Frammenti, V. Majakovskij

 

Io conosco la forza delle parole, 
                                 conosco delle parole il suono a stormo.
Non di quelle
                 che i palchi applaudiscono.
A tali parole
                 le bare si slanciano
per camminare
                    sui propri
                                quattro piedini di quercia.
Sovente
          le buttano via,
                              senza strapparle, senza pubblicarle.
Ma la parola galoppa
                                con le cinghie tese,
tintinna per secoli,
                          e i treni strisciando s’appressano
a leccare
          le mani callose
                              della poesia.
Io conosco la forza delle parole.
                                              Parrebbe un’inezia.
Un petalo caduto
                       sotto i tacchi d’una danza.
Ma l’uomo 
        con l’anima,
                        con le labbra,
                                        con lo scheletro…

Mi ama – non mi ama.
                              Io mi torco le mani
e sparpaglio
                 le dita spezzate.
Così si colgono,
                   esprimendo un voto,
                                             così si gettano in maggio
corolle di margherite sui sentieri.
La rasatura
             e il taglio dei capelli
                                     svelino la canizie.
Tintinni a profusione
                          l’argento degli anni!
Spero,
      ho fiducia
                  che non verrà mai
da me
       l’ignominioso bonsenso.

Sono già le due.
                  Forse ti sei coricata.
Nella notte
             la Via Lattea
                           è come un’Oka d’argento.
Io non m’affretto
                      e non ho ragione
di svegliarti
              e turbarti
                         coi lampi dei telegrammi.
Come suol dirsi,
                     l’incidente è chiuso.
La barca dell’amore
                            s’è infranta contro la vita.
Tu ed io
          siamo pari.
                        A che scopo riandare
afflizioni,
         sventure
                   ed offese reciproche.
Guarda
       che pace nel cosmo.
La notte
         ha imposto al cielo
                                  un tributo di stelle.
In ore come questa
                         ci si leva
                                     e si parla
ai secoli,
           alla storia
                      e all’universo…

 

Vladimir Majakovskij, Poesie (Garzanti, 1972)

 

[Foto:  Vincent van Gogh, La notte stellata, 1889]

Il tempo è muto, Giuseppe Ungaretti

Che nel mistero delle proprie onde
Ogni terrena voce fa naufragio.

 

 

Il tempo è muto fra canneti immoti…

Lungi d’approdi errava una canoa…
Stremato, inerte il rematore… I cieli
Già decaduti a baratri di fumi…

Proteso invano all’orlo dei ricordi,
cadere forse fu mercé …

Non seppe

Ch’è la stessa illusione mondo e mente,
Che nel mistero delle proprie onde
Ogni terrena voce fa naufragio.

 

Giuseppe Ungaretti, da Il dolore (in Vita d’un uomo, Meridiani Mondadori)

 

[Foto: Josef Sudek]

Volto di te, Mario Benedetti

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sono pieno di ombre
di notti e desideri
di molte risa e qualche
disappunto.

M. Benedetti

 

 

Ho una solitudine
così affollata
così piena di nostalgie
e di volti di te
di congedi passati
e baci benvenuti
alla prima occasione
e in ultimo termine
ho una solitudine
così affollata
che posso organizzarla
come fosse un corteo
per colori
misure
e promesse
per epoche
per tatto
e per sapore
senza esitare
mi abbraccio alle tue assenze
che vengono e mi assistono
col mio volto di te
sono pieno di ombre
di notti e desideri
di molte risa e qualche
disappunto.

 

Mario Benedetti, da Tutte le poesie, Garzanti, 2017

 

[Foto: Édouard Boubat, Parigi, 1968]

Siamo realisti, Julio Cortazar

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Siamo realisti, esiste l’impossibile, davvero.
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J. Cortazar
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Lo so. Tutti siamo convinti che esiste un’unica inconfondibile realtà e tutto il resto è noia, fobia, magari allucinazione. Ma siamo umani, sbagliare è normale, perseverare è inutile. Esiste l’altro, esistono più realtà, tante quante l’universo può contenere. E la Letteratura, quella con la elle maiuscola, ha il compito di raccontarle, perché non dovrebbe semplicemente fotografare il reale, che siamo capaci di percepire con i nostri sensi, ma affrescare mondi possibili e contigui che forse potremmo vivere. Eccolo dunque il racconto fantastico moderno, dire quello che non si dice ma che dovrebbe essere detto. Siamo realisti, esiste l’impossibile, davvero.
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Julio Cortazar, Bestiario

(Ai Bambini Siriani), Amarji

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C’è, mentre morite, una codirossa
che depone gioiosa, nel buco di un pioppo nero,
il suo primo uovo blu.

Mentre morite, il mio cuore entra con voi
nell’ultima nuvola di un mondo nato già morto,– entro con voi
nel papavero bianco, nel mare allentato.

Mentre morite, Dio e l’assassino,
sullo stesso balcone, bevono il nescafé e ridono.
Solo; bevono il nescafé e ridono.

Amarji – poeta siriano | inediti © 2017

 

[Amarji o Amargi, pseudonimo di Rami Farid Youness, è un poeta e autore siriano, nato a Latakia nel 1980. ]

 

[In questi giorni ci arrivano immagini devastanti della distruzione lenta e profonda di un popolo e della su terra, la Siria. Pochi giorni fa ho visto una scena (purtroppo una di quelle alle quali siamo lentamente abituati a vedere in televisione o sul web) che mi ha agghiacciata: bombardamenti, donne in fuga, ragazzi di appena 10 anni che portano in salvo fratellini di meno di due, morti, feriti, distruzione di un intero mondo, di una radice, un’altra delle infinite ferite che questo sistema (a prescindere da chi sarà vinto o vincitore, da chi ne uscirà buono o cattivo), fa da diversi secoli. Umberto Eco in A passero di gambero le chiamava guerre cuscinetto: quelle guerre  cioè inevitabili e”necessarie” affinchè non ci siano guerre da noi e ci sia invece ricchezza e prosperità (apparente). Guerre che non fanno altro che allargare a macchia d’olio (sarebbe meglio dire di petrolio) l’orrore nel mondo. Perché è inevitabile non pensare a coloro che dalla Siria (come da altri luoghi feriti) arrivano da noi, per trovare riparo, salvezza, una via di fuga, una luce; e, invece, attraversando deserti infiniti e infinite torture, attraversando letteralmente la morte arrivano in luoghi per loro ostili, e spesso vengono rispediti a casa che, tradotto, è rispediti nell’oblio perché una casa lì per loro non esiste più.

Questa bellissima poesia mi ha fatto pensare a questo, e a molte altre cose, è una poesia profonda, triste, dolorosa, ma che ha in sè una luce, un canto di speranza ancora per quei bambini che un giorno saranno (o non saranno mai) adulti, i nostri bambini occorrerebbe imparare a pensare, che un giorno saranno (o non saranno mai) i nostri adulti: ossia adulti felici sereni, o adulti feriti, turbati e in molti casi turbanti, perché le ferite, i dolori profondi, hanno questo di particolare: si ramificano, si diffondono e distruggono anche ciò che è lontano da loro, questa guerra (come altre) non riguarda solo la Siria, non riguarda solo i loro bambini, ma riguarda anche noi e il nostro futuro, quel futuro che un giorno sarà dei nostri bambini. Non lo dimentichiamo. ]

Scrivere un a poesia, Antonella Anedda

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fa del mio guscio un cielo.

A. Anedda

 

Scrivere una poesia: respirare
l’aria tra la notte e il giorno
e insieme a loro tra gli alberi
quasi venisse sulla punta di ogni foglia
un tintinnio di brina un tepore di bava
l’inizio confuso di una frase
che strisciando mi scaccia
depone oggetti, basse note
tremando leggermente
fa del mio guscio un cielo.


Antonella Anedda, da Il datalogo della gioia (Donzelli, 2003)

 

[Foto: Tina Modotti]

Tra le mosche del mercato, di F. Nietzsche e La pace delle cose selvagge, W. Berry

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Tutte le sorgenti profonde vivono con lentezza la loro esperienza: esse debbono attendere a lungo prima di sapere che cosa è caduto nella loro profondità.

F. Nietzsche

 

Entro nella pace delle cose selvagge
che non si complicano la vita per il dolore che verrà.

W. Berry

 

 

 

Amico mio, fuggi nella tua solitudine! Io ti vedo assordato dal fracasso dei grandi uomini e punzecchiato dai pungiglioni degli uomini piccoli.
La foresta e il macigno sanno tacere dignitosamente con te. Sii di nuovo simile all’albero che tu ami, dalle ampie fronde: tacito e attento si leva sopra il mare.
Là dove la solitudine finisce, comincia il mercato; e dove il mercato comincia, là comincia anche il fracasso dei grandi commedianti e il ronzio delle mosche velenose. […]Tutte le sorgenti profonde vivono con lentezza la loro esperienza: esse debbono attendere a lungo prima di sapere che cosa è caduto nella loro profondità. […]
I tuoi prossimi saranno sempre mosche velenose; ciò che in te è grande – proprio questo non può non renderli che più velenosi e sempre più mosche.
Amico mio, fuggi nella tua solitudine e là dove spira un’aria forte e inclemente. Non è tuo destino essere uno scacciamosche.

Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi

 

Quando la disperazione per il mondo
cresce dentro di me
e mi sveglio di notte al minimo rumore
col timore di ciò che sarà della mia vita
e di quella dei miei figli,
vado a stendermi là dove l’anatra di bosco
riposa sull’acqua in tutto il suo splendore
e si nutre il grande airone.
Entro nella pace delle cose selvagge
che non si complicano la vita per il dolore che verrà.
Giungo al cospetto delle acque calme.
E sento su di me le stelle cieche di giorno
che attendono di mostrare il loro lume. Per un po’
riposo tra le grazie del mondo e sono libero.

Traduzione di Paolo Severini

Wendell Berry. L’ordine della natura

in Poesia n. 258 Marzo 2011, Crocetti Editore

[Foto: Beth Moon]

 

[Proprio in questi giorni pensavo alla ipocrisia di quei mercati delle mosche che sono i social network, e soprattutto mi riferisco a due aspetti di questi: e cioè l’ammassare (letteralmente) contatti, e la filosofia del “mi piace”. A chi crede di aver fatto un salto di qualità spegnendo la tv e connettendosi a questi, mi dispiace disilluderli, la filosofia è la stessa, il loro linguaggio simile: “è perfettamente pragmatico e non ammette reppliche, alternative, resistenze” (Pasolini). Ovviamente si potrebbe obiettare che di fatto sui social si comunica, anzi sembrano quasi essere il territorio della comunicazione per eccellenza! Ma se comunicare – come ci suggerisce il termine stesso – è un mettere in comune, e cioè condividere qualcosa di proprio con l’altro, soprattutto qualcosa di diverso all’altro, all’interno di un terreno condiviso, cosa abbiamo da spartire con la maggior parte dei nostri contatti, e, soprattutto, di così urgente? La nostra felicità? I nostri pensieri? La nostra follia? La nostra solitudine? Parlavo di ipocrisia, questo perché da che mondo è mondo, a parte rare eccezioni, le persone purtroppo sono spesso alimentate da un senso particolare di invidia verso l’altro, com’è possibile  invece che, da quando è arrivato Facebook nelle nostre case, abbiamo così tante persone felici della nostra felicità, interessate ai nostri pensieri, attente ai nostri progressi? E soprattutto: d’accordo con noi! Dove il massimo dell’alternativa, del contrasto sono i cosiddetti hater (di fatto malati) , mai una comunicazione basata sul dialogo, sul presentare prospettive diverse per poi lasciarsi contaminare dall’altro. Solo persone che girano su se stesse e si autocompiacciono della loro bontà o saggezza da “copia e incolla”. qualcosa non torna… e a non tornare ahimé siamo proprio noi, dove? a casa! Nella nostra dimora, nella nostra anima, nei pensieri, nei nostri interessi, attraverso la nostra corporeità, quella che ci permette di assaporare il gusto della vita e il piacere di ciò che ci circonda, un ritorno alla nostra solitudine, un ritorno alla pace delle cose selvagge, un ritorno all’autenticità dell’altro.

 

P.S. Ovviamente il discorso non è rivolto a quel 2-5% di mondo social che invece rappresenta una fonte inesauribile di condivisione e scambio; lo stesso vale per la televisione, della quale se ne fa un cattivissimo uso per lo più, ma che rappresenta (come ha rappresentato) un grande mezzo di condivione e formazione, il problema non sono i mezzi, anzi, ma l’uso ( o il cattivo uso) che se ne fa.]

Abbiamo bisogno…, Franco Arminio

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… meglio il silenzio, la carezza, il fiore.

F. Arminio

 

Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che l’anno della crescita, ci vorrebbe l’anno dell’attenzione. Attenzione a chi cade, al sole che nasce e che muore, ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.

Molte albe, molte gentilezze, festeggiare molto spesso la luce, poco avere, scarsi indugi, minare il rancore, farlo saltare, meglio il silenzio, la carezza, il fiore.

 

Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi (Chiarelettere editore, 2017)

 

[Foto: Beth Moon]

 

 

Come il mare, José Saramago

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Come il mare, l’amore è pace e guerra,
ardente agitazione, calma profonda,
lieve sfiorar di pelle, unghia che segna.

J. Saramago

 

Cos’è il mare? Distanza smisurata
di larghi movimenti e di maree,
come un corpo assopito che respira?
O questo che da sotto ci raggiunge,
battito blu su spiaggia scintillante,
dove l’acqua si fa aerea spuma?
L’amore è forse la scossa che percorre
turgide vene nel rossor del sangue
e tende i nervi come fosse lama?
O forse questo gesto indefinibile
che il mio corpo trasporta verso il tuo
quanto il tempo ritorna al suo principio?
Come il mare, l’amore è pace e guerra,
ardente agitazione, calma profonda,
lieve sfiorar di pelle, unghia che segna.

José Saramago