Donna Genovese, Dino Campana

federica-erra

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Tu mi portasti un po’ d’alga marina
nei tuoi capelli, ed un odor di vento,
che è corso di lontano e giunge grave
d’ardore, era nel tuo corpo bronzino:
– Oh la divina
semplicità delle tue forme snelle –
Non amore non spasimo, un fantasma,
un’ombra della necessità che vaga
serena e ineluttabile per l’anima
e la discioglie in gioia, in incanto serena
perché per l’infinito lo scirocco
se la possa portare.
Come è piccolo il mondo e leggero nelle tue mani!

Dino Campana, da Inediti, 1942

[Foto: Federica Erra]

6 thoughts on “Donna Genovese, Dino Campana

  1. Der Krieger des Lichts ن ha detto:

    Question…. can I read YOUR poetry? 🙂

  2. L'Irriverente ha detto:

    Un segno del tempo: noto nei bei versi una tendenza all’endecasillabo, nel senso che non sono pochi i versi di quella misura, più all’inizio che alla fine. È come una metamorfosi dalle forme regolari della tradizione alla relativa novità del verso libero – in effetti, ormai poco nuova. Credo che in quel momento storico vi fosse ancora un po’ il senso della metrica, che il pubblico la avvertisse ancora, almeno ad istinto; oggi si è persa quasi del tutto, perciò il gesto ribelle è diventato norma e balza all’occhio l’elemento che segue quella vecchia.

    • gilda.m ha detto:

      Sì è vero condivido tutto quello che dici. Ho poi l’impressione che l’endecasillabo o la metrica in generale viene piuttosto usata come metro di giudizio che per l’eleganza della sua forma e la bellezza in sé.

      • L'Irriverente ha detto:

        No, aspetta, non ho capito quel che volevi dire…

      • gilda.m ha detto:

        Nel senso che quando si parla di endecasillabo, non si parla del suo valore e della sua bellezza come hai fatto tu con la poesia di Campana, ma si riduce al conteggio delle sillabe e degli accenti.

      • L'Irriverente ha detto:

        Ah, ok. In effetti, quello vuol dire fermarsi sulla soglia: il conteggio delle sillabe serve al poeta per capire se sta nei limiti, ma poi deve sottoporsi a un certo “labor limae” (Orazio) che permetta al verso di essere anche bello da leggere: l’ideale sarebbe anche dargli un certo ritmo e mantenerlo per la maggior parte della poesia; così, quando si vuole, lo si potrà cambiare improvvisamente e invogliare il lettore attento a chiedersi perché. Se uno è bravo sul serio, non fa queste cose a caso. È un livello cui non sono ancora arrivato, ma mi allenerò.

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