A Climene, P. Verlaine

Asiza

 

così sia!

P. Verlaine

 

Mistiche barcarole,
romanze senza parole,
cara, poiché i tuoi occhi
color del cielo,

poiché questa tua voce,
insolita visione che mi scuote
e mi turba l’orizzonte
della ragione,

poiché l’aroma insigne
del tuo pallore di cigno,
e poiché il candore
del tuo odore,

poiché tutto il tuo essere,
musica penetrante,
nimbi d’angelo morti,
toni e profumi,

ha condotto il mio cuore
sottile in sua corrispondenza
con alme e cadenze,
così sia!

 

P. Verlaine, A Climene

 

[Foto: Asiza ]

Un libro, da una lettera di F. Kafka

The Majestic Bookstore, Osaka, Japan - photo Kohki

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Un libro deve essere un’ascia per rompere
il mare di ghiaccio che è dentro di noi.

F. Kafka

 

Ma è bene se la coscienza riceve larghe ferite perché in tal modo diventa più sensibile a ogni morso. Bisognerebbe leggere, credo, soltanto libri che mordono e pungono. Se il libro che stiamo leggendo non ci sveglia come un pugno che ci martella sul cranio, perché dunque lo leggiamo? Buon Dio, saremmo felici anche se non avessimo dei libri, e quei libri che ci rendono felici potremmo, a rigore, scriverli da noi. Ma ciò di cui abbiamo bisogno sono quei libri che ci piombano addosso come la sfortuna, che ci perturbano profondamente come la morte di qualcuno che amiamo più di noi stessi, come un suicidio. Un libro deve essere un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi.

Franz Kafka, da una lettera a Oskar Pollak (Novembre 1903)

 

[Foto: Kohki, Osaka, Japan ]

Fuoco, Joy Harjo

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Una donna non può sopravvivere
col solo suo
_                      respiro
deve conoscere
le voci delle montagne
deve riconoscere
l’eternità del cielo azzurro
deve fluttuare
con i corpi sfuggenti
dei venti della notte
che la conducono
dentro se stessa

Guardami
io non sono una donna divisa
io sono la continuità
del cielo azzurro
sono la gola
delle montagne
un vento notturno
che brucia
a ogni suo respiro.

 


FIRE

 

A woman can’t survive
by her own breath
_                          alone
she must know
the voices of mountains
she must recognize
the foreverness of blue sky
she must flow
with the elusive
bodies
of night wind woman
who will take her into
her own self

Look at me
i am not a separate woman
i am a continuance
of blue sky
i am the throat
of the sandia mountains
a night wind woman
who burns
with every breath
she takes.

 

Joy Harjo, Un delta nella pelle. Poesie scelte, 1975-2001 (Passigli editore)

[Video: This is my Heart ,Joy Harjo]

 


 

[Joy Harjo è nata il 9 maggio 1951 a Tulsa, Oklahoma. È poeta, musicista e attiva nei movimenti femministi. È inoltre importante voce del Rinascimento della Cultura Indigena dell’ America sorto negli anni settanta.
È in parte discendente della tribu dei Cherokee e fra i suoi antenati si contano molti capi tribali. ]

 

Un giorno tu ti sveglierai, F. Dostoevskij

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Io vorrei farti dormire, ma come i personaggi delle favole, che dormono per svegliarsi solo il giorno in cui saranno felici. Ma succederà così anche a te. Un giorno tu ti sveglierai e vedrai una bella giornata. Ci sarà il sole, e tutto sarà nuovo, cambiato, limpido. Quello che prima ti sembrava impossibile diventerà semplice, normale. Non ci credi? Io sono sicuro. E presto. Anche domani. Guarda, Natalia, il cielo! È una meraviglia!
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Fedor Dostoevskij , Le notti bianche
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[Foto: Luchino Visconti,  Le notti bianche, film, 1957]

A chi pensa, Roberta Dapunt

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A chi pensa che io non sia di oggi,
io dico che il mio stare ad ascoltarlo è oggi.
Non è ieri, non sarà domani la mia attenzione,
bensí oggi. Oggi sono e sto qui davanti al foglio di carta,
sente forte il graffio di ogni mia parola.
Che da esse parte l’intimità quotidiana del mio corpo,
il suo nudo guardarmi è aderenza indubitabile alla realtà.
Da lui soltanto la mia vista, da lui il mio udito,
nelle sue mani l’umido nero degli orti in questo luogo
e sotto i piedi il fruscio verde e nel dicembre
il freddo a mostrare chiare le stelle.

Dunque, so di non errare. Non mi perdo,
finché posso tenermi forte a questo.

 

Roberta Dapunt, Le beatitudini della malattia (Einaudi, 2013)

Laura, Umberto Saba -da Scorciatoie e raccontini

Erwin Blumenfeld

 

Ma l’amore, l’amore vero, l’amore intero, vuole una cosa e l’altra; vuole la fusione perfetta della sensualità e della tenerezza: anche per questo è raro.

U. Saba

 

Laura è certamente esistita. È esistita; ed era, alla luce di tutti i giorni, una bionda signora, nelle profondità inaccesse (infantili) dell’anima del poeta, era sua madre; era la donna che non si può avere. E tutta la fascinosa, un po’ monotona, storia del Canzoniere, di venti e più anni di corteggiamenti, per non arrivare, per voler non arrivare a nulla, è qui. Se Laura che lo loda, lo rimprovera, lo ammonisce a ben fare, siede in sogno sulla sponda del suo letto, si comporta in tutto e per tutto come una tenera madre col suo amato, e un po’ indiscreto bambino, gli si fosse data (ma è questo che il poeta – fingendo desiderarlo – temeva; il Canzoniere è pieno di accenti di gratitudine per quelle che colla sua «virtù», colla sua «castità» gli risparmiava, con la tentazione, il pericolo di fare una brutta figura) sarebbe accaduto al Petrarca quello che accadde al Baudelaire con la bella signora Sabatier, e che non gli accadeva con la sua triste mulatta. La figura di Laura assorbì tutta la tenerezza del poeta. La sua sensualità egli la rivolse ad altro (ebbe – si racconta – non infecondi amori ancillari); a donne che, per la diversità delle origini, non potevano richiamare al suo inconscio, sempre vivo e vigile, la presenza – ben altrimenti diletta! – della madre. Ma l’amore, l’amore vero, l’amore intero, vuole una cosa e l’altra; vuole la fusione perfetta della sensualità e della tenerezza: anche per questo è raro. Così non c’è, in tutto il lungo Canzoniere, un verso, uno solo, che possa propriamente dirsi d’amore; molte cose ci sono ma nonla bocca mi baciò tutto tremante”*, il più bel verso d’amore che sia stato scritto.

 

Umberto Saba, Scorciatoie e raccontini, (Mondadori, 1963)

[Foto: Erwin Blumenfeld]

 

*Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, canto V, v. 136: «La bocca mi basciò tutto tremante»

 

[Che il Canzoniere di Petrarca sia una delle opere più interessanti della letteratura italiana, dal valore indiscusso, non c’è dubbio, ma in questa breve analisi Saba ci mostra come e perché non possa essere considerata fino in fondo opera d’amore: quell’amore raro che prevede uniti e inscindibili tenerezza e passione. Si può  essere o non essere d’accordo, certo l’analisi -di chiara ispirazione freudiana- convince e non poco, del resto l’autore stesso ci descrive proprio in Scorciatoie e Raccontini, cosa rappresentano questi brevi testi, ossia “Scorciatoie: Sono − dice il Dizionario − vie più brevi per andare da un luogo ad un altro. Sono, a volte, difficili; veri sentieri per capre. Possono dare la nostalgia delle strade lunghe, piane, diritte, provinciali.”]

Ridere, F. Kahlo e Adoro, C. Vargas

Frida Kahlo e Chavela Vargas, foto di Lucienne Bloch

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Ridere ci ha resi invincibili.
Non come coloro che vincono sempre,
ma come coloro che non si arrendono.

Frida Kahlo

 

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Reír nos ha hecho invencibles.
No como los que siempre ganan,
sino como aquellos que nunca se rinden.

Frida Kahlo

 

 


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[Foto: Lucienne Bloch, Frida Kahlo e Chavela Vargas]

[Video: Chavela Vargas, Adoro]

Schiuma d’onda, Cesare Pavese da Dialooghi con Leucò

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Ci vogliono miti, universali fantastici, per esprimere a fondo e indimenticabilmente quest’esperienza che è il mio posto nel mondo.

C. Pavese in una lettera a F. Pivano (27 giugno 1942)

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La poesia non è un senso ma uno stato, non un capire ma un essere.

C. Pavese, Il mestiere di vivere

 

 

BRITOMARTI: Oh Saffo, onda mortale, non saprai mai cos’è sorridere?

SAFFO: Lo sapevo da viva. E ho cercato la morte.

BRITOMARTI: Oh Saffo, non è questo il sorridere. Sorridere è vivere come un’onda o una foglia, accettando la sorte. E’ morire a una forma e rinascere a un’altra. È accettare, accettare, se stesse e il destino.

SAFFO: Tu l’hai dunque accettato?

BRITOMARTI: Sono fuggita, Saffo. Per noialtre è più facile.

SAFFO: Anch’io, Britomarti, nei giorni, sapevo fuggire. E la mia fuga era guardare nelle cose e nel tumulto, e farne un canto, una parola. Ma il destino è ben altro.

BRITOMARTI: Saffo, perché? Il destino è gioia, e quando tu cantavi il canto eri felice.

SAFFO: Non sono mai stata felice, Britomarti. Il desiderio non è canto. Il desiderio schianta e brucia, come il serpe, come il vento.

….

 SAFFO: Non invidio nessuno. Io ho voluto morire. Essere un’altra non mi basta. Se non posso esser Saffo, preferisco esser nulla.

BRITOMARTI: Dunque accetti il destino?

SAFFO: Non l’accetto. Lo sono. Nessuno l’accetta.

BRITOMARTI: Tranne noi che sappiamo sorridere.

SAFFO: Bella forza. É nel vostro destino. Ma che cosa significa?

BRITOMARTI: Significa accettarsi e accettare.

SAFFO: E che cosa vuol dire? Si può accettare che una forza ti rapisca e tu diventi desiderio, desiderio tremante che si dibatte intorno a un corpo, di compagno o compagna, come la schiuma tra gli scogli? E questo corpo ti respinge e t’infrange, e tu ricadi, e vorresti abbracciare lo scoglio, accettarlo. Altre volte sei scoglio tu stessa, e la schiuma – il tumulto – si dibatte ai tuoi piedi. Nessuno ha mai pace. Si può accettare tutto questo?

 

[Un’altra delle letture di questi giorni: Dialoghi di Leucò di Cesare Pavese, ventisette dialoghi, brevissimi, tra miti, eroi, dei, ninfe e uomini del  mondo classico greco, rivisitato non solo in chiave moderna ma in chiave personalissima dall’autore. In realtà non sono che brevi scambi tra miti (potremmo dire universali), non hanno in sè una morale o una via univoca, molti di questi anzi lasciano più interrogativi che certezze. Come questo, che amo moltissimo (insieme a Il fiore, tra i miei preferiti). Qui si discorre sul destino, le voci sono quelle della ninfa Britomarti, prima ninfa di terra successivamente trasformata in ninfa di mare, per sfuggire all’amore di Minosse e preservare la sua verginità; la seconda è Saffo, gettatasi dalla rupe dell’isola di Leucade, nel Mar Ionio, per sfuggire al suo destino. In entrambe abbiamo non l’annullamento ma la metamorfosi, quella dell’essere diventata onda del mare, accettato dalla ninfa, rifiutato da Saffo che voleva con la morte il nulla, la fine assoluta del suo destino. Uomo e destino, cos’è l’uomo di fronte al suo destino, cosa può… tanti sono gli interrogativi a tal proposito, come i temi che sono ricorrenti nell’opera: l’infanzia, la solitudine, la passione, il destino, la morte, la poesia. Come a tornare è il mare: non a caso Leucò (Leucotea, Il titolo è un omaggio a Bianca Garufi, con la quale Pavese ha avuto una passionale relazione. Leucò, infatti, è la traduzione greca di bianca.) è una divinità marina, che guidava e proteggeva i navigatori nella tempesta, l’acqua e il ritorno della vita nelle sue molteplici forme. Qui il mare torna e ritorna, quale onda, quale via di fuga, morte, metamorfosi, quale amore: le acque dove sono Saffo e Brotomarti non sono altro che quelle di Afrodite, la dea dell’amore. La grazie e la poesia con le quali prendono vita questi dialoghi sono uniche, siamo di fronte ad un’opera carica di vita e pathos, densa di significati e metafore, un’opera davvero stupefacente, se si pensa poi che ogni dialogo è della lunghezza di poco più di due tre pagine, una testimonianza di quali e quanti infiniti volti abbia la poesia, “la poesia non è un senso ma uno stato, non un capire ma un essere.”.( Il mestiere di vivere, C. Pavese). Mito e poesia dunque, insieme, per raccontarci la vita e i suoi- altrimenti insondabili- misteri.]

 

[Foto: Canova, Le tre grazie, 1817 (scultura, particolare)]

Piaceri, Bertolt Brecht

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l primo sguardo dalla finestra al mattino
il vecchio libro ritrovato
volti entusiasti
neve, il mutare delle stagioni
il giornale
il cane
la dialettica
fare la doccia, nuotare
musica antica
scarpe comode
capire
musica moderna
scrivere, piantare
viaggiare
cantare
essere gentili.

 

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Der erste Blick aus dem Fenster am Morgen
Das wiedergefundene alte Buch
Begeisterte Gesichter
Schnee, der Wechsel der Jahreszeiten
Die Zeitung
Der Hund
Die Dialektik
Duschen, Schwimmen
Alte Musik
Bequeme Schuhe
Begreifen
Neue Musik
Schreiben, Pflanzen
Reisen
Singen
Freundlich sein

 

Bertolt Brecht, Vergnügungen, 1954

 

Anelando l’invisibile, Odisseas Elytis

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Uomo,

Se almeno davanti a un fiore sapessi
Comportarti
Giustamente, avresti tutto. Perché dal poco,
Anche dall’uno talvolta – come nell’amore –
Conosciamo il resto…

O. Elytis

 

 

Uomo, tuo malgrado
Malvagio – per poco non è altra la tua sorte.
Se almeno davanti a un fiore sapessi
Comportarti
Giustamente, avresti tutto. Perché dal poco,
Anche dall’uno talvolta – come nell’amore –
Conosciamo il resto. Ma la folla resta
Solo sulla superficie delle cose
Tutto vuole e prende e non le rimane nulla.

È già arrivato il pomeriggio
Sereno come a Mitilene o in un quadro
Di Theofilos, fin là a Eze,a Cap-Estel,
Insenature dove il vento assesta bracciate
Una tale trasparenza
Che tocchi le montagne e continui a vedere l’uomo
Che era passato ore prima
indifferente e che ormai dev’essere arrivato.
Dico: sì, devono essere arrivati
Al loro termine la guerra e il Tiranno nella sua caduta
E la paura dell’amore davanti alla donna nuda.
Sono arrivati, sono arrivati e solo noi non vediamo
A tentoni ci scontriamo di continuo con i nostri fantasmi.

Angelo tu che voli qui intorno
Sofferente e invisibile, prendimi per mano
Sono dorate le trappole degli uomini
Ed io non posso che restare con quelli di fuori.

Perché anche l’Invisibile lo sento presente
L’unico che io chiami Principe, quando
La casa tranquillamente
Ancorata nel tramonto
Manda bagliori
E come in un assalto un pensiero
S’impone d’un tratto mentre altrove andavamo.

Odysseas Elytis, da Fratellastri,  1974

 

[Foto: Edouard Boubat]