Alla mia maestra di laicità: lettera di Don Gallo a Fernanda Pivano

 

Amo la Fernanda, che mi amava teneramente. A me personalmente, come prete che ama la sua Chiesa cattolica, la Fernanda ha insegnato a usare anche un linguaggio antropologico tale da essere comprensibile agli altri e capace di mostrare le «ragioni umane». […]

È la mia maestra di laicità, intesa come uno spazio etico in cui tutte le religioni possano essere capite e rispettate, per il superamento di tutti gli integralismi.

Don Gallo, lettera per Fernanda Pivano

 

 

 

Genova, 21 agosto 2009

Se andate sul sito ufficiale della Fernanda, vedrete che l’11 settembre scriveva: «Con molto dolore per i morti e per la tragedia, devo dichiararmi perdente e sconfitta, perché ho lavorato settant’anni scrivendo esclusivamente in onore e in amore della nonviolenza e vedo il pianeta cosparso di sangue».
Cara Fernanda, non sei né perdente né sconfitta.
Intanto, come tu desideravi, sono qui come povero prete a portarti le rose bianche, i tuoi fiori preferiti. I ragazzi della mia comunità li hanno cercati per tutto il giorno.
Quando Dori Ghezzi mi ha comunicato la notizia della morte di Fernanda, a ottantun anni mi sono sentito «smarrito». Mi son detto: «Ho perso un altro punto di riferimento».

Nel luglio scorso, in occasione del compleanno, ho letto il suo ultimo articolo, in cui si rammaricava della scomparsa di Arthur Miller. Diceva: «Un genio come lui se n’è andato troppo presto», e di anni ne aveva ottantanove.
Forse il segreto di Nanda è lo stesso del vecchio suonatore Jones di Spoon River, che «giocò con la vita per tutti i novant’anni».
Siamo nella stessa chiesa dove abbiamo salutato e abbracciato Fabrizio. C’era don Antonio Balletto, un’altra mancanza, che diceva: «Grazie Fabrizio, ci hai insegnato l’alfabeto dell’amore».
La Fernanda possiamo definirla un’«antologia dell’amore».
Al termine di una lunga intervista, nel 1971, lo stesso Fabrizio disse a Fernanda: «Ti sei dimenticata di rivolgermi una domanda: “Chi è Fernanda Pivano?”». «Per me – continua Fabrizio – è una ragazza di vent’anni che inizia la sua professione traducendo il libro di un libertario, mentre la società italiana ha tutt’altra tendenza. È successo tra il ’37 e il ’44, quando questo ha significato coraggio.»

Cara Fernanda, mi hai insegnato a osare la speranza.
Fernanda gioiva, ormai novantenne, per la visita dei ragazzi che andavano ancora a farsi autografare il libro di Hemingway, di Kerouac, di Gregory Corso, di Allen Ginsberg e di tutti gli autori che hanno permesso loro di sognare, ed era così orgogliosa di poter dire d’aver contribuito a farli conoscere. A questi sognatori ricordava sempre che dovevano ringraziare la follia di Gregory, la visione di Ti Jean, le preghiere di Allen.
In queste ore la rete è piena di messaggi di ragazzi di venti, trent’anni che la ricordano come una di loro. No, la Fernanda non se n’è andata. Guardate quanta gente la ricorda in tutto il mondo, sui giornali, in tv. Ieri anche «L’Osservatore Romano» le ha dedicato un ottimo articolo. Ancora una volta il colle di Carignano, come nel gennaio del 1999, è un lago d’amore. Non se ne va Fernanda, il passato dei ricordi si insinua nel presente con una immanenza che è insieme dolente e grata.

Altre persone ne prenderanno il testimone per proseguire l’impegno a lottare, con le armi della parola, della poesia, della coerenza, della pace, contro questo sistema che produce violenza, sfruttamento e infamità, che ostenta volgarità e ignoranza.
Una volta la Fernanda sottolineava come fu colpita dalla «rivoluzionaria tenerezza» dei versi di Masters. «Una rivoluzione moderna» diceva.
La Fernanda non ha mai creduto alla violenza e la sua vita è sempre stata avvolta in una rivoluzionaria tenerezza, per questo la ricordiamo col volto solare e un sorriso radioso.
Come si divertiva quando traduceva con me un passo dell’enciclica Pacem in terris di papa Giovanni. Sapeva il latino meglio di me e nel tradurre «alienum est a ratione, bellum iam aptum esse ad violata iura sarcienda» esultava: «Chi dice di portare la democrazia con le armi è pazzo».
Nel liceo classico D’Azeglio di Torino arrivò un supplente, Cesare Pavese, e consegnò a Fernanda alcuni libri: Addio alle armi di Ernest Hemingway e l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Subito Fernanda se ne innamorò.

L’Antologia di Spoon River opponeva al cinismo che attraversava l’America materialistica di quel tempo la fiducia e la serenità nell’amore, nella lealtà e nella vita vera. Negli anni Cinquanta Fernanda è desiderosa d’incontrare dal vivo i maestri di una narrativa che in Italia si era appena cominciata a conoscere, grazie a Pavese e a Vittorini. Più tardi, a Cortina, incontra Hemingway. Scopre un mondo di sogni, di ideali, valori che non si stancherà più di celebrare: dal pacifismo di Henry Miller, amato e contemporaneamente odiato dalla Beat Generation degli anni Sessanta, a Ginsberg, Kerouac, Corso, Ferlinghetti, che a lui e al suo antimperialismo si rifece, all’esempio di inesausta sete di nuovo, di autenticità di Hemingway.

In nome di un’idea di ritorno all’essenzialità dell’uomo, in contrasto con i pregiudizi del consumismo capitalista, tutti hanno vissuto e scritto senza distinguere tra arte e vita, da Don DeLillo ai minimalisti.
Mi chiamano «prete di strada», è vero, a me piace la strada. E mi piace pure il romanzo On the road di Kerouac. È l’autore di Fernanda che ho amato di più. Era un genio, ha inventato tutto.
Sulla strada è il libro della libertà. I giovani amano la libertà autentica e noi li massacriamo con il proibizionismo. Per la mia esperienza il fenomeno delle droghe è come una strage mafiosa.
Per Fernanda la traduzione era un continuo trasfigurarsi per trasformare il mondo. Per lei Hemingway equivaleva all’intima conoscenza delle debolezze umane.

Ma qual era la tecnica della Pivano? Lo scrive «L’Osservatore Romano»: «Dimenticare il proprio modo di scrivere per capire e riportare il modo di scrivere dell’autore tradotto, in piena umiltà, se pur con acribia, con scrupolo filosofico, non esente da necessaria immaginazione». Una personalità sensibile, generosa, affettuosa e un’ingenuità di fondo. Una donna rigorosa, severa e scherzosa. In una festa alle Cinque Terre, dichiarò ai giornalisti: «Mi sono fidanzata con don Gallo stasera e sono già incinta». Amo la Fernanda, che mi amava teneramente. A me personalmente, come prete che ama la sua Chiesa cattolica, la Fernanda ha insegnato a usare anche un linguaggio antropologico tale da essere comprensibile agli altri e capace di mostrare le «ragioni umane». Lo ha dichiarato Dori Ghezzi: «Fernanda ha eliminato le distanze tra le generazioni». Ha creato ponti per unire.

È la mia maestra di laicità, intesa come uno spazio etico in cui tutte le religioni possano essere capite e rispettate, per il superamento di tutti gli integralismi. Mi diceva: «Il cristianesimo di Gesù, caro Andrea, è sempre al servizio dell’umanizzazione di ogni persona e della collettività; al servizio della costruzione di un mondo più abitabile e segnato da giustizia, pace, rispetto del creato e della dignità umana. Questo significa cieli nuovi, terre nuove. Il regno è già, non ancora».

Insisteva: «I cristiani, ispirati dalla loro fede, sappiano proporre sempre i loro principi senza arroganza e intolleranza, senza crociate. Il primato della coscienza nella Chiesa cattolica è dottrina certa. Se i cristiani volessero imporre a ogni costo i loro principi, allora finirebbero per contribuire ad alimentare l’inimicizia tra loro e nella società».

Un giorno si fece seria e mi chiese: «Perché alcuni cristiani negano la possibilità di un’etica a chi non è credente in Dio? Quando si vedono nella società odierna solo frammentazioni di valori, nichilismo e culture di morte non si contribuisce al confronto ma allo scontro. Fermiamo la barbarie che avanza!». Risposi: «Il male grida forte, ma la speranza grida più forte».
Riportiamo la Fernanda nel 1965, nell’incontro con Bob Dylan, in mezzo ai figli dei fiori, e dopo anni con la Pfm, Ligabue e l’ultimo dei ribelli, l’amico Vasco; e con il suo grande De André, che l’ha attratta a questa musica. Con De André, artista, poeta, antifascista, non violento e, devo dire questa parola, anarchico. L’anarchico. Sì, anarchia è libertà, un atteggiamento profondo dell’anima che aspira alla libertà.

Vorrei terminare con la domanda della Pivano a Kerouac: «Ma perché sei così disperato, che cosa vorresti? Cos’è che vuoi per non essere così disperato?». Kerouac rispose: «Voglio che Dio mi mostri il suo volto».
Era anche il sogno di Fernanda. Lo dichiarò in un’intervista. Alla domanda: «Qual è, Fernanda, il tuo sogno?», rispose: «Voglio che Dio mi mostri il suo volto». E aggiunse: «Quasi, forse».
Cara Fernanda, né quasi né forse. Nel Discorso della montagna, alla nona beatitudine troviamo: «Beati i costruttori di pace perché saranno chiamati Figli di Dio». Fernanda, Shalom, Salam, Pace!
Ciao, Signora America. Ciao, Signora Libertà.
Ciao, Signorina Anarchia.

Don Gallo, da In cammino con Francesco (Chiarelettere editore, 2013)

 

[Foto e Video: De André e F. Pivano, al Premio Tenco, 1997]

[Come promesso, un’altra testimonianza e insieme dichiarazione di amore e stima da parte di Don Gallo a un’altra grande mente del nostro ‘900: Fernanda Pivano. So che sullo schermo può sembrare interminabile, e molti di voi probabilmente non arriveranno nemmeno a leggerle queste mie parole; però è un testo intenso, carico, che in poche righe riesce con tenerezza e lucidità a cogliere molti aspetti della vita di una grande traduttrice e intellettuale nonché di una donna dall’animo raffinato e profondo. Ne vale perciò mille volte il tempo che avrete speso, e anzi a chi si interessa di letteratura, analisi critiche, filologia ecc, consiglio: leggete di questi testi, di queste testimonianze, invece di testi spesso asettici e scarni di “critici” che nemmeno probabilmente hanno davvero capito quanta carnalità c’è dietro le pagine dei grandi letterati. Lasciatevi contagiare dalla passione, dalla fiducia, la stima il vissuto profondo di queste vite, solo così potrete davvero attraversare le migliori pagine della nostra letteratura.

Un altro aspetto di questa lettera che mi piace sottolineare è la capacità da entrambe le parti (Pivano-Don Gallo) il tema religioso, il credo, così come dovremmo iniziare a parlarne forse oggi, da laici, atei, credenti, miscredenti: senza dogmi o chiusure aprioristiche, come spesso e dall’uno e dall’altro arrivano; ma fondendo e confondendo le proprie visioni, le proprie diverse inclinazioni per arrivare a qualcosa di nuovo: la fede nella vita e la capacità di poter vedere ad essa con uno sguardo non accecato dalla prepotenza di un credo millenario, capace ancora di imporre dogmi omai superati; ma nemmeno con la lama affilata e la luce abbagliante di una razionalità che non è in grado  di cogliere nemmeno se stessa. Attraverso quindi parole e insieme ideali come gioia, amore, pace, non-violenza, tenerezza, lealtà, rispetto, fratellanza, comunità. Un grande insegnamento, quindi, da due grandi anime che hanno attraversato questi territori con l’esempio e l’impegno concreto.

 

Nel video l’incontro di Fernanda Pivano e De André al Premio Tenco del 1997. Come ricorda De André nel video, i due sono amici dal ’70, quando il cantautore nell’album Non al denaro non all’amore né al cielo riscrisse in canzone alcuni testi dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, tradotto in Italia  per la prima volta, nel 1943, dalla giovanissima e appassionata Fernanda Pivano ]

 

 

Lettera a Fabrizio Dè Andrè, di Don Gallo

Per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

De Andrè, Canzone di Maggio

Ma tu che vai, ma tu rimani
anche la neve morirà domani
l’amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino.

F. De Andrè, Inverno

 

 

Genova, 14 gennaio 1999

Caro Faber,

da tanti anni canto con te, per dare voce agli ultimi, ai vinti, ai fragili, ai perdenti. Canto con te e con tanti ragazzi in Comunità.
Quanti «Geordie» o «Michè», «Marinella» o «Bocca di Rosa» vivono accanto a me, nella mia città di mare che è anche la tua. Anch’io ogni giorno, come prete, «verso il vino e spezzo il pane per chi ha sete e fame». Tu, Faber, mi hai insegnato a distribuirlo, non solo tra le mura del Tempio, ma per le strade, nei vicoli più oscuri, nell’esclusione.
E ho scoperto con te, camminando in via del Campo, che «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».
La tua morte ci ha migliorati, Faber, come sa fare l’intelligenza.

Abbiamo riscoperto tutta la tua «antologia dell’amore», una profonda inquietudine dello spirito che coincide con l’aspirazione alla libertà.
E soprattutto, il tuo ricordo, le tue canzoni, ci stimolano ad andare avanti.
Caro Faber, tu non ci sei più ma restano gli emarginati, i pregiudizi, i diversi, restano l’ignoranza, l’arroganza, il potere, l’indifferenza.
La Comunità di san Benedetto ha aperto una porta in città. Nel 1971, mentre ascoltavamo il tuo album, Tutti morimmo a stento, in Comunità bussavano tanti personaggi derelitti e abbandonati: impiccati, migranti, tossicomani, suicidi, adolescenti traviate, bimbi impazziti per l’esplosione atomica.

Il tuo album ci lasciò una traccia indelebile. In quel tuo racconto crudo e dolente (che era ed è la nostra vita quotidiana) abbiamo intravisto una tenue parola di speranza, perché, come dicevi nella canzone, alla solitudine può seguire l’amore, come a ogni inverno segue la primavera [«Ma tu che vai, ma tu rimani / anche la neve morirà domani / l’amore ancora ci passerà vicino / nella stagione del biancospino», da L’amore, ndr].
È vero, Faber, di loro, degli esclusi, dei loro «occhi troppo belli», la mia Comunità si sente parte. Loro sanno essere i nostri occhi belli.
Caro Faber, grazie!

Ti abbiamo lasciato cantando Storia di un impiegato, Canzone di Maggio. Ci sembrano troppo attuali. Ti sentiamo oggi così vicino, così stretto a noi. Grazie.

E se credete ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

Caro Faber, parli all’uomo, amando l’uomo. Stringi la mano al cuore e svegli il dubbio che Dio esista.
Grazie.
Le ragazze e i ragazzi con don Andrea Gallo,
prete da marciapiede

 Don Gallo, da  In Cammino con Francesco (Chiarelettere Editore, 2013)

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[Questa lettera è di una tenerezza e calore così forte che è impossibile non pubblicarla. Siamo forse la generazione meno adatta a capire tutto ciò, noi, che non ci sporchiamo le mani nemmeno più per scrivere, figuriamoci tra gli ultimi come faceeva Gallo, per gli ultimi come faceva Da Andrè.Di seguito le due canzoni citate da Don Gallo.

Nel prossimo articolo condividerò l’altra meravigliosa lettera scritta da Don Gallo, a un’altra meravigliosa artista, Fernanda Pivano. ]

 

 

 

Preghiera alla poesia, Antonia Pozzi

 

Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.

A. Pozzi

 

 

Oh, tu bene mi pesi
l’anima, poesia:
tu sai se io manco e mi perdo,
tu che allora ti neghi
e taci.

Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda:
tu lo sai,
tu lo sai che ho tradito,
ho camminato sul prato d’oro
che fu mio cuore,
ho rotto l’erba,
rovinata la terra –
poesia – quella terra
dove tu mi dicesti il più dolce
di tutti i tuoi canti,
dove un mattino per la prima volta
vidi volar nel sereno l’allodola
e con gli occhi cercai di salire –
Poesia, poesia che rimani
il mio profondo rimorso,
oh aiutami tu a ritrovare
il mio alto paese abbandonato –
Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.

 

Pasturo, 23 agosto 1934

 

Antonia Pozzi, Pregliera alla poesia (da Poesia che mi guardi, Luca Sossella Editore, 2010)

[Foto: Antonia Pozzi]

 

[In onore dell’anniversario della sua nascita, il 13 febbraio, qualche giorno fa ho trovato diverse poesie ed articoli dedicati ad Antonia Pozzi, poetessa per lungo tempo dimenticata, ma che oggi è il simbolo di una delle voci femminili più autentiche del primo ‘900. Questa che vi propongo è una delle sue poesie più profonde, una poesia con la quale è riuscita a sorvolare su tempo, imposizioni sociali, culturali, familiari. Una poesia capace di scavalcare le dimensioni dell’umano e raccontarsi con quella affilata cognizione di sè unita ad un’ implacabile autenticità che è sola di rari esseri:e cioè degli animali, dei bambini e dei poeti; dimostrando ancora una volta come in una realtà sempre più affollata di maschere, la poesia riesca a penetrare il guscio più spesso e farsi raggio. E questa non è solo la confessione più disarmante che abbia mai letto, ma è anche il dono autentico di sè, fatto alla poesia e soprattutto a noi.

Vi lascio il link a una breve intervista a Marina Spada, che riuscì a catturare vita e opere di questa scrittrice in un breve documentario, uscito poi nel 2010 con il titolo “Poesia che mi guardi“, insieme alla raccolta più amplia mai pubblicata fino allora delle opere della Pozzi.  Provo un affetto particolare per questo libro, perchè tra l’altro fu un sostegno per me unico in un periodo profondamente buio della mia vita.]

 

http://www.letteratura.rai.it/articoli/poesia-che-mi-guardi-un-ritratto-di-antonia-pozzi/13601/default.aspx

 

*P.S. Nel video sentirete parlare dei poeti H5N1, presto vi parlerò anche di loro

Per vivere…, Pedro Salinas

Justin Bartels

 

L’amore ha la virtù di denudare non i due amanti l’uno
di fronte all’altro, ma ciascuno dei due davanti a sé.

Cesare Pavese, Il mestiere di vivere
12 ottobre 1940

XIV

Per vivere non voglio
isole, palazzi, torri.
Che altissima allegria:
vivere nei pronomi!

Getta via i vestiti,
i connotati, i ritratti;
non ti voglio cosí,
travestita da altra,
figlia sempre di qualcosa.
Ti voglio libera, pura,
irriducibile: tu.
Quando ti chiamerò, so bene,
fra tutte le genti
del mondo,
solo tu sarai tu.
E quando mi chiederai
chi è che ti chiama,
che ti vuole sua,
sotterrerò i nomi,
le pergamene, la storia.
Comincerò a distruggere quanto
m’hanno gettato addosso
da prima ancora ch’io nascessi.
E ritornato ormai
all’eterno anonimato
del nudo, della pietra, del mondo,
ti dirò:
«Io ti voglio, sono io».

Pedro Salinas, La voce a te dovuta (Einaudi, 1979)

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XIV

Para vivir no quiero
islas, palacios, torres.
¡Qué alegría más alta:
vivir en los pronombres!
 
Quítate ya los trajes,
las señas, los retratos;
yo no te quiero así,
disfrazada de otra,
hija siempre de algo.
Te quiero pura, libre,
irreductible: tú.
Sé que cuando te llame
entre todas las gentes
del mundo,
sólo tú serás tú.
Y cuando me preguntes
quién es el que te llama,
el que te quiere suya,
enterraré los nombres,
los rótulos, la historia.
Iré rompiendo todo
lo que encima me echaron
desde antes de nacer.
Y vuelto ya al anónimo
eterno del desnudo,
de la piedra, del mundo,
te diré:
«Yo te quiero, soy yo».

Pedro Salinas, La voz a ti debida, (Madrid, Signo, 1933)

[Foto: Justin Bartels]

 

[Poesia e parole che hanno la capacità in pochi versi di attraversare il mistero dell’amore, ma anche e ancor più quello della vita e della realizzazione di noi stessi:  gettando un occhio vago ma penetrante a temi quali predeterminazione o autodeterminazione dell’uomo, al mistero di ciò che siamo (e il nostro cammino), quel “tu” che sfugge spesso a noi stessi,  quell’ “io” al cospetto di sè attraverso l’altro. Ecco qui una dimostrazione di cosa – con naturale delicatezza – è capace di fare la Poesia, in questo (permettetemelo) unica.]

Ho imparato a volare, F. Nietzsche da Così parlò Zarathustra

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Non con la collera, col riso si uccide.

Adesso sono lieve, adesso io volo,
adesso vedo al di sotto di me, adesso
è un dio a danzare, se io danzo.

 

 

Io non ho più sentimenti in comune con voi: questa nube, che io vedo sotto di me, questa pesante cupezza, di cui rido, – proprio questa è la vostra nube temporalesca. Voi guardate verso l’alto, quando cercate elevazione. E io guardo in basso, perché sono elevato.
Chi di voi è capace di ridere e, insieme, di essere elevato?
Chi sale sulle vette dei monti più alti, ride di tutte le tragedie, finte e vere. [..]
Potrei credere solo a un dio che sapesse danzare. E quando ho visto il mio demonio, l’ho sempre trovato serio, radicale, profondo, solenne: era lo spirito di gravità, grazie a lui tutte le cose cadono. Non con la collera, col riso si uccide. Orsù, uccidiamo lo spirito di gravità. Ho imparato ad andare: da quel momento mi lascio correre. Ho imparato a volare: da quel momento non voglio più essere urtato per smuovermi. Adesso sono lieve, adesso io volo, adesso vedo al di sotto di me, adesso è un dio a danzare, se io danzo.

 

F. Nietzsche, da Del leggere e dello scrivere (in Così parlò Zarathustra, Adelphi)

 

 

[Continua il viaggio tra le pagine di Così parlò Zarathustra di Nietzsche, del quale finora ho riportato solo alcuni frammenti, molto significativi e attuali. Queste piccole parentesi saranno semplicemente un viaggio attraverso pagine di autori, quale spunto per una nuova riflessione, lungi dal voler trattare di argomenti filologici o relativi alla storia della filosofia o di altra natura. Ovviamente non potrà farlo nè vorrei per ogni libro che leggo, ma solo per quelli più significativi, densi, o semplicemente per quelli che per un motivo o per un altro mi sono più congeniali.

Siamo quindi nella seconda parte, quella dedicata ai discorsi di Zarathustra,  sceso dopo dieci anni da eremita sui monti, con la volontà di illuminare l’umanità intera della propria saggezza e dell’avvento del superuomo. Siamo di fronte a un libro che nel suo genere potrebbe essere erroneamente preso quale  ispiratore di violenza, con i suoi continui rinvii a battaglie, sangue, guerrieri, morte, uccisione (come appunto fu ai tempi del nazismo), ma tale non è. Nietzsche parla  invece di un rinnovamento dell’anima, della necessità dell’uomo (tutta l’umanità) di prendere coscienza dei propri limiti, non si riferisce all’uomo quale specie superiore, o addirittura a una parte di umanità rispetto all’altra, e così via.

Nel discorso in questione “del leggere e dello scrivere”, si parla quindi della condizione di un’umanità passiva di fronte alla vita, un’umanità capace di credere solo in una vita fatta di sacrifici e in un dio serio, radicale, solenne, a cui il filosofo contrappone la lievità, la forza di un’anima capace di ridere. Con/come un dio che danza, di una vita vissuta per il piacere di essere tale, e dell’elevazione della sua anima in riferimento a questa consapevolezza.

Mi piacerebbe poter estendere queste riflessioni, e coivolgere chi voglia a intervenire. Fatelo pure se vi va, commenti, ulteriori chiarimenti, riferimenti, pensieri liberi, esperienze, tutto è fonte di arricchimento tra queste pagine. ]

 

[Foto: Gilbert Garcin]

Sera, Federico Garcia Lorca

lorca

Sera piovosa in grigio stanco.
E va la vita.

F. G. Lorca

 

 

Sera piovosa in grigio stanco.
Tutto è così.
Gli alberi secchi
la mia stanza solitaria.
E i ritratti vecchi
e il libro intonso…
Trasuda la tristezza dai mobili
e dall’anima.
Forse
la Natura ha per me
il cuore di cristallo.
E mi duole la carne del cuore
e la carne dell’anima.
E parlando
le mie parole restano nell’aria
come sugheri sull’acqua.
Solo per i tuoi occhi
soffro questo male;
tristezze del passato
tristezze che verranno.
Sera piovosa in grigio stanco.
E va la vita.

Federico Garcia Lorca

 

[Uno dei tanti esempi di quello che ogni giorno la stupidità umana ci toglie. Fucilato il 19 agosto del 1936 dalla polizia franchista, perchè “massone appartenente alla loggia Alhambra”, ma il mancato ritrovamento del suo corpo ne traduce la reale motivazione: “praticava l’omosessualità e altre aberrazioni”. Ecco che l’intera umanità si vede privata per sempre di uno dei più grandi poeti del ‘900, per intolleranza, follia o magari pura stupidità. Ecco perchè quando penso a lui non riesco a non pensare a questo: a quando, a soli 38 anni, piangendo come un bambino fu condotto al luogo di esecuzione. Ed ecco perché tra queste pagine occuperà sempre un posto speciale.]

La dedica, Izet Sarajlić

 

 

Ti dedico i miei occhi, le mie labbra, i miei denti.
Le poesie? Che te ne fai delle mie poesie scritte perché non sapevo tacere?
Che te ne fai delle mie poesie che non ti possono amare?

Com’è bello che non siamo né uccelli né devoti all’imbrunire
e non abbiamo le ali ma le braccia.
L’ultima cosa che ci attende non può essere la nostra morte,
perché i desideri del nostro sangue da qualche parte devono continuare.

Tu sei una donna, piccola,
tu sei una piccola donna,
e un immortale agosto ti ha portato nelle mie ballate.
Resta col mio ti Amo che sopravviverà a tutte le mie
lamentevoli nenie, a tutte le mie trasformazioni.
Resta accanto ai miei occhi.

Sopravviveremo a noi stessi, non solo nel tumulo delle nostre tombe,
perché abbiamo saputo, abbiamo saputo, teneri e superbi,
fuggendo dai coltelli e dalle granate uccidere gli angeli in noi
continuando a restare angeli.

Posteri, cercateci qualche volta seguendo un filo rosso,
solo i nostri corpi giaceranno sotto la terra muta,
ma calpestate piano,
per non ferire le nostre labbra,
e per non pestare i nostri sguardi morti.

Izet Sarajlić, da Chi ha fatto il turno di notte, (Einaudi, 2012)

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Posveta

Posvećujem ti svoje oči, svoje usne, svoje zube.
Pjesme? Šta ćeš od mojih pjesama pisanih jer nisam znao ćutati?
Šta ćeš od mojih pjesama koje ne mogu da te ljube?

Tako je dobro što nismo ni ptice ni bogomoljci u predvečerje
i što nemamo krila već ruke.
Posljednje što nas čeka ne može biti naša smrt,
jer želje naše krvi negdje su moraju nastaviti.

Ti si žena, mala,
ti si mala žena,
i jedan besmrtni avgust donio te u moje balade.
Ostani s mojim Volim koje će nadživjeti sve moje tužaljke, sve moje promjene.
Kraj mojih očiju ostani.

Nadživjećemo sebe, ne samo u humci svojih grobova,
jer znali smo, znali smo, nježni i oholi,
bježeći od noževa i granata ubiti u sebi anđele
i opet ostati anđeli.

Budući, potražite nas nekad u nekom crvenom traganju,
samo tijela naša ležaće pod nijemom zemljom,
ali gazite tiho,
da ne ranite naše usne,
i naše mrtve poglede da ne zgazite.

Izet Sarajlić, da Knjiga oproštaja, (Rabić, Sarajevo, 1998)

 

[Foto: Erwin Blumenfeld]

In fondo all’Adriatico selvaggio, Umberto Saba

Opera visiva Herman Berserik

Era un piccolo porto, era una porta
aperta ai sogni.

U. Saba

 

In fondo all’Adriatico selvaggio
si apriva un porto alla tua infanzia. Navi
verso lontano partivano. Bianco,
in cima al verde sovrastante colle,
dagli spalti d’antico forte, un fumo
usciva dopo un lampo e un rombo. Immenso
l’accoglieva l’azzurro, lo sperdeva
nella volta celeste. Rispondeva
guerriera nave al saluto, ancorata
al largo della tua casa che aveva
in capo al molo una rosa, la rosa
dei venti.

Era un piccolo porto, era una porta
aperta ai sogni.

 

Umberto Saba da Poeti italiani del Novecento (Mondadori, 1990)

 

[Foto: Herman Berserik]

 

Dicono… Maurizio Cucchi

Marc Chagall Two heads one hand, 1964

 

 

Dicono che l’amore si trasforma
passando dal fuoco al più tenero abbraccio,
ma più conta che la sue radici cieche insistano
scavando tra parole e silenzi
intrecciando nella pace i comuni destini,
il calore commosso degli occhi,
i cammini, la pietà, le carezze che per sempre,
anche se un sempre che ha un fine,
ci terranno vicini.

 
Maurizio Cucchi, da Poesie 1963-2015, Mondadori

 

[Foto: Marc Chagall, Two heads one hand, 1964]

Demetra in lutto, Rita Dove

EllenRogers-2

 

Niente può consolarmi. Potete portare seta
per far sospirare la mia pelle, dispensare rose gialle
come fa qualche vecchio dignitario.
Potete continuare a ripetermi
che sono insostenibile (questo lo so):
eppure, nulla tramuta l’oro in granoturco,
non vi è nulla di dolce per il dente che vi si frantuma.

Non chiederò l’impossibile;
a camminare si impara camminando.
Col tempo scorderò questo mio traboccare di vuoto,
potrò sorridere ancora a
un uccello, forse, che abbandona il nido –
ma non sarà felicità,
poiché quella, io, l’ho conosciuta.

Rita Dove da L’imprevedibile esattezza della grazia

 

[Foto: Ellen Rogers]