi in Vita d’un uomo, I Meridiani,  Mondadori, 1969

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Los recuerdos, inútil infinito,
pero solos y unidos contra el mar, intacto,
en medio de estertores infinitos…

El mar,
voz de una libre grandeza
pero inocencia enemiga en los recuerdos,
tan rápido en borrar las huellas dulces
de un pensamiento fiel…

El mar, sus blanduras indolentes
tan feroces y esperadas tanto, tanto,
y en su agonía,
presente siempre, renovada siempre,
en el despierto pensamiento, la agonía.

Los recuerdos,
el revolverse vano
de arena que se mueve
sin pesar sobre la arena,

ecos breves y lentos,
sin voz, ecos de los adioses
a minutos que parecían felices…

Versión de Jesús López Pacheco

 

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[Foto: Ansel Adams, Sundown, The Pacific, ca. 1953]

Acqua scura, Ruth Padel

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… comincia così
la ricerca di un nuovo posto sulla terra
tra onde come anelli di un albero …

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la Grecia stava attraversando una grande recessione. I cittadini di Mitilene non riuscivano neppure a pagarsi un caffè ai bar del porto. Nelle strade secondarie le donne cercavano indumenti a poco prezzo. […]  Dappertutto notavo segni potenziali di risentimento nei confronti dei rifugiati. Eppure, nonostante la recessione, i caffè offrivano ai rifugiati la ricarica gratis dei cellulari, e la città era piena di graffiti che dicevano “rifuguati benvenuti”

Ruth Padel

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Ho scritto questo poemetto dopo una visita a Lesbo nel settembre 2016, a un anno dagli sbarchi di un ingente numero di rifugiati in Siria, a sei mesi dalla firma del trattato dell’Unione Europea con la Turchia, in base al quale per ogni rifugiato siriano tornato in Turchia dalle isole greche sarebbe stato accolto in Europa un richiedente asilo turco. Ma erano anche trascorsi due mesi dal tentativo di colpo di Stato in Turchia , che aveva dato il via allo stato di emergenza, all’arresto di migliaia di soldati, funzionari statali e uomini d’affari, e all’espulsione di ogni persona sospettata di avere legami con il movimento responsabile, secondo il governo turco, del tentato colpo di Stato. Vedevo la Turchia al di là del mare, un puntino violetto all’orizzonte. Mitilene, la città principale di Lesbo, dipendeva dal turismo turco, i menù davanti ai ristoranti e ai caffè erano in turco e in greco. Ma non c’era un turco che si azzardasse a partire per il momento e i caffè erano per lo più vuoti.
Scopo dell’accordo turco-europeo era di sospendere il flusso dei migranti attraverso l’Egeo: la Grecia avrebbe avuto il permesso di respingere in Turchia “tutti i nuovi migranti irregolari”. In cambio, gli Stati membri dell’Unione Europea avrebbero incrementato il collocamento dei rifugiati siriani in Turchia e accelerato la liberazione dei visti per i turchi e si erano impegnati a “rinvigorire” i colloqui ssull’ingresso nell’Unione Europea. Gli eventi in Turchia avevano fatto perdere ogni speranza. Il trattato aveva rallentato la di barconi ricolmi di rifugiati siriani, ma di notte continuavano gli sbarchi sulla costa. Le barche della Border Force aspettavano nel porto di Milete pronte a intercettarli […]

[…] la Grecia stava attraversando una grande recessione. I cittadini di Mitilene non riuscivano neppure a pagarsi un caffè ai bar del porto. Nelle strade secondarie le donne cercavano indumenti a poco prezzo. Ma la sera i ristoranti si riempivano dei funzionari delle organizzazione che gestivano gli aiuti internazionali e che, a differenza degli isolani,  potevano permettersi il vino, il cibo e le serate fuori. Dappertutto notavo segni potenziali di risentimento nei confronti dei rifugiati. Eppure, nonostante la recessione, i caffè offrivano ai rifugiati la ricarica gratis dei cellulari, e la città era piena di graffiti che dicevano “rifuguati benvenuti”. Mi resi conto che non si trattava solo di un senso di umanità, come quello manifestato dalle comunità siciliane e dell’Italia del sud verso le barche cariche di rifugiati, ma c’era anche il precedente di Smirne.

Nel 1922, nel corso del conflitto tra Grecia e Turchia, la popolazione greca della città turca di Smirne. ora Izmir, fu massacrata e gran parte della città fu data alle fiamme. La catastrofe di Smirne è incisa profondamente nella coscienza popolare grecaMolti greci fuggirono in barca verso Lesbo, l’isola vicina, e diventarono i nonni della generazione adulta di oggi. Hoparlato con una giornalista che aveva atteso per ore al buio e aveva aiutato a tirar fuori dalle onde i siriani scossi dai brividi, traumatizzati. Mi ha detto che le loro storie erano identiche a quelle raccontate da sua nonna, fuggita bambina da Smirne. [..]

[…] Sul muro di una moschea abbandonata ho letto dei graffiti che dicevano: “I nostri nonni erano rifugiati, noi siamo migranti, perchè dovremmo essere razzisti?

Ruth Padel

 

_

Dove non c’era ninete
tutta la notte

dove non c’era niente
solo nebbia grigia

c’è ora una forma
abbandonata da Creonte

che avanza al tenue luccichìo
di un cellulare

esplode sulle rocce
frantumando la sabia – trafiggendo la pelle

tirali fuori Stige
segui il ritmo

fracidi fino al midollo
si abbracciano

e rabbrividiscono – e piangono
pietre aguzze

alberi che bisbigliano
la nostra lingua strana – senza dubbio

e le nostre mani – ruvide
scivolose – che li tirano fuori

dall’ultimo strappo delle onde
a un gorgogliare pigro di colombe

volti bagnati
nel fulgore sgualcito dell’alba

accesi – l’un l’altro
come se l’acquamantenesse la forma

dopo che la bocca si è rotta
un attimo impietrito e splendente

prima che i frantumi
cadano via

 

Ruth Padel, dalla rivista Poesia  n. 343 , Crocetti Editore, 2018

 

[C’è un’unica cosa che non mi trova d’accordo con questa bellissima testimonianza, la considerazione relativa agli aiuti fatti sulle isole italiane. Perchè sebbene  non ci sia una Smirne italiana, è però lo stesso identico sentimento – che immagino attraversi ogni isolano, ogni abitante di porti:  luoghi di incontri e scambi, a portare gli abitanti- che porta, tra timori e sentimenti contrastanti, ad accogliere e riscaldre i cuori di questi uomini migranti, intenti a trovare il modo di costruire una nuova vita. Un filo che in fondo lega tutti noi, che portimo inciso nel nostro baglio eistenziale: il nostro viaggio, noi che siamo viaggio, percorso, migrazione; noi che sappiamo il mare in quanto popolo che si affaccia per i due terzi sul mare; e noi in quanto specie, che se non avesse un giorno deciso di mettersi in viaggio, affrontando il mare, la paura, gli ostacoli, le discriminazioni, probabilmente non sarebbe qui a popolare la Terra. Ognuna di quelle migrazioni ci riguarda, perchè in ognuna di esse, in ogni singola esistenza migrante c’è sempre un po’ della nostra migrazione esistenziale.

 

Gilda M.]

Cultura, Antonio Gramsci

Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri

Basta vivere da uomini, cioè cercare di spiegare a se stessi il perché delle azioni proprie e altrui, tenere gli occhi aperti, curiosi su tutto e tutti, sforzarsi di capire; ogni giorno di più l’organismo di cui siamo parte, penetrare la vita con tutte le nostre forze di consapevolezza, di passione, dì volontà; non addormentarsi, non impigrire mai…

 

A. Gramsci

 

Cultura, non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri (…).

Cultura è la stessa cosa che la filosofia… ciascuno di noi è un poco filosofo: lo è tanto più quanto più è uomo… Cultura, filosofia, umanità sono termini che si riducono l’uno nell’altro (…) Cosicché essere colto, essere filosofo lo può chiunque lo voglia. Basta vivere da uomini, cioè cercare di spiegare a se stessi il perché delle azioni proprie e altrui, tenere gli occhi aperti, curiosi su tutto e tutti, sforzarsi di capire; ogni giorno di più l’organismo di cui siamo parte, penetrare la vita con tutte le nostre forze di consapevolezza, di passione, dì volontà; non addormentarsi, non impigrire mai; dare alla vita il suo giusto valore in modo da essere pronti, secondo le necessità, a difenderla o a sacrificarla. La cultura non ha altro significato”.

 

Antonio Gramsci, Quaderni del Carcere