Alfonso Gatto e gli amori di Xavier Dolan

Le grandi notti d’estate
che nulla muove oltre il chiaro
filtro dei baci, il tuo volto
un sogno nelle mie mani.

Lontana come i tuoi occhi
tu sei venuta dal mare,
dal vento che pare l’anima.

E baci perdutamente
sino a che l’arida bocca
come la notte è dischiusa,
portata via dal suo soffio.

Tu vivi allora, tu vivi,
il sogno ch’esisti è vero.
Da quanto t’ho cercata.

Ti stringo per dirti che i sogni
son belli come il tuo volto,
lontani come i tuoi occhi.

E il bacio che cerco è l’anima.

Alfonso Gatto da Nuove poesie, 1941-1949, (Lo Specchio Mondadori, 1950)

 

[Video: Dalida, Bang bang  e  Noir Désir, Vive la fête]

*[Les amours imaginaires e J’ai tué ma mère sono i due film d’esordio come regista del giovanissimo Xavier Dolan, entrambi dal taglio autobiografico e dall’influsso evidente della Nouvelle Vague, spiccano per ricercatezza di stile in ogni suo aspetto (dalla musica, alla fotografia, alla tecnica, ai costumi) e per una semplicità nella trama (mai comunque banale), che nell’insieme non dispiace. Il primo racconta lo strano triangolo che si crea intorno a Nicolas, personaggio che per fattezze e aura ricorda il giovane Tadzio de La morte a Venezia ( di Thomas Mann, finemente dipinto nell’omonimo film da Luchino Visconti); il secondo l’incapacità di un figlio nel riuscire nell’atto che nell’immaginario collettivo sembrerebbe il più banale: amare la propria madre. Un’impossibilità che forse sta più nella incomunicabilità tra i due.

P.S. Nonostante i numerosi riferimenti cinematografici, artistici e letterari sparsi in entrambi i film, la poesia da me citata di Alfonso Gatto non rientra tra questi,  si tratta di un mio personale accostamento. ]

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Dopo il dono di Dio vi fu la rinascita… Amelia Rosselli

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… Il mondo è sottile e piano:
pochi elefanti vi girano, ottusi.

A. Rosselli, in Documento

 

Dopo il dono di Dio vi fu la rinascita. Dopo la pazienza
dei sensi caddero tutte le giornate. Dopo l’inchiostro
di Cina rinacque un elefante: la gioia. Dopo della gioia
scese l’inferno dopo il paradiso il lupo nella tana. Dopo
l’infinito vi fu la giostra. Ma caddero i lumi e si rinfocillarono
le bestie, e la lana venne preparata e il lupo divorato.
Dopo della fame nacque il bambino, dopo della noia scrisse
i suoi versi l’amante. Dopo l’infinito cadde la giostra
dopo la testata crebbe l’inchiostro. Caldamente protetta
scrisse i suoi versi la Vergine: moribondo Cristo le rispose
non mi toccare! Dopo i suoi versi il Cristo divorò la pena
che lo affliggeva. Dopo della notte cadde l’intero sostegno
del mondo. Dopo dell’inferno nacque il figlio bramoso di
distinguersi. Dopo della noia rompeva il silenzio l’acre
bisbiglio della contadina che cercava l’acqua nel pozzo
troppo profondo per le sue braccia, Dopo dell’aria che
scendeva delicata attorno al suo corpo immenso, nacque
la figliola col cuore devastato, nacque la pena degli uccelli,
nacque il desiderio e l’infinito che non si ritrova se
si perde. Speranzosi barcolliamo fin che la fine peschi
un’anima servile.

Amelia Rosselli, in Variazioni Belliche

[Foto: Dino Ignani]

 

Kierkegaard diceva di Hegel, Adam Zagajewski

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… Dio è il seme
di papavero più piccolo al mondo.
Scoppia di grandezza.

A. Zagajewski

 

Kierkegaard diceva di Hegel: ricorda qualcuno
che erige un enorme castello, ma vive
in una semplice capanna, lì nei pressi.
Così l’intelligenza abita in una modesta
stanza del cranio, e quegli stati meravigliosi
che ci furono promessi sono ricoperti
di ragnatele, per ora dobbiamo accontentarci
di un’angusta cella, del canto del carcerato,
del buonumore del doganiere, del pugno del poliziotto.
Abitiamo nella nostalgia: Nei sogni si aprono
serrature e chiavistelli. Chi non ha trovato rifugio
in ciò che è vasto, cerca il piccolo. Dio è il seme
di papavero più piccolo al mondo.
Scoppia di grandezza.

 

***

Kierkegaard said of Hegel: He reminds me of someone
who builds an enormous castle but live himself
in a storehouse next to the construction.
The mind, by the same token, dwells in
the modest quarters of the skull,
and those glorious states
which were promised us are covered
with spiderwebs, for the time being we should enjoy
a cramped cell in the jailhouse, a prisoner’s song,
the good mood of a customs officer, the fist
of a cop. We live in longing. In our dreams,
locks and bolts open up. Who didn’t find shelter
in the huge looks to the small. God
is the smallest poppy seed in the world,
bursting with greatness.

 

Adam Zagajewski, Kierkegaard diceva di Hegel (da Della vita degli oggetti – Poesie 1983-2005, Adelphi, 2012)

[Foto: Natalia Krynicka]

 

 

 

Per le cantate che si svolgevano nell’aria… A. Rosselli

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Per quel tuo cuore che io largamente preferisco
ad ogni altra burrasca […]

A. Rosselli

Per le cantate che si svolgevano nell’aria io rimavo
ancora pienamente. Per l’avvoltoio che era la tua sinistra
figura io ero decisa a combattere. Per i poveri ed i malati
di mente che avvolgevano le loro sinistre figure di tra
le strade malate io cantavo ancora tarantella la tua camicia
è la più bella canzone della strada. Per le strade odoranti
di benzina cercavamo nell’occhio del vicino la canzone
preferita. Per quel tuo cuore che io largamente preferisco
ad ogni altra burrasca io vado cantando amenamente delle
canzoni che non sono per il tuo orecchio casto da cantante
a divieto. Per il divieto che ci impedisce di continuare
forse io perderò te ancora ed ancora – sinché le maree
del bene e del male e di tutte le fandonie di cui è ricoperto
questo vasto mondo avranno terminato il loro fischiare.

Amelia Rosselli da Variazioni (1960-61)

[Foto: Anna Heimkreiter]

Ma tu, perfetto fiore, Ida Vallerugo

 

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Ma tu, perfetto fiore, non farti subito trovare,
è tempo di vivere, di appendere un sole.

Ida Vallerugo

Ira di vento e sono al muro.
Portati il pensiero che mi sequestra
riportalo aria, desiderio o non sono.

E t’incrocio. Non ora, luna
non ora, e mi è più cara quella luce, lei sola nel buio.
Ma sei così limpida tu, serena.
Che vista sei, luna, ai rami d’inverno
e li rifletti su di me al muro e tutte si muovono su di me
queste forme e diverse sono da quelle.
Questa è un’ascella. Quello che là si fa, un profilo.
Quello un sentiero a un giardino improvviso.

Chi cammina, chi cammina in questo giardino
chi spezza i rami e si fa affanno il respiro?
Ma tu, perfetto fiore, non farti subito trovare,
è tempo di vivere, di appendere un sole.

Sarà una pesca questo punto d’ombra
nel palmo della mano, la stessa pesca che tu a tavola
sollevi alla luce e la ruoti piano seguendo le sfumature
e sì, dici, aspirando il profumo
è sempre quella pesca, gettato nell’erba la guardavo
oscillare sul ramo alla luna di guerra.
E tu chi sei che impollini ombre?
Levati di torno.

E non dire andando non sono reali

ma cosa non è vero?

Né che tanto saremo, luna.

 

Ida Vallerugo, da Stanza di Confine (Crocetti, 2013)

 

 

Natura, Mario Luzi

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… qui si prepara
un giaciglio di porpora e un canto che culla

M. Luzi

 

La terra e a lei concorde il mare
e sopra ovunque un mare più giocondo
per la veloce fiamma dei passeri
e la via
della riposante luna e del sonno
dei dolci corpi socchiusi alla vita
e alla morte su un campo;
e per quelle voci che scendono
sfuggendo a misteriose porte e balzano
sopra noi come uccelli folli di tornare
sopra le isole originali cantando:
qui si prepara
un giaciglio di porpora e un canto che culla
per chi non ha potuto dormire
sì dura era la pietra,
sì acuminato l’amore.

 

Mario Luzi, da La barca  (Guanda, Modena, 1935)

[Foto: Sampo Kaikkonen]

Amore, Piero Bigongiari

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C’è poco spazio per l’amore, tra una
chiamata telefonica, un viaggio,
un grido, a malapena un esser qui
tra un sorriso, un morire del sorriso,
ma questo è amore, questo poco spazio
che viene meno: screzio del possibile,
strazio dell’impossibile che può.

Se è intatta la coppa, l’incrinata
coppa ma che non versa, è che l’amore
che l’incrina la tiene, che la sbriciola
la rifonde in un tutto. Nulla passa:
la ferita non versa, par guarita.
Ma non l’amore, esso non è guaribile.

Non guarisce l’amore, l’inguaribile
scende stilla a stilla dagli occhi, e uno dice: vedo;
stilla a stilla dal cuore, e uno dice: sento,
sento un vuoto, un dolore, sento venir meno
la notte o l’alba che dovrebbero seguirsi
a breve distanza, caute, tacendo.

È notte o l’alba, non so: il fiume qui è grosso
ma pur fine, fatto di stille di temporali miti.
Gridano di andarsene dal cuore le poche cose che lo posseggono
ma come una stiva che una tempesta mette a soqquadro,
quanto spazio là, quanto spazio tra le cose mercanteggiate, in qualche pericolo
qualcuno grida lassù in alto con un urlo lacerante qualcosa.

Ha veduto, o non ha veduto, il pack aprirsi
a un’ improvvisa primavera che ha percorso le acque fredde
in canali profondi; ha veduto, o non ha veduto,
anche il carico aprirsi, sbandare, ritrovare quel disordine
antico che all’improvviso provoca non udito,

ultrasuono infrasuono, non una voce per chi è sordo a ogni ordine estremo
o forse all’opposto di ogni ordine. Se tutto, dentro e fuori,
ugualmente e tutto insieme si apre, attento
attento a non cadere in questa grafia fine che l’amore crea tra le cose
come se volesse descriverle, lui l’indescrivibile,
attento a non scinderti in un significato che non può significare l’insignificabile
perché l’amore può stritolarti là in mezzo dove ti lascia dolcemente cadere
se tu non ne sei la tenaglia ma il mallo amaro.

 

Piero Bigongiari, da Antimateria  (Mondadori, 1972)

 

Ci vorrebbe proprio tutto… Francesca Serragnoli da “Aprile di là”

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Ci vorrebbe proprio tutto
il tempo di cucire un bottone.
Quel fermarsi
in quel punto della camicia
su e giù con l’ago
e il filo lungo che va in alto e scende.
Quel andare al di là e tornare, basterà?

Il viaggio di una madre
il puntino luminoso della sua mano
che dal cielo scende
e sale un filo che fra le dita
sembra attraversare niente.

Io ti avevo stretto la mano
nella panca della chiesa dei Servi
sentivo che piangevi
non sapevo come ricucire
il fiore sdraiato del tuo respiro
con tutte quelle radici al vento.

 

Francesca Serragnoli, da Aprile di là

[Foto: Anna O.]

Lode del dubbio, Bertolt Brecht

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Sia lode al dubbio! Vi consiglio, salutate
serenamente e con rispetto chi
come moneta infida pesa la vostra parola!
Vorrei che foste accorti, che non deste
con troppa fiducia la vostra parola.

Leggete la storia e guardate
in fuga furiosa invincibili eserciti.
In ogni luogo
fortezze indistruttibili rovinano e
anche se innumerabile era l’Armada salpando,
le navi che tornarono
le si poté contare.

Fu così un giorno un uomo sull’inaccessibile vetta
e giunse una nave alla fine
dell’infinito mare.

Oh bello lo scuoter del capo
su verità incontestabili!
Oh il coraggioso medico che cura
l’ammalato senza speranza!

Ma d’ogni dubbio il più bello
è quando coloro che sono
senza fede, senza forza, levano il capo e
alla forza dei loro oppressori
non credono più!

Oh quanta fatica ci volle per conquistare il principio!
Quante vittime costò!
Com’era difficile accorgersi
Che fosse così e non diverso!
Con un respiro di sollievo un giorno un uomo nel libro del sapere lo scrisse.

Forse a lungo là dentro starà e più generazioni
ne vivranno e in quello vedranno un’eterna sapienza
e sprezzeranno i sapienti chi non lo conosce.
Ma può avvenire che spunti un sospetto, di nuove esperienze,
che quella tesi scuotano. Il dubbio si desta.
E un altro giorno un uomo dal libro del sapere
gravemente cancella quella tesi.

Intronato dagli ordini, passato alla visita
d’idoneità da barbuti medici, ispezionato
da esseri raggianti di fregi d’oro, edificato
da solennissimi preti, che gli sbattono alle orecchie un libro redatto da Iddio in persona,
erudito
da impazienti pedagoghi, sta il povero e ode
che questo mondo è il migliore dei mondi possibili e che il buco
nel tetto della sua stanza è stato proprio previsto da Dio.
Veramente gli è difficile
dubitare di questo mondo.
Madido di sudore si curva l’uomo che costruisce la casa dove non lui dovrà abitare.
Ma sgobba madido di sudore anche l’uomo che la propria casa si costruisce.
Sono coloro che non riflettono, a non dubitare mai.
Splendida è la loro digestione, infallibile il loro giudizio.
Non credono ai fatti, credono solo a se stessi. Se occorre,
tanto peggio per i fatti. La pazienza che han con se stessi
è sconfinata. Gli argomenti
li odono con l’orecchio della spia.

Con coloro che non riflettono e mai dubitano
si incontrano coloro che riflettono e mai agiscono.
Non dubitano per giungere alla decisione, bensì
per schivare la decisione. Le teste
le usano solo per scuoterle. Con aria grave
mettono in guardia dall’acqua i passeggeri di navi che affondano.
Sotto l’ascia dell’assassino
si chiedono se anch’egli non sia un uomo.
Dopo aver rilevato, mormorando,
che la questione non è ancora sviscerata, vanno a letto.
La loro attività consiste nell’oscillare.
Il loro motto preferito è: l’istruttoria continua.
Certo, se il dubbio lodate
non lodate però
quel dubbio che è disperazione!

Che giova poter dubitare, a colui
che non riesce a decidersi!
Può sbagliarsi ad agire
chi di motivi troppo scarsi si contenta,
ma inattivo rimane nel pericolo
chi di troppi ha bisogno.

Tu, tu che sei una guida, non dimenticare
che tale sei, perché hai dubitato
delle guide! E dunque a chi è guidato
permetti il dubbio!

Bertolt Brecht, Poesie e canzoni (Giulio Einaudi editore, 1975)

[Foto: Bertolt Brecht]

Come deve, Mario Luzi

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Che vuoi che vieni da così lontano
ed entri a volo cieco nella nebbia
fin qua dove gli uccelli anche di nido
da ramo a ramo perdono la traccia?

La vita come deve si perpetua,
dirama in mille rivoli. La madre
spezza il pane tra i piccoli, alimenta
il fuoco; la giornata scorre piena
o uggiosa, arriva un forestiero, parte,
cade neve, rischiara o un’acquerugiola
di fine inverno soffoca le tinte,
impregna scarpe ed abiti, fa notte.

E’ poco, d’altro non vi sono segni.

Mario Luzi, da Onore del vero ( in Le Poesie, Garzanti)

[Foto: Luis Beltran]