i tuoi petali, Christian Bobin, da “La vita grande”

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Tutto ciò che amo in questa vita – le notti
d’estate, il sonno delle volpi, il silenzio dei pensatori
– assolutamente tutto riposa sulla stella bianca dei tuoi petali…

 

La pioggia costruisce attorno al tuo volto il suo monastero di gocce d’acqua. Per dei lunghi momenti mi fissi dal raggio dei tuoi occhi. Leggo davanti alla finestra. Se per guardarti alzo la testa dal libro, non riesco più a tornare a lui. Di una margherita sola con il suo fuoco bianco nell’oceano di un prato, chi se ne cura? Attingo dalla tua vista le forze necessarie per resistere al mondo. Ho pensato che potremmo, ora che della vita antica tutto è distrutto, riprendere l’alfabeto dell’eterno. Tu sarai la prima lettera. La ruota del mondo passa indifferente sulle grida dei profeti. Una sola cosa la offusca: che quaggiù rimane qualcosa di silenzioso e puro. Il cielo riposa sulla tua testa pallida e luminosa. Tutto ciò che amo in questa vita – le notti d’estate, il sonno delle volpi, il silenzio dei pensatori – assolutamente tutto riposa sulla stella bianca dei tuoi petali… Umilissima, dolce e ferma margherita, saluto in te la speranza realizzata di un mondo resuscitato, l’effrazione di una luce nella mia anima liberata.

Christian Bobin, La vita grande (AnimaMundi Edizioni)

 

[Foto: Loie Fuller (soggetto)]

Da ieri per oggi, Rafael Alberti

photo Matthew Leonard

 

tutta vergine torni a me la parola precisa,
vergine il verbo esatto con il giusto aggettivo.

R. Alberti

 

Dopo questo disordine imposto, questa fretta,
questa urgente grammatica necessaria in cui vivo,
tutta vergine torni a me la parola precisa,
vergine il verbo esatto con il giusto aggettivo.

E quando dico che è verde il monte, il prato,
ral cielo confermando il suo azzurro come al mare,
il mio cuore si senta appena inaugurato
e la mia lingua avverta l’inedito stupore del creare.

Rafael Alberti, da Poesie: Tra il garofano e la spada, (a cura d’Ignazio de Logu, Roma, Newton Compton, 1977)

 

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De ayer para hoy

Después de este desorden impuesto, de esta prisa,
de esta urgente gramática necesaria en que vivo,
vuelva a mi toda virgen la palabra precisa,
virgen el verbo exacto con el justo adjetivo.
Que cuando califique de verde al monte, al prado,
repitiéndole al cielo su azul como a la mar,
mi corazón se sienta recién inaugurado
y mi lengua el inédito asombro de crear.

Rafael Alberti, Entre el clavel y la espada (1941)

[Foto: Matthew Leonard]

All’amico che dorme, Cesare Pavese

Immagine correlata

 

Che diremo stanotte all’amico che dorme?
La parola più tenue ci sale alle labbra
dalla pena più atroce.
Guarderemo l’amico,
le sue inutili labbra che non dicono nulla,
parleremo sommesso.
La notte avrà il volto
dell’antico dolore che riemerge ogni sera
impassibile e vivo.
Il remoto silenzio soffrirà come un’anima, muto, nel buio.
Parleremo alla notte che fiata sommessa.
Udiremo gli istanti stillare nel buio
al di là delle cose, nell’ansia dell’alba,
che verrà d’improvviso incidendo le cose
contro il morto silenzio.
L’inutile luce svelerà il volto assorto del giorno.
Gli istanti taceranno.
E le cose parleranno sommesso

Cesare Pavese, Poesie, Einaudi, 2017

[Foto: Picasso, La morte di Casagemas]

 

[Visto tempo fa al Tyssen, questo è forse il quadro di Picasso che mi porterò sempre dentro, quello che mi ha rivelato -senza bisogno di nozioni di qualsiasi genere o precognizioni- la forza artistica  ed espressiva di questo pittore.  Si tratta di un’opera  realizzata durante il periodo Parigino, in seguito alla morte dell’amico catalano, Carlos Casagemas, anch’egli pittore, per suicidio dopo il rifiuto e la scoperta dei tradimenti della donna amata, Germaine. A causa della sua morte, ma soprattutto della disperazione del gesto, Picasso entrò in una crisi profondissima. Fu questo evento e il suo ossessivo tornare sui particolari di quella fine tragica, che lo portò al cosiddetto periodo blu.

L’mportanza di questo evento è testimoniata anche dal fatto che alla morte, nella residenza di Mougins, in Costa Azzurra, dove Picasso visse gli ultimi anni della sua vita,  insieme alle centinaia di opere che l’artista conservò gelosamente per sè, vi era  anche questo quadro.]

Amanti, Eugenio Montejo

dipinto Antoni Guansé Brea

Si amavano. Non erano soli sulla sponda
della loro prima notte.
Ed era la terra quella che si amava in loro,
l’oro notturno dei loro giri,
la galassia.

E. Montejo

 

Si amavano. Non erano soli in terra;
avevano la notte, le loro veglie blu,
le loro nuvolaglie.

Vivevano uno nell’altro, si palpavano
come due petali non aperti nel fondo
di un fiore d’aria.

Si amavano. Non erano soli sulla sponda
della loro prima notte.
Ed era la terra quella che si amava in loro,
l’oro notturno dei loro giri,
la galassia.

Oramai non avrebbero due morti. Non si allontaneranno.
Nudi, meravigliati, i loro corpi si distendevano
come file di luci in un lungo aeroporto
dove qualcosa doveva arrivare da molto lontano,
non troppo tardi.

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Se amaban. No estaban solos en la tierra;
tenían la noche, sus vísperas azules,
sus celajes.

Vivían uno en el otro, se palpaban
como dos pétalos no abiertos en el fondo
de alguna flor del aire.

Se amaban. No estaban solos a la orilla
de su primera noche.
Y era la tierra la que se amaba en ellos,
el oro nocturno de sus vueltas,
la galaxia.

Ya no tendrían dos muertes. No iban a separarse.
Desnudos, asombrados, sus cuerpos se tendían
como hileras de luces en un largo aeropuerto
donde algo iba a llegar desde muy lejos,
no demasiado tarde.

Eugenio Montejo, Amantes (Venezuela)espa/ita

Traduzione: cctm

 

[Foto: Antoni Guansé Brea, dipinto]

Quarta Eleatica, Bruno Di Pietro

abbas kiarostami

chiamarti è la deriva degli intenti
se non so dirti il poco né l’intero

B. Di Pietro

 

Ma quale origine gli vuoi trovare
a quell’affanno che ci ha fatto soli
chi cerca nella terra chi nei voli
il nome il segno il modo di parlare

se appartiene al silenzio allo sguardo
al fruscìo dei salici in ritardo
sull’autunno narrare il volere
di te di noi in queste lunghe sere:

chiamarti è la deriva degli intenti
se non so dirti il poco né l’intero
(le parole confessano indigenti
la poca confidenza con il vero)

 

Bruno Di Pietro,Colpa del mare e altri poemetti (Oédipus Edizioni, 2018)

 

[Foto: Abbas Kiarostami]

La pipa, Raymond Carver

Ci sarà una lampada che brucia nella prossima poesia;
e un caminetto dove pezzi di abete impregnati
di resina andranno in fiamme, consumandosi tra loro.
Oh, la prossima poesia farà scintille!

R. Carver

 

La prossima poesia che scriverò avrà legna da ardere
proprio al centro, legna da ardere così intrisa
di resina che il mio amico si lascerà dietro
i guanti e mi dirà: «Mettiti questi quando
maneggerai questa cosa». La prossima poesia
avrà dentro anche la notte e tutte le stelle
dell’emisfero occidentale; e un immensa massa
d’acqua scintillante per miglia sotto la luna nuova.
La prossima poesia avrà una stanza da letto
e un salotto tutti per sé, lucernai,
un divano, un tavolo e sedie vicino alla finestra,
un vaso di violette appena tagliate un’ora prima di pranzo.
Ci sarà una lampada che brucia nella prossima poesia;
e un caminetto dove pezzi di abete impregnati
di resina andranno in fiamme, consumandosi tra loro.
Oh, la prossima poesia farà scintille!
Ma non ci saranno sigarette in quella poesia.
Comincerò a fumare la pipa.

 

Raymond Carver, La pipa, da Orientarsi con le stelle (Minimum Fax, 1996)

 

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The next poem I write will have firewood
right in the middle of it, firewood so thick
with pitch my friend will leave behind
his gloves and tell me, “Wear these when you
handle that stuff.” The next poem
will have night in it, too, and all the stars
in the western hemisphere; and an immense body
of water shining for miles under a new moon.
The next poem will have a bedroom
and living room for itself, skylights,
a sofa, a table and chairs by the window,
a vase of violets cut just an hour before lunch.
There’ll be a lamp burning in the next poem;
and a fireplace where pitch-soaked
blocks of fir flame up, consuming one another.
Oh, the next poem will throw sparks!
But there won’t be any cigarettes in that poem.
I’ll take up smoking the pipe.

The pipe, Raimond Carver

 

[Foto: René Magritte]

Le nuvole, P. P Pasolini

 

Le nuvole si sprofondano lucide
dentro le pozze roventi d’azzurro
e i rami si perdono nel sole.
Questo è il tempo in cui rido, in cui piango,
questo è il tempo in cui attendo la grazia,
questo è il tempo in cui sono felice,
questo è il tempo in cui vago per i campi,
questo è il tempo in cui guardo i cieli…
( Io ho gridato? E non si spegne l’eco?
e il mio grido non è più lontano
delle nubi? Non potevo soffocare
la mia gioia ingenua, intrattenuta?)

Pier Paolo Pasolini, da ‘ Carne e cielo (Salani, 2015)
[Foto: Franco Fontana]

La precisione della poesia, Chandra Livia Candiani

La poesia è un dono fatto agli attenti, un dono che implica destino

P. Celan

 

Ci sono tutti, tutti quanti,
non in fila, e nemmeno
in cerchio,
ma mescolati come farina e acqua
nel gesto caldo
che fa il pane:
io è un abbraccio.

C. L. Candiani

 

Ho sperato tanto nelle parole e ho bussato tanto dentro le parole, ho anche spalancato le parole, fracassato le parole, accarezzato le parole. La parola è in via d’estinzione, penso che dovremmo svegliarci e accorgercene che tra le tante cose del nostro pianeta che stanno morendo ci sono anche le parole, e averne tanta cura, coltivare una vera passione per le parole che ancora possono raggiungere l’altro. Le parole sono un ponte tra io e tu, e spesso servono invece per dividere.

 

La poesia per me è una non specialità, non sapere niente di speciale, non sapere, ma un immergersi nel non lo so, un ricevere le parole come arrivassero da una grande bocca misteriosa e farsi tutt’orecchi. Diceva Paul Celan “La poesia è un dono fatto agli attenti, un dono che implica destino”, e io sento una grande gratitudine perché la poesia è venuta a trovarmi quando avevo dieci anni, e spero che non mi abbandonerà mai, perché è la mia religione, è quella cosa che mi lega alla vita, che mi lega anche a tutti gli invisibili, soprattutto ai bambini che non vengono visti né ascoltati, che grazie alla poesia possono trovare una lingua madre. La poesia è la lingua di chi non sa parlare.

Chandra Livia Candiani

 

 

[Parole per riflettere, parole per sorridere, parole per tacere e ascoltare: età. radici, parole, poesia, oggetti, casa, luna, notte, luce, maestri, connessioni, mappa… Sono tante le parole rievocate in questo breve documentario dove, con semplicità e delicatezza, Livia Chandra Candiani racconta a noi -e forse un po’ a se stessa- il mistero della vita, l’esperienza della poesia, il non detto delle cose, ad offrirci, in un pomeriggio qualunque, una tazza di té al momento giusto.]

 

 

Silenzio, Pablo Neruda

lago di como

 

Per una volta sulla terra
non parliamo in nessuna lingua,
per un secondo fermiamoci

[…]
Se non potemmo essere unanimi

muovendo tanto le nostre vite,
forse non far nulla una volta,
forse un gran silenzio potrà
interrompere questa tristezza,
questo non intenderci mai,
e minacciarci con la morte

Ora conteremo fino a dodici
e rimaniamo tutti quieti.

Per una volta sulla terra
non parliamo in nessuna lingua,
per un secondo fermiamoci,
non muoviamo tanto le braccia.

Sarebbe un minuto fragrante,
senza fretta, né locomotive,
saremmo tutti uniti
in un’inquietudine istantanea.

I pescatori del freddo mare
non farebbero male alle balene
e il lavoratore del sale
guarderebbe le sue mani rotte.

Quelli che preparan guerre verdi,
guerre di gas, guerre di fuoco,
vittorie senza superstiti,
si metterebbero un vestito puro
camminerebbero coi loro fratelli
nell’ombra, senza far nulla.

Non si confonda ciò che voglio
con l’inazione definitiva:
la vita è solo ciò che si fa,
non voglio saperne della morte.

Se non potemmo essere unanimi
muovendo tanto le nostre vite,
forse non far nulla una volta,
forse un gran silenzio potrà
interrompere questa tristezza,
questo non intenderci mai,
e minacciarci con la morte,
forse la terra c’insegnerà
quando tutto sembra morto
e poi tutto era vivo.

Ora conterò fino a dodici,
tu tacerai e io me ne andrò.

P. Neruda, Silenzio, da Stravagario (Nuova Accademia, 1963)

 

A callarse

Ahora contaremos doce
y nos quedamos todos quietos.

Por una vez sobre la tierra
no hablemos en ningún idioma,
por un segundo detengámonos,
no movamos tanto los brazos.

Sería un minuto fragante,
sin prisa, sin locomotoras,
todos estaríamos juntos
en una inquietud instantánea.

Los pescadores del mar frío
no harían daño a las ballenas
y el trabajador de la sal
miraría sus manos rotas.

Los que preparan guerras verdes,
guerras de gas, guerras de fuego,
victorias sin sobrevivientes,
se pondrían un traje puro
y andarían con sus hermanos
por la sombra, sin hacer nada.

No se confunda lo que quiero
con la inacción definitiva:
la vida es solo lo que se hace,
no quiero nada con la muerte.

Si no pudimos ser unánimes
moviendo tanto nuestras vidas,
tal vez no hacer nada una vez,
tal vez un gran silencio pueda
interrumpir esta tristeza,
este no entendernos jamás
y amenazarnos con la muerte,
tal vez la tierra nos enseñe
cuando todo parece muerto
y luego todo estaba vivo.

Ahora contaré hasta doce
y tu te callas y me voy.

 

Pablo Neruda, A callarse, Estravagario, 1958

[Video: Letture di Luigi Corsanico]

[Foto: Lago di como]

 

[In un’epoca che ha perso la dimensione del sacro e dove il “dire” è diventato un atto prevaricatore e selvaggio, il tacere, a volte, può essere rivoluzionario: e dunque per una volta, al cospetto della vita o della morte, della gioia o del dolore, dell’irrequietezza o dell’immobilità, della quiete o dell’ilarità: Silenzio! ]

 

 

 

 

Cupo Agosto, Derek Walcott

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Non sai che io ti amo ma non ho potere
di fermare la pioggia? Però a poco a poco sto imparando

ad amare i giorni cupi, i colli vaporanti,
l’aria con le zanzare che spettegolano,
e a sorbire la medicina amara

D. Walcott

 

 

Tanta pioggia, tanta vita come il cielo gonfio
di questo nero agosto. Mia sorella, la luce del sole,
sta assorta nella sua stanza gialla e non esce.

Tutto va all’inferno; i monti fumano
come una caldaia, straripano i fiumi; eppure
lei non vuole alzarsi e spegnere la pioggia.

È nella sua stanza, ad accarezzare vecchie cose,
le mie poesie, a sfogliare il suo album. Anche se il tuono cade
con fragore di piatti giù dal cielo,

lei non esce.
Non sai che io ti amo ma non ho potere
di fermare la pioggia? Però a poco a poco sto imparando

ad amare i giorni cupi, i colli vaporanti,
l’aria con le zanzare che spettegolano,
e a sorbire la medicina amara,

così che quando, sorella mia, ti affacci,
separando i grani della pioggia,
con la fronte di fiori e occhi di perdono,

tutto non sarà più com’era, ma sarà vero
(vedi che non mi lasciano amare
quanto vorrei), perché, sorella, allora

avrei imparato ad amare i giorni neri come quelli chiari,
la pioggia nera, i colli bianchi, quando un tempo
amavo solamente la mia felicità e te.

Derek Walcott, Cupo Agosto, da Mappa del nuovo mondo (Adelphi, 1987)

 

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So much rain, so much life like the swollen sky
of this black August. My sister, the sun,
broods in her yellow room and won’t come out.

Everything goes to hell; the mountains fume
like a kettle, rivers overrun; still,
she will not rise and turn off the rain.

She is in her room, fondling old things,
my poems, turning her album. Even if thunder falls
like a crash of plates from the sky,

she does not come out.
Don’t you know I love you but am hopeless
at fixing the rain ? But I am learning slowly

to love the dark days, the steaming hills,
the air with gossiping mosquitoes,
and to sip the medicine of bitterness,

so that when you emerge, my sister,
parting the beads of the rain,
with your forehead of flowers and eyes of forgiveness,

all with not be as it was, but it will be true
(you see they will not let me love
as I want), because, my sister, then

I would have learnt to love black days like bright ones,
The black rain, the white hills, when once
I loved only my happiness and you.

Derek Walcott, Dark August, Collected Poems, 1948-1984 (1986)