Confine, A. Achmtova

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Ora puoi capire perché non batte
il mio cuore sotto la tua mano.

A. Achmatova

 

C’è nell’intimità degli uomini un confine
che né l’amore, né la passione possono osare:
le labbra si fondono nel terribile silenzio
e il cuore si spezza per amore.

Anche l’amicizia qui è impotente, e gli anni
pieni di felicità alta infiammata,
quando l’anima è libera e distratta
dal lento languore della voluttà.

Pazzo è colui che vi si appresta,
raggiungerlo è morire d’angoscia…
Ora puoi capire perché non batte
il mio cuore sotto la tua mano.

Anna Andreevna Achmatova

Pietroburgo, maggio 1915

Anna Achmatova, da Lo stormo bianco (Edizioni San Paolo, 1995)

Ordine e disordine dell’amore, P. Eluard

Ronin

 

Citerò per primi gli elementi
La tua voce i tuoi occhi le tue mani le tue labbra

Io esisto ma esisterei
Se non ci fossi anche tu?

In questo bagno che è davanti
Al mare all’acqua dolce

In questo bagno che la fiamma
Ha costruito nei nostri occhi

Questo bagno di lacrime felici
Dove sono entrato
Per virtù delle tue mani
Per grazia delle tue labbra

Questo primo stato umano
Come una distesa d’erba nascente

I nostri silenzi le nostre parole
La luce che va
La luce che torna
L’alba e la sera sono il nostro sorriso

E nell’intimo nostro
Tutto fiorisce e matura
Sul giaciglio della tua vita
Dove poso le mie vecchie ossa

Dove finisco.

 

Paul Eluard, Ordine e disordine dell’amore, da Ultime poesie d’amore (Passigli, 1996)

Movimento, Aldo Palazzeschi

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Io vo… tu vai… si va…
Ma non chiedere dove
ti direbbero una bugia:
dove non si sa.
E è tanto bello quando uno va.
Io vo… tu vai… si va…
perché soltanto andare
in un mondo di ciechi
è la felicità.
*
Yo voy…tú vas…se va
pero no preguntes dónde
te dirían una mentira
donde no se sabe.
Y es tan bello cuando uno va
Yo voy…tú vas…se va
porque sólo andar
en un mundo de ciegos
es la felicidad

 

Aldo Palazzeschi, Movimento, da Via delle cento stelle, 1972

 


[Foto: fotogramma : Fellini 8 e 1/2 ]

Traduzione a cura del Centro Cultural Tina Modotti

La prima parola di un verso… R. M. Rilke

 

 

 [… ]

Ma perché essere qui è molto, e perché sembra
che tutte le cose di qui abbiano bisogno di noi, queste effimere
che stranamente ci sollecitano. Di noi, i più effimeri.
Ogni cosa
una volta, una volta soltanto. Una volta e non più.
E anche noi
una volta. Mai più. Ma quest’essere
stati una volta, anche una volta sola,
quest’essere stati terreni pare irrevocabile [….]

R. M. Rilke, Elegie duinesi

 

Bisognerebbe saper attendere e raccogliere, per una vita intera e possibilmente lunga, senso e dolcezza, e poi, proprio alla fine, si potrebbero forse scrivere dieci righe valide. Perché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si acquistano precocemente), sono esperienze. Per scrivere un verso bisogna vedere molte città, uomini e cose, bisogna conoscere gli animali, bisogna capire il volo degli uccelli e comprendere il gesto con cui i piccoli fiori si schiudono al mattino. Bisogna saper ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e congedi previsti da tempo, a giorni dell’infanzia ancora indecifrati, ai genitori che eravamo costretti a ferire quando ci porgevano una gioia e non la comprendevamo (era una gioia per qualcun altro), a malattie infantili che cominciavano in modo così strano con tante profonde e gravi trasformazioni, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare sopratutto, ai mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano assieme alle stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto questo. Bisogna avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche accanto ai moribondi bisogna esser stati, bisogna essere rimasti vicino ai morti nella stanza con la finestra aperta e i rumori a folate. E ancora avere ricordi non basta. Bisogna saperli dimenticare, quando sono troppi, e avere la grande pazienza d’attendere che ritornino. Perché i ricordi in sé ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, anonimi e non più distinguibili da noi stessi, solo allora può darsi che in una rarissima ora si levi dal loro centro e sgorghi la prima parola di un verso.

Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge

La Musa, A. Achmatova

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Quando la notte attendo il suo arrivo,
la vita sembra sia appesa a un filo.
Che cosa sono onori, libertà, giovinezza
di fronte all’ospite dolce
col flauto nella mano? Ed ecco è entrata.
Levato il velo, mi guarda attentamente.
Le chiedo: «Dettasti a Dante tu
le pagine dell’Inferno?» Risponde: «Io».

 

A. Achmatova, La Musa (da Il giunco, 1925)

 

 

Il blu, Christopher Moore (in Sacre Bleu)

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Come fate a sapere, quando pensate al blu – quando dite blu –, che state parlando dello stesso colore che pensano tutti.
Il blu è inafferrabile.
Blu, o azzurro, è il cielo, il mare, l’occhio di un dio, la coda di un diavolo, una nascita, un volto cianotico, un uccellino, una battuta spinta, la canzone più triste, il giorno più splendente.
Il blu è astuto, sornione, sguscia nella stanza di sbieco, è subdolo e scaltro.
Questa storia parla del colore blu, e al pari del blu non vi è niente di vero.
Blu è la bellezza, non la verità. In inglese si dice true blue, ma è un giochetto, una rima: ora c’è, ora non più. È un colore profondamente ambiguo, il blu.
Anche il blu più intenso ha le sue sfumature.
Blu è gloria e potere, un’onda, una particella, una vibrazione, una risonanza, uno spirito, una passione, un ricordo, una vanità, una metafora, un sogno.
Blu è una similitudine.
Blu, lei, è come una donna.

Christopher Moore

 

[Foto: Picasso (dipinto su tela)]

Potrebbero dirti morta, Alfonso Gatto

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I tuoi occhi son come la giovinezza
grandi, perduti, lasciano il mondo.
Potrebbero dirti morta senza rumore
e incamminare su te il cielo,
passo a passo, seguendo l’alba.
Tu sei l’amore da portare in braccio
di corsa sino al vento, sino al mare,
e dirti fredda da scaldare al fuoco
e dirti triste coi capelli neri
da pettinare eternamente, è come
deporti nel silenzio, starti accanto
udendo l’acqua battere alle rive.

Alfonso Gatto da Poesie d’amore, Prima parte, 1941-1949, (Mondadori, Milano, 1973)

 

[Foto: Man Ray, Lacrime di vetro, 1930-1932 ]

Amore mio, Mariangela Gualtieri

Joan Mirò - Dancer

 

_

Amore mio,
è difficile da questo fondo, da questo finale,
dire come mi manchi, come immenso tu sei nel mancare,
adesso che mi sono persa fra masse dure, fra cinghie di buio pesto,
senza divinità, senza la tua mano che tutto sorregge.
Tu mi credi più forte, mi pensi in oro e argento, ma guarda l’orma che lascio,
come di cagna, di passero stanco, di bruco, di mosca.
Non vedi come mi spengo se non mi ami? Mi secco come una pianta.
Amami ancora un poco, con cura, con tempo, con attesa. Amami come amano i forti spiriti,
senza pretesa, con fuoco generoso, con festa, senza ragionamento.
E scusa questo mio domandare ciò che si deve dare,
questo avere bisogno, scusalo. Non è degno del patto che lega la rondine al suo volo,
la rosa al suo profumo, il vino al suo colore, il tuo cuore al mio cuore.
Bambina mia.
Per te avrei dato tutti i giardini
del mio regno, se fossi stata regina,
fino all’ultima rosa, fino all’ultima piuma.
Tutto il regno per te.
Ti lascio invece baracche e spine,
polveri pesanti su tutto lo scenario
battiti molto forti
palpebre cucite tutto intorno. Ira
nelle periferie della specie e al centro. Ira.
Ma tu non credere a chi dipinge l’umano
come una bestia zoppa e questo mondo
come una palla alla fine.
Non credere a chi tinge tutto di buio pesto e
di sangue. Lo fa perché è facile farlo.
Noi siamo solo confusi, credi.
Ma sentiamo. Sentiamo ancora.
Siamo ancora capaci di amare qualcosa.
Ancora proviamo pietà.
C’è splendore in ogni cosa. Io l’ho visto.
Io ora lo vedo di più.
C’è splendore. Non avere paura.
Ciao faccia bella,
gioia più grande.
Il tuo destino è l’amore.
Sempre. Nient’altro.
Nient’altro nient’altro.

_

Mariangela Gualtieri, da Canto di ferro ( In Paesaggio con fratello rotto, L. Sossella Editoe, 2007)

 

[Foto: Juan Mirò, Dancer]

Non c’è scelta, Norman MacCaig

_

 

Ti penso
nei tanti modi in cui la pioggia cade.

(Inizio, con l’invecciare
a odiare le metafore- la loro esattezza
e la loro inadeguatezza.)

Talvolta questi pensieri sono
un umidore a mala pena cadente, di cui
nulla è più delicato:
talvolta uno scroscio impetuoso, una
ripulita primaverile e affaccendata della mente:
tanvolta un acquazzone dilagante.

inizio, con l’invecchiare,
a odiare la metafora,
a amare la delicatezza,
a temere gli acquazzoni.

 

Norma MacCaig, Non c’è scelta

 

[Video: Max Richter, November ]