Penso a come dire questa fragilità che è guardarti… M. Benedetti

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A D.

Penso a come dire questa fragilità che è guardarti,
stare insieme a cose come bottoni o spille,
come le tue dita, i tuoi capelli lunghi marrone.
Ma d’aria siamo quasi, in tutte le stanze
dove ci fermiamo davanti a noi un momento
con la paura che ci ha assottigliati in un sorriso,
dopo la paura in ogni mano, o braccio, passo,
che ogni mano, o braccio, passo, non ci siano.

 

___________

 

A D.

Pienso cómo hablar de esta fragilidad que es mirarte,
estar junto a las cosas como botones o broches,
como tus dedos, tus cabellos largos y marrones.
Pero de aire casi somos, en todas las estancias,
en donde nos detenemos delante de nosotros un momento,
con el miedo de que nos han agudizado en una sonrisa,
después del miedo en cada mano, o brazo, o paso,
que cada mano, brazo y paso no hayan sido.

 

Mario Benedetti, Umana gloria  ( Mondadori Editore, 2004)

[Foto: Pak Demarest]

Luna, Mark Strand

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Apri il libro della sera alla pagina
in cui la luna, la luna sempre, appare

tra due nuvole, spostandosi così piano che parrà
siano trascorse ore prima che tu giunga alla pagina seguente

dove la luna, ora più luminosa, fa scendere un sentiero
per condurti via da ciò che hai conosciuto

entro i luoghi in cui quello che ti eri augurato si avvera,
la sua sillaba solitaria come una frase sospesa

sull’orlo del significato, in attesa che tu ne dica il nome
una volta ancora mentre alzi gli occhi dalla pagina

e chiudi il libro, sentendo ancora com’era
soffermarsi in quella luce, quell’improvviso paradiso di suono.

Mark Strand, Uomo e cammello (Lo Specchio- Mondadori)

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Moon

Open the book of evening to the page
where the moon, always the moon, appears

between two clouds, moving so slowly that hours
will seem to have passed before you reach the next page

where the moon, now brighter, lowers a path
to lead you away from what you have known

into those places where what you had wished for happens,
its lone syllable like a sentence poised

at the edge of sense, waiting for you to say its name
once more as you lift your eyes from the page

and close the book, still feeling what it was like
to dwell in that light, that sudden paradise of sound.

Mark Strand , Man and Camel ( Knopf Doubleday Publishing Group, 2008)

[Foto:  Joisey Showa]

La strada per la comprensione, Andrea de Alberti

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Tutta la nostra vita non è al riparo,
i desideri hanno la punta dei piedi congelata,
ogni strada ha una minima percentuale d’incidente,
le persone nascondono altre persone,
un cono d’ombra precipita in un punto,
una sconfitta non è una perdita di tempo,
ogni amore ha una regola da cattivo tenente,
il male ha una riva per precipitare in un fosso,
chi vive abbastanza rimane per sempre.

Andrea de Alberti, Dall’interno della specie (in uscirta per Einaudi il 17febbraio 2017)

 

[Foto: Rodney Smith]

 

 

Lieve offerta, Antonia Pozzi

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Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera
come le estreme foglie
dei pioppi, che s’accendono di sole
in cima ai tronchi fasciati
di nebbia –

Vorrei condurti con le mie parole
per un deserto viale, segnato
d’esili ombre –
fino a una valle d’erboso silenzio,
al lago –
ove tinnisce per un fiato d’aria
il canneto
e le libellule si trastullano
con l’acqua non profonda –

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera,
che la mia poesia ti fosse un ponte,
sottile e saldo,
bianco –
sulle oscure voragini
della terra.

5 dicembre 1934

Antonia Pozzi, da La vita sognata (in  Poesia che mi guardi, Luca Sossella Editore, 2010)

[Foto: Kouji Tomihisa]

Una lingua di terra, Francesco Scarabicchi

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Non sono io a conoscerti, ma il nome
che si posa sulle labbra ferme,
quell’umido mistero di vocali
dette alle rive d’aria, ad una quiete
di riposo e madre, al consonare
del più muto canto, all’odore del giorno,
al fuoco, all’acqua,
a una lingua di terra familiare.

Francesco Scarabicchi,  L’ora felice (Donzelli, 2010)

*Per chi voglia di conoscere meglio questo autore, qualche giorno fa è uscito per Einaudi la sua terza raccolta, pubblicata per la prima volta nel 1997 da l’Obliquo, con la quale Francesco Scarabicchi entrava a pieno diritto fra i maggiori poeti italiani contemporanei, poesie dove troviamo «uno scenario dominato dal gelo, dalla neve, dal bianco, quasi immagini di un mondo in letargo, invisibile, ma segretamente vivo e disposto al risveglio» (Gian Carlo Ferretti). 

“Chi, come te, cortese,/mi sovviene/lascia l’orma leggera/e si allontana,/come fanno le nuvole,/tacendo./”

[Foto: N. Jerry Uelsmann ]

All’amato me stesso, Vladimir Majakovskij

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S’io fossi piccolo come il grande oceano,
mi leverei sulla punta dei piedi delle onde con l’alta marea,
accarezzando la luna.

V. Majakovskij

Quattro. Pesanti come un colpo.
“A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”.

Ma uno come me dove potrà ficcarsi?
Dove mi si è apprestata una tana?
S’io fossi piccolo come il grande oceano,
mi leverei sulla punta dei piedi delle onde con l’alta marea,
accarezzando la luna.
Dove trovare un’amata uguale a me?
Angusto sarebbe il cielo per contenerla!

O s’io fossi povero come un miliardario…Che cos’è il denaro per l’anima?
Un ladro insaziabile s’annida in essa:
all’orda sfrenata di tutti i miei desideri
non basta l’oro di tutte le Californie!

S’io fossi balbuziente come Dante o Petrarca…
Accendere l’anima per una sola, ordinarle coi versi…
Struggersi in cenere.
E le parole e il mio amore sarebbero un arco di trionfo:
pomposamente senza lasciar traccia vi passerebbero sotto
le amanti di tutti i secoli.

O s’io fossi silenzioso, umil tuono… Gemerei stringendo
con un brivido l’intrepido eremo della terra…
Seguiterò a squarciagola con la mia voce immensa.
Le comete torceranno le braccia fiammeggianti,
gettandosi a capofitto dalla malinconia.
Coi raggi degli occhi rosicchierei le notti
s’io fossi appannato come il sole…

Che bisogno ho io d’abbeverare col mio splendore
il grembo dimagrato della terra?
Passerò trascinando il mio enorme amore
in quale notte delirante e malaticcia?
Da quali Golia fui concepito
così grande,
e così inutile?

Vladimir Majakovskij, Poesie d’amore e di rivoluzione ( Red Star Press, 2012)

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СЕБЕ, ЛЮБИМОМУ

Четыре.
Тяжелые, как удар.
“Кесарево кесарю – богу богово”.
А такому,
как я,
ткнуться куда?
Где мне уготовано логово?

Если бы я был
маленький,
как океан,-
на цыпочки волн встал,
приливом ласкался к луне бы.
Где любимую найти мне,
Такую, как и я?
Такая не уместилась бы в крохотное небо!

О, если б я нищ был!
Как миллиардер!
Что деньги душе?
Ненасытный вор в ней.
Моих желаний разнузданной орде
не хватит золота всех Калифорний.

Если б быть мне косноязычным,
как Дант
или Петрарка!
Душу к одной зажечь!
Стихами велеть истлеть ей!
И слова
и любовь моя –
триумфальная арка:
пышно,
бесследно пройдут сквозь нее
любовницы всех столетий.

О, если б был я
тихий,
как гром,-
ныл бы,
дрожью объял бы земли одряхлевший скит.
Я если всей его мощью
выреву голос огромный,-
кометы заломят горящие руки,
бросаясь вниз с тоски.

Я бы глаз лучами грыз ночи –
о, если б был я
тусклый, как солце!
Очень мне надо
сияньем моим поить
земли отощавшее лонце!

Пройду,
любовищу мою волоча.
В какой ночи
бредовой,
недужной
какими Голиафами я зачат –
такой большой
и такой ненужный?

Vladimir Majakovskij

[Foto: Domenico Mazza]

L’amore che tace, Gabriela Mistral

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Se ti odiassi, il mio odio ti darei
con le parole, rotondo e sicuro;
ma ti amo e il mio amore non si affida
a questa lingua umana, così oscura!

Tu lo vorresti mutato in un grido,
e vien così dal fondo che ha disfatto
la sua ardente fiumana, sfinito
prima ancora della gola e del petto.

Io sono come uno stagno ricolmo
ed a te sembro una sorgente inerte,
per questo mio silenzio tormentoso
più atroce che entrare nella morte!

 

Gabriela Mistral, Canto che amavi (Marcos y Marcos, 2010)

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El amor que calla

Si yo te odiara, mi odio te daría
en las palabras, rotundo y seguro;
pero te amo y mi amor no se confía
a este hablar de los hombres, tan oscuro.

Tú lo quisieras vuelto en alarido,
y viene de tan hondo que ha deshecho
su quemante raudal, desfallecido,
antes de la garganta, antes del pecho.

Estoy lo mismo que estanque colmado
y te parezco un surtidor inerte.
¡Todo por mi callar atribulado
que es más atroz que el entrar en la muerte!

Gabriela Mistral
[Foto: Gabriela Mistral]
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[Approfitto di questi meravigliosi versi  per parlarvi brevemente di questa poetessa, lo faccio partendo dalle sue parole, scritte all’età di trentaquattro anni nella prefazione a un suo libro:
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«Sono nata a Vicuña, Telqui, il 7 aprile 1889. Mio padre e la mia unica sorella erano maestri. Cominciai a insegnare, come maestra rurale, a quindici anni. Ho insegnato fino ad oggi. […]
Sono cristiana e integralmente democratica. Credo che il cristianesimo, con il suo profondo senso sociale, possa salvare i popoli. Ho scritto come chi parla nella solitudine. Infatti sono vissuta molto sola dovunque. I miei maestri d’arte e di vita: la Bibbia, Dante, Tagore e i russi.
Dirigo una scuola in Messico e un’altra nel Cile, incerta fra le due… Il pessimismo in me è un atteggiamento di malcontento creativo, attivo e ardente, non passivo. Ammiro, senza professarlo, il buddismo, che per qualche tempo conquistò il mio spirito. Il Messico mi ha dato, con la sua profonda impronta spagnola – architettura, sensibilità, raffinatezza – il rispetto e l’amore per la Spagna… Vorrei lasciare l’insegnamento per riposarmi e vivere in campagna leggendo e scrivendo. Vengo da una famiglia di contadini e sono una di loro. I miei grandi amori sono la fede, la terra, la poesia…»
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Lucila Gogoy Alcayaga, sceglie di scrivere con lo psudonimo di Gabriela Mistral a venticinque anni e in onore di due poeti a lei molto cari: Gabriele D’Annunzio e Federico Mistral. Di origini basche e ebree, ha vissuto un’infanzia molto povera nel paese andino di Montegrande, cominciando a scrivere poesie come autodidatta da bambina e ottenendo le prime pubblicazioni sui giornali locali a soli quindici anni. Si occupò soprattutto di educazione, insegnando e poi dirigendo moltissime scuole, ma soprattutto dei diritti delle donne. Viaggiò molto:Messico, Cile, poi Italia e Francia e Spagna, Stati Uniti.
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Pubblicò diverse raccolte di sue poesie: Sonetos de la muerte (1914, Sonetti della morte) dopo il suicidio del suo fidanzato; Desolación (1922, Desolazione) pubblicato a New York, che la rese famosa; seguirono Ternura (1924, Tenerezza), canti per l’infanzia e Tala (1938, Distruzione). Tra le opere in prosa: Lecturas para mujeres (1923) dedicato alla maternità e alla cura dell’infanzia, Recados, Contando a Chile (1957). Vinse il premio Nobel nel 1945 (prima voce femminile e anche prima voce latinoamericana) «per la sua poesia lirica che, ispirata da forti emozioni, ha reso il suo nome un simbolo delle aspirazioni di tutto il mondo latino-americano». Passò gli ultimi anni della sua vita negli Stati Uniti, dove morì a New York nel 1957, per un cancro al pancreas.
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in Italia possiamo contare su due soli testi per conoscere la poesia di questa autrice:
  • Il volume della collana Utet dei premi Nobel, Gabriela Mistral, 1979 (di difficile reperibilità);
  • G. Mistral, Canto che amavi, Marcos y Marcos 2010

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per un ulteriore approfondimento vi consiglio :

http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/gabriela-mistral/

Dediche, Adrienne Rich

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So che stai leggendo questa poesia perché non c’è altro da leggere,
lí dove sei approdata, nuda come sei.

A. Rich

So che stai leggendo questa poesia
tardi, prima di lasciare il tuo ufficio
con l’unico lampione giallo e una finestra che rabbuia
nella spossatezza di un edificio dissolto nella quiete
quando l’ora di punta è da molto passata.           So che stai leggendo
questa poesia in piedi, in una libreria lontana dall’oceano
in un giorno grigio agli inizi della primavera, deboli fiocchi sospinti
attraverso gli immensi spazi delle pianure intorno a te.
So che stai leggendo questa poesia
in una stanza in cui è accaduto troppo per poterlo sopportare,
spirali di lenzuola ristagnano sul letto
e la valigia aperta parla di fuga
ma non puoi andartene ora.             So che stai leggendo questa poesia
mentre il metrò rallenta la corsa, prima di lanciarti su per le scale
verso un amore diverso
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia alla luce
della televisione, dove scorrono sussulti di immagini mute,
mentre aspetti le ultime notizie sull’ intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d’aspetto
di occhi incontrati e che non si incontrano, di identità con estranei.
So che stai leggendo questa poesia sotto il neon
nella noia stanca dei giovani che sono esclusi,
che si escludono, troppo presto.             So
che stai leggendo questa poesia con la tua vista indebolita:
le tue lenti spesse dilatano le lettere oltre ogni significato e tuttavia continui a leggere
perché anche l’alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia in cucina,
mentre riscaldi il latte, con un bambino che ti piange sulla spalla e un libro in mano,
perché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia che non è nella tua lingua:
di alcune parole non conosci il significato, mentre altre ti fanno continuare a leggere
e io voglio sapere quali sono.
So che stai leggendo questa poesia in attesa di udire qualcosa, divisa tra amarezza e speranza,
per poi tornare ai compiti che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non c’è altro da leggere,
lí dove sei approdata, nuda come sei.

Adrienne Rich, Cartografie del silenzio (Crocetti Editore, 2015)

 

XIII (Dedications)

I know you are reading this poem
late, before leaving your office
of the one intense yellow lamp-spot and the darkening window
in the lassitude of a building faded to quiet
long after rush-hour.            I know you are reading this poem
standing up in a bookstore far from the ocean
on a grey day of early spring, faint flakes driven
across the plains’ enormous spaces around you.
I know you are reading this poem
in a room where too much has happened for you to bear
where the bedclothes lie in stagnant coils on the bed
and the open valise speaks of flight
but you cannot leave yet.            I know you are reading this poem
as the underground train loses momentum and before running up the stairs
toward a new kind of love
your life has never allowed.
I know you are reading this poem by the light
of the television screen where soundless images jerk and slide
while you wait for the newscast from the intifada.
I know you are reading this poem in a waiting-room
of eyes met and unmeeting, of identity with strangers.
I know you are reading this poem by fluorescent light
in the boredom and fatigue of the young who are counted out,
count themselves out, at too early an age.             I know
you are reading this poem through your failing sight, the thick
lens enlarging these letters beyond all meaning yet you read on
because even the alphabet is precious.
I know you are reading this poem as you pace beside the stove
warming milk, a crying child on your shoulder, a book in your hand
because life is short and you too are thirsty.
I know you are reading this poem which is not in your language
guessing at some words while others keep you reading
and I want to know which words they are.
I know you are reading this poem listening for something, torn between bitterness and hope
turning back once again to the task you cannot refuse.
I know you are reading this poem because there is nothing else left to read
there where you have landed, stripped as you are.

Adrienne Rich

[Foto: Edward Weston]

Ritorno, Nanà Isaia

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           Ritornando
_                      per trovare certi pensieri.
____________    __   Parole che non avevo pensato di dirti.
_                           Pomeriggi di silenzio nel viale.
           Ritornando con un finestrino di treno
per vedere il mondo.
_            So che troverò al loro posto
                                           religiosi gli oggetti
                                                               dell’addio.
_                                         Il ritorno al posto della mia fuga.
_                         Ma nelle mie mani non ci sarà
_     alcuna materia di volti
_                                 e di ultimi momenti.
_                                            Immagini solo dei singhiozzi.
_                                 E un pizzico di cenere dalla vita.
                      Come dolore inutile.

 

Nanà Isaia,  Antologia della poesia greca contemporanea (Crocetti, 2004)

[Foto: Greta Garbo]

Non cercavo la fine, non era la morte… , Antonio Santori

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Non cercavo la fine, non era la morte
l’improvvisa atmosfera, cercavo la ciurma rarefatta
e il vento della creazione, il niente che si scopre
dietro la vita, dietro l’amore.
Perché ci sono spazi enormi da riempire
che sono spazi da inghiottire. Ci sono luoghi che dormono,
come strumenti in attesa dentro le casse,
luoghi di carne, di mascelle spalancate,
luoghi di sgomenti e di resa, luoghi dell’amore.
Ma sempre, sempre, dietro gli occhi di ognuno
ci sono gli occhi di un altro che guardano la fine:
le nasse ammonticchiate, prossime al sussulto,
lo stupore dentro l’acqua delle ostriche
invasate dalla luce, nostro identico culto
sotto le stelle.
Perché ci sono occhi da respingere
che sono occhi da accogliere.
Ci sono volti che nascono sotto i nostri corpi
e si nascondono tra le coperte
e altri disperati che si confessano e si dileguano,
dolcemente. E sempre, sempre, ogni gesto del chiarore
è un gesto dell’ombra, come lo sguardo separato
delle donne, quando aprono le gambe, lentamente.
Tutto si divincola tutto è in fuga.
Nessuno può parlare di ricordi.
La mano fasciata da un fazzoletto gigante,
legato in fretta, il soffio forte della nascita
l’ultimo giorno di dicembre, il respiro
di mio padre nella morte vigilata,
una salvietta sporca in un ristorante.
Nessuno può parlare di ricordi.
Rimane solo il senso di uno smarrimento,
l’incredibile rifugio delle cose
che crediamo di spostare, il senso della fine,
il vero sentimento.

 

Antonio Santori, La linea alba (Marsilio 2007)

 

[Foto: Pierre Jahan]