Sei un amore perché sei… Davide Rondoni

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Sei un amore perché sei
un racconto

e partono in te
i velieri della fine,

appaiono
un attimo sui parabrezza bagnati
i nomi di città sconosciute

i violinisti si sono addormentati
e sognano e suonano e sognano

sbagliando qualche nota ma
portano il pianto inaudito dei cristalli

custodisci i miei
respiri
lasci impronte così nascoste
che le troverà solo il demonio o l’ultimo
degli angeli prima di mettere il cappello e
spegnere la luce

co gli occhi di un ferito è entrato
travestito alla festa
chiedendo c’è da bere qualcosa
e alzava brindisi da lontano strappandoci
il cuore.

Amore che non riesce a chiudere
il ventaglio dei baci

si confonde come uno in stazione
che guarda i treni, non sa mai partire
sperduto e felice –

sei un amore e sei un racconto
che ogni notte mi dimentico

e leggo nelle nuvole che lo scrivono

inquiete nei venti contrari
rubando luce ai visi attoniti di santi dipinti
e alle bici abbandonate sui binari

tutte le morti che hai traversato e le nascite
ti porgono il braccio –

sono lo stesso momento di sempre
da quando hai alzato lo sguardo

e il tuo respiro ha reciso il mio nome dal niente

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Davide Rondoni (da La natura del bastardo (Mondadori, 2016)

dal sito: http://internopoesia.com/

[Foto:Ruth Bernhard , Golden Light, 1962]

Cose consumate, Carmen Conde

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e guardare serenamente con quegli occhi tuoi
e miei la nostra visione del mondo.

Racchiuderti in parole…
E tu, proprio tu, contenuta in verbi, nomi
e aggettivi intatti.
Che io possa dire tutto:
quel che è nostro, quel che facciamo
e faremo sempre,
eternissimamente:
parlare, tacere, essere tu e io
essendo noi, nostri.

Dare a te una dimensione umana,
la tua immagine sulla terra:
statua, colore, audace passo,
e guardare serenamente con quegli occhi tuoi
e miei la nostra visione del mondo.

Che un giorno, i mortali sappiano,senza errore,
che hai avuto sangue,
e aperta passione per ogni cosa:
e che ti sei dato cantando, soffrendo,
alle mie braccia folli, lente e deboli,
forti e fredde, povere di luce
ma innamorate di te.
Per sapere che è stato vero,
che sei stato, ma allora non sei!

Carcare le parole per quando non vivrai,
perché tu viva mentre parliamo.
Dio del dolore, mai dire potrei essere
come sei tu, mio amore, amore mio,
creatura gloriosa che trovo
sparsa in oceani,
cieli, campi, fiumi e alberi;
e persino in colombe tristi che all’aurora
ti svegliano al mio amore per te.

Carmen Conde, Cose consumate
(in Senza Eden, Medusa 2009 o anche in Poesia n. 321, Crocetti)
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Encerrarte en palabras…
¡Que tú, tú, quepas en verbos, nombres,
y adjetivos intactos!
Que yo lo pueda decir todo:
lo nuestro, esto que hacemos
y estaremos haciendo siempre,
eternísimamente:
hablar, callar, ser tú y yo
siéndonos nuestros.

Darte una dimensión humana,
representación de ti en la tierra:
estatua, color, arrebatado paso,
y sereno mirar con esos ojos tuyos
y míos: nuestra mirada del mundo.

Que un día, los mortales sin remedio sepan
cómo tuviste sangre,
y abierta pasión por todo;
y te diste cantando, sufriendo,
a mis brazos locos, y lentos, y débiles,
y fuertes, y fríos, y pobres de luz,
pero enamorados tuyos.
Para saber que has sido verdad,
que has sido, ¡pero no eres entonces!

Buscar las palabras de cuando no vivas,
para que vivas mientras se hable.
Dios de dolor, nunca decir podré
cómo eres tú, mi amor, amor mío,
criatura de glorificación que hallo
derramada en océanos,
cielos, campos, ríos y árboles;
y hasta en palomas tristes que en la aurora
¡te despiertan a mi amor por ti!

Carmen Conde, Suma transida

[Foto: Hisano Hisashi, 1939]

Il tuo più tenue sguardo, E.E. Cummings

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nessuno, nemmeno la pioggia, ha così piccole mani.
E.E. Cummings
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Il tuo più tenue sguardo facilmente mi aprirà
benchè abbia chiuso me stesso come dita,
sempre mi apri petalo per petalo come la Primavera fa
(sfiorando abilmente, misteriosamente) la sua prima rosa o se il tuo desiderio sia chiudermi, io e
la mia vita ci chiuderemo di scatto meravigliosamente, improvvisamente,
come quando il cuore di questo fiore s’immagina
la neve scendere con cautela ovunque;
niente di tutto ciò che sperimenteremo in questo mondo è pari
alla forza della tua intensa delicatezza: la cui trama
mi costringe nel colore delle sue terre,
rendendo omaggio alla morte e per sempre ad ogni respiro(non so cosa sia in te che chiude
e apre; solo qualcosa mi dice
che la voce dei tuoi occhi è più profonda di tutte le rose)
nessuno, nemmeno la pioggia, ha così piccole mani.”
E.E. Cummings, Il tuo più tenue sguardo
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Somewhere i have never travelled, gladly beyond
any experience,your eyes have their silence:
in your most frail gesture are things which enclose me,
or which i cannot touch because they are too near

your slightest look easily will unclose me
though i have closed myself as fingers,
you open always petal by petal myself as Spring open(touching skilfully,mysteriously)her first rose

or if your wish be to close me, i and
my life will shut very beautifully ,suddenly,
as when the heart of this flower imagines
the snow carefully everywhere descending;

nothing which we are to perceive in this world equals
the power of your intense fragility:whose texture
compels me with the color of its countries,
rendering death and forever with each breathing

(i do not know what it is about you that closes
and opens;only something in me understands
the voice of your eyes is deeper than all roses)
nobody,not even the rain,has such small hands.

E.E. Cummings, Somewhere

 

[Foto: Josephine Cardin]

Madrigale, Octavio Paz

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Più trasparente
di quella goccia d’acqua
tra le dita del rampicante
il mio pensiero tende un ponte
da te stessa a te stessa
Guardati
più reale del corpo che abiti
ferma in mezzo alla mia fronte

Sei nata per vivere in un’isola.

Octavio Paz da Verso l’inizio (in Vento Cardinale e altre poesie, Mondadori, 1984)

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Madrigal

Más transparente
que esa gota de agua
entre los dedos de la enredadera
mi pensamiento tiende un puente
de ti misma a ti misma
Mírate
más real que el cuerpo que habitas
fija en el centro de mi frente

Naciste para vivir en una isla.

Octavio Paz da Hacia el comienzo (in Poemas: 1935-1975, Ed. Seix Barral, 1979)

L’invidia degli dèi, Lucio Mariani

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Parla piano, dissimula e menti sui nostri giorni
gli dèi sono presenti anche tra le foglie dell’ulivo
tra i disadorni petali della camelia rosa, nella maglia
di piume che il pettirosso in posa ostenta al mondo.
Sono all’ascolto nella limonaia, al riparo
nel folto della macchia, dentro il filo d’acqua
che sgorga raro e improvviso come una notizia
dalla faccia di pietra, sono lí lungo il bordo
del cuscino che ti incornicia il viso. Ricorda sempre
che la loro invidia non arretra di un passo
e ti ammaestra a non scoprire mai la nostra gioia.

Lucio Mariani  (da Canti di Ripa Grande, Crocetti Editore 2013)

 

[Foto: Giambologna, Ratto delle Sabine]

Dormi… Fernando Pessoa

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Dormi sopra il mio seno
sognando di sognare
Nel tuo sguardo leggo
un lubrico vagare,
Dormi nel sogno di esistere
e nell’illusione di amare.

Tutto è nulla, e tutto
un sogno finge di essere.
Lo spazio nero è muto.
dormi, e, addormentandoti
sappi cordialmente sorridere
sorrisi da scordare.

Dormi sopra il mio seno,
senza pena nè amore…
Nel tuo sguardo leggo
l’intimo torpore
di chi conosce il nulla essere
di vita, gaudio e dolore.

Fernando Pessoa

 

[Foto: Auguste Rodin, Paolo e Francesca tra le nuvole, 1905]

Non sapevo allora… M. Gualtieri

… un monumento al silenzio
per quel suo lato infinito

M. Gualtieri

 

Non sapevo allora che il silenzio
era chiuso dentro il palmo di Dio
e lo cercavo sulla riviera.

Non sapevo che il fratello andasse accolto
dentro e dunque spostato
dall’eterno paragone. Non sapevo
che le correnti alte spargono le nubi
sulle cime perché l’aquila riposi
e dentro il vento un popolo
in pulviscolo sciama verso terre pacificate
e tutto intorno sorgono popoli invisibili
che di gran lunga il cielo predilige.

E’ questo duro dei canali
questo avere porte sbarrate che non fanno entrare
il sottile di potenze in circolazione.
Avvenute dentro certe modificazioni
di matrice, un appuntamento con la forza
centrifuga, un monumento al silenzio
per quel suo lato infinito

Mariangela Gualtieri

[Video: Michael Nyman, dal film Lezioni di Piano ]

Mandate a dire all’imperatore, Pierluigi Cappello

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da Mandate a dire all’imperatore, P. Cappello

 

Cosí come oggi tanti anni fa
mandate a dire all’imperatore
che tutti i pozzi si sono seccati
e brilla il sasso lasciato dall’acqua
orientate le vostre prore dentro l’arsura
perché qui c’è da camminare nel buio della parola
l’orlo di lino contro gli stinchi
e, tenuti appena da un battito,
il sole contro, il rosso sotto le palpebre
premerete sentieri vastissimi
vasti da non avere direzione
e accorderete la vostra durezza
alla durezza dello scorpione
alla ruminazione del cammello
alla fibra di ogni radice
liscia, la stella liscia, del vostro sguardo
staccato dall’occhio, palpiterà
né zenit né nadir
in nessun luogo, mai.

[Come accennato qualche giorno fa, dedicherò un po’ più di spazio nei prossimi giorni alla silloge del poeta Pierluigi Cappello, “Mandate a dire all’imperatore“, in attesa di poter leggere, a distanza di sei anni, il suo ultimo lavoro.

https://laterraeblucomeunarancia.wordpress.com/2016/12/12/restare-pierluigi-cappello/?iframe=true&theme_preview=true

Il testo ha inizio con la poesia  “Mandate a dire all’imperatore“che da il titolo all’intera raccolta e che è insieme suo prologo e sunto. Titolo ispirato a un racconto di Franz Kafka, “Il messaggio dell’imperatore”, ma nella sua versione speculare: non più un messaggio da un imperatore  al suddito, ma un messaggio da recapitare proprio all’imperatore; del quale non si ha altro riferimento, e la cui presenza appare quasi astratta,  a rappresentare probabilmente proprio l’intercedere di un potere che pur lasciando indelebili tracce non mostra mai pienamente il suo volto.

“perché qui c’è da camminare nel buio della parola”,

Di qui un percorso che sarà senza punti di riferimento, “né zenit né nadir“, se non uno, forse, ed è il poeta che si affaccia alla realtà attuale ma con la consapevolezza di ciò che è parola: che nulla può se non raccontare, o meglio ricordare e fissare quella bolla che è Chiusaforte  – a racchiudere non solo il ricordo di una infanzia trascorsa in un paesino di confine , quasi sospeso nel mondo– ma quella di un intero periodo storico ormai squarciato in due da un’autostrada, simbolo dell’inevitabile mutamento che arriva a toccare persino in un luogo in apparenza quasi dimenticato. Centrale è proprio questo luogo, come ci spiega l’autore stesso:

Chiusaforte è il mio paese d’origine, una sottile linea di case infilata in un canale – il Canal del ferro – situato nella punta estrema nord-orientale d’Italia. Poco più a Nord, i confini di Austria e Slovenia. Immediatamente a monte di Chiusaforte il Canale assume la forma di una gola: le falde delle montagne che lo chiudono si alzano distando l’una dall’altra “lo trazer de un bon brazho”, poco più di un tiro di sasso, come scrisse in un suo rapporto uno sconcertato ispettore dei boschi della Serenissima Repubblica di Venezia. Grosso modo parallela al paese corre la statale pontebbana, più in là il fiume Fella e, dagli anni Ottanta, letteralmente stipata, l’autostrada che conduce in Austra”.

E con esso la parola e  il silenzio, che insieme fanno poesia:

“Scrivere poesia è una caccia al buio. Devi, prima di tutto, dotarti degli strumenti della caccia, conoscere il più estesamente possibile tutte le malizie retoriche, sapere quale è la sostanza fonica dei versi (sì, parloproprio di “sostanza”), cogliere la linea di conflitto che si sviluppa tra “istituzione” (il metro) e “individuo” (il ritmo). E anche quando hai imparato tutto questo sei solo, nella tua caccia, sprofondato nel buio. Perché la poesia è un fenomeno, né più né meno che una grandinata, una tempesta, una brezza sottile. Noi ‘parliamo’ sempre, sia quando lo facciamo in forma di dialogo, sia quando il colloquio avviene entro noi stessi, dentro un silenzio che è soltanto nostro. È dentro quel silenzio che le parole si dispongono alle relazioni più intime, che fruttificano in forma di intuizione. Una volta ho definito quell’ininterrotto parlarsi dentro il polmone verde delle nostre coscienze, la nostra ricchezza più segreta.”]