Io che come un sonnambulo, Camillo Sbarbaro

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Batte il mio cuore al ritmo del tuo passo.

C. Sbarbaro

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Io che come un sonnambulo cammino
per le mie trite vie quotidiane,
vedendoti dinanzi a me trasalgo.
Tu mi cammini innanzi lenta come
una regina.
Regolo il mio passo
io subito destato dal mio sonno
sul tuo ch’è come una sapiente musica.
E possibilità d’amore e gloria
mi s’affacciano al cuore e me lo gonfiano.
Pei riccioletti folli d’una nuca
per l’ala d’un cappello io posso ancora
alleggerirmi della mia tristezza.
Io sono ancora giovane, inesperto
col cuore pronto a tutte le follie.

Una luce si fa nel dormiveglia.
Tutto è sospeso come in un’attesa.
Non penso più. Sono contento e muto.
Batte il mio cuore al ritmo del tuo passo.

 

Camillo Sbarbaro, in Pianissimo (La Voce edizioni, 1914)

 

[Camillo Sbarbaro (1888-1967), conosciuto come uno dei maggiori poeti italiani del ‘900, probabilmente anche grazie alla stima di Montale che tenne sempre in grande considerazione le sue opere, è certamente l’esempio di ciò che molto più spesso è il poeta. Un uomo semplice, con una vita semplice, comune (impiegato dell’ILVA prima, insegnante privato e traduttore poi), con un grande dono, che fu anche sua grande passione: quello della poesia. Una parola misurata, calma, attenta, nella sua pacatezza capace d’innovazione e di far leva sul senso interno ed esterno, senza mai esaltare l’uno negando l’altro. Pianissimo, la sua raccolta più famosa, è tutto questo: è quella porta attraverso la quale da semplice uomo è riuscito a farsi “antichissima rovina” per poter un giorno “guardare le albe che “nascheranno ancora al mondo/ dopo di noi!”. Così ce lo descrive lo stesso Montale:

“Ho anche l’impressione che, a conti fatti, la sua vita sia stata quella di un uomo riuscito, forse di un uomo felice. La sorte gli aveva concesso il dono dell’espressione e tanto gli bastava… Non ha mai chiesto nulla al mondo e ha sopportato la povertà, se non l’indigenza, perché ogni altra forma di ricchezza avrebbe offeso il suo senso della dignità quotidiana, della decenza.”]

 

[Foto: Gerárd Castello-Lopes, Lisbona, 1957]

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