Il mare, Nico Orengo

Giuseppe Conoci

 

Il mare: quant’acqua
da millenni inquieta
capriola tra il fondale
e la riva, sgomitola
vele d’onde e piane,
strappandosi, da terra
all’orizzonte,
in voragine di viola
e veli azzurri,
respirando infantile
o in scoppi d’asma,
vivendo il ventre
di una madre, ampia.

 

Nico Orengo, da Cartoline di mare vecchie e nuove, Einaudi, 1999

[Foto: Giuseppe Conoci, Le cose delicate (Baia dell’Orte, Otranto) ]

Ciò che fugge, Christian Bobin

 

“Ciò che fugge dal mondo è la poesia. La poesia non è un genere letterario, è l’esperienza spirituale della vita, la più alta densità di precisione, l’intuizione accecante che la vita più fragile è una vita senza fine.”

 

Christian Bobin, da Un sole che sorge (Animamundi Edizioni, 2014)

Per te non ci sono parole, Maruja Vieira

Monica Biancardi

 

Per te non ci sono parole.
Ci sono solo mute pagine bianche
e questo lento cadere
delle mani inutili
che dimenticarono e trovarono
lettere
sogni
e alberi.

Ci furono parole prima.
Come il mare,
come il grido luminoso
degli ultimi fari.

Per te c’è solo il tempo,
non ci sono parole.
E il tempo è infinito
ora che ti amo.
Maruja Vieira, Per te non ci sono parole
Trad. Emilio Capaccio

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Para ti no hay palabras.
Hay sólo mudas páginas en blanco
y este lento caer
de las manos inútiles
que olvidaron y hallaron
letras
sueños
y árboles.

Hubo palabras antes.
Cuando el mar,
cuando el grito luminoso
de los últimos faros.

Para ti sólo hay tiempo,
no hay palabras.
Y el tiempo es infinito
ahora que te amo.

Maruja Vieira, Para ti no hay palabras

 

[Foto: Monica Biancardi]

Isola, Salvatore Quasimodo

Kunito Imai

 

Io non ho che te
cuore della mia razza.

Di te amore m’attrista,
mia terra, se oscuri profumi
perde la sera d’aranci,
o d’oleandri, sereno,
cammina con rose il torrente
che quasi n’è tocca la foce.

Ma se torno a tue rive
e dolce voce al canto
chiama da strada timorosa
non so se infanzia o amore,
ansia d’altri cieli mi volge,
e mi nascondo nelle perdute cose.

Salvatore Quasimodo, Oboe sommerso, Edizioni di Circoli, Genova, 1932 (in Tutte le poesie, Oscar Mondadori Editore, 1995)

[Foto: Kunito Imai]

L’indifferenza, da A. Gramsci

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ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto
anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere
la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

A. Gramsci

 

 

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

 

A. Gramsci In La città futura, 11 febbraio 1917

 

[Foto: Kai Ziehl ]

Città, J. Luis Borges

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e il tuo ricordo è come brace viva
che non lascio cadere
anche se mi brucia le mani

J. L. Borges

 

 

 

Insegne luminose strattonano la stanchezza.
Volgari schiamazzi
saccheggiano la quiete dell’anima.
Colori impetuosi
scalano le attonite facciate.
Dalle piazze rotte
traboccano copiose le distanze.
Il tramonto abbattuto
che si rannicchia oltre i sobborghi
è beffa d’ombre rovinate.
Io percorro le strade svigorito
dall’insolenza delle luci false
e il tuo ricordo è come brace viva
che non lascio cadere
anche se mi brucia le mani

Jorge Luis Borges, Fervore di Buenos Aires, 1923

 

Anuncios luminosos tironeando el cansancio.
Charras algarabías
entran a saco en la quietud del alma.
Colores impetuosos
escalan las atónitas fachadas.
De las plazas hendidas
rebosan ampliamente las distancias.
El ocaso arrasado
que se acurruca tras los arrabales
es escarnio de sombras despeñadas.
Yo atravieso las calles desalmado
por la insolencia de las luces falsas
y es tu recuerdo como un ascua viva
que nunca suelto
aunque me quema las manos.

Jorge Luis Borges, Fervor de Buenos Aires (Buenos Aires, Imprenta Serantes, 1923.)

Ai redattori di Officina, Pier Paolo Pasolini

 

Ora sento, in me, un sapore di pioggia appena caduta,
ogni vivacità della vita ha uno sfondo di pianto:
Solo una forza confusa mi dice che un nuovo tempo
comincia per tutti e ci obbliga ad essere nuovi.

P.P. Pasolini

 

Caro Leonetti, e Roversi, e Scalia, e Romanò e Fortini,
chi ha meno diritto di me di scrivere questi versi?
Chi ha meno di me pensato,in queste nostre annate?
Chi meno di me ha letto e di me meno sofferto?
Lieto soggetto di alienazione, servo d’una ricchezza
-buttata da avventurieri milanesi,da puttanieri napoletani-
passo come un morto tra i vivi, o un vivo tra i morti:
tradimento incerto, rimandato, disperato,
frutto di ambizioni inesistenti, di necessità non vere.
E non ne sono stato neanche pagato…
Ora sento, in me, un sapore di pioggia appena caduta,
ogni vivacità della vita ha uno sfondo di pianto:
Solo una forza confusa mi dice che un nuovo tempo
comincia per tutti e ci obbliga ad essere nuovi.
Forse -per chi ha sentito e si è dato- è l’impegno
non più a sentire e a darsi, ma a pensare e cercarsi,
se il mondo comincia a finire d’essere il mondo
in cui già suoi, siamo nati, prima creduto eterno,
poi fertile oggetto di storia: sempre riconosciuto.
Ma anche il tempo della vita è pensare, non vivere,
e poichè il pensare è ora senza metodo e verbo,
luce e confusione, prefigurazione e fine,
si sta dissolvendo nel mondo anche la pura vita.
Donchisciotteschi e duri, aggrediamo la nuova lingua
che ancora non conosciamo, che dobbiamo tentare.

 

Da Umiliato e offeso, in  La religione del mio tempo, (Garzanti, 1958)

 

Il fatto che questa poesia si trovi in rete prima e (integralmente) solo su siti spagnoli con versione spagnola seguita da quella italiana, basta a dire cosa sia stato Pasolini per gli italiani? Basta a metterci di fronte a un fatto evidente: che l’Italia ancora continui a vergognarsi di uno degli artisti  più grandi che ha avuto? Una delle voci, scomoda certamente, ma anche più autentica?

Certa stanchezza, Pablo Neruda

 

Lasciate tranquilli quelli che nascono!
Fate posto perché vivano!
Non gli fate trovare tutto pensato,
non gli leggete lo stesso libro,
lasciate che scoprano l’aurora
e che diano un nome ai loro baci.

P. Neruda

 

 

 

Non voglio esser stanco solo,
voglio che ti stanchi con me.
Come non esser stanco
di certa cenere che cade
sulle città in autunno,
qualcosa che più non vuol ardere,
che s’accumula sui vestiti
e a poco a poco
va cadendo
scolorando i cuori.
Son stanco del duro mare
E della terra misteriosa:
Son stanco delle galline:
mai abbiamo saputo cosa pensano,
e ci guardano con occhi asciutti
senza concederci importanza.
Ti invito perché finalmente
ci stanchiamo di tante cose,
dei cattivi aperitivi
e della buona educazione:
Stanchiamoci di non andare in Francia,
stanchiamoci perlomeno
d’uno o due giorni la settimana
che sempre si chiamano a un modo
come i piatti sulla tavola
e che ci destano,perché?
E che ci coricano senza gloria.
Diciamo alfine la verità
che mai siamo stati d’accordo
con questi giorni paragonabili
alle mosche e ai cammelli.
Ho visto i monumenti
innalzati ai titani,
agli asini dell’energia
Li tengono lì immobili
con le loro spade in mano
sopra quei tristi cavalli:
Sono stanco delle statue.
Non ne posso più di tanta pietra.
Se continuiamo a riempire così con gli immobili il mondo,
come potranno vivere i vivi?
Sono stanco del ricordo.
Voglio che l’uomo quando nasce
respiri i fiori nudi,
la terra fresca,il fuoco puro,
non ciò che tutti respirano.
Lasciate tranquilli quelli che nascono!
Fate posto perché vivano!
Non gli fate trovare tutto pensato,
non gli leggete lo stesso libro,
lasciate che scoprano l’aurora
e che diano un nome ai loro baci.
Voglio che ti stanchi con me
Di tutto ciò che è ben fatto.
Di tutto ciò che ci invecchia.
Di ciò che han preparato per affaticare gli altri.
Stanchiamoci di ciò che uccide
E di ciò che non vuol morire.

 

Certa stanchezza, Pablo Neruda

Spiegami amore, Thanassis Lambru

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Spiegami amore, come ritrovare
l’anima perduta nella violenza del mondo

T. Lambru

 

 

Spiegami tutte le cose, amore,
la luce e l’oscurità, la morte e la vita,
come si abbracciano nell’abbraccio più armonico
e danzano vorticando in un frullo d’ali,
spiegami amore, come ritrovare
l’anima perduta nella violenza del mondo,
come aggirarmi con fiducia nudo sulla terra
nei sentieri che il raggio non perfora”.

Thanassis Lambru,in Poesia n 327, Crocetti

 

[Foto: Man Ray ]

Trovare la vena, Milo de Angelis

Le lacrime di Freyja di Anne Marie Zilberman

 

Toccandoti la fronte sentivi il mare,
parlavi di un mattino aperto come in guerra
nel buio dell’ora smarrita parlavi
senza domani e senza libri, parlavi
alla presenza assoluta di una lacrima,
una rapida memoria di ulivi e di luce,
una gloria dell’uno e di ogni altro, ma
non si trova la via per la sorgente, ma
non si trova la vena, dio mio, non si trova.

 

Milo De Angelis, da Trovare la vena, in Tema dell’addio (Mondadori, 2005)

 

[Foto: Larmes d’or, Anne Marie Zilberman (dipinto) ]