La tua bocca dalle labbra d’oro, P. Eluard

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Proverai la tremenda ansia
di non essere abbastanza. L’amore ci rende fragili.

Gabriel Garcia Marquez, Dell’Amore e di altri Demoni

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La tua bocca dalle labbra d’oro non è in me per ridere
E le tue parole d’aureola hanno un senso così perfetto
Che nelle mie notti d’anni di gioventù e di morte
Io sento vibrare la tua voce nei rumori del mondo.

In quest’alba di seta dove vegeta il freddo
La lussuria in pericolo sta rimpiangendo il sonno,
Nelle mani del sole i corpi che si svegliano
Rabbrividiscono all’idea di ritrovare i cuori.

Ricordi di foreste verdi, nebbia dove mi inabisso
Ho richiuso gli occhi su di me, sono tuo,
Tutta la mia vita ti ascolta e non posso distruggere
I terribili ozi che il tuo amore mi crea.

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Ta bouche aux lèvres d’or n’est pas en moi pour rire
Et tes mots d’auréole ont un sens si parfait
Que dans mes nuits d’années, de jeunesse et de mort
J’entends vibrer ta voix dans tous les bruits du monde

Dans cette aube de soie où végète le froid
La luxure en péril regrette le sommeil,
Dans les mains du soleil tous les corps qui s’éveillent
Grelottent à l’idée de retrouver leur cœur

Souvenirs de bois vert, brouillard où je m’enfonce
J’ai refermé les yeux sur moi, je suis à toi,
Toute ma vie t’écoute et je ne peux détruire
Les terribles loisirs que ton amour me crée.

 

Paul Eluard, “Mourir de ne pas mourir” – 1924 –

[Foto: Man Ray, Lee Miller Kissing a Woman ]

Adesso so… Tanja Kragujević

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Una notte, una stella corse veloce sopra le nubi, e le dissi: “Consumami”

Virginia Woolf, da Le onde

 

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Adesso so che le emozioni
sono sempre affamate.
Come i motivi
della realtà e dell’alfabeto.
Che si fortificano per endovena.

Che non esistono mediatori
e sentieri battuti.
Che devi
nuotare sull’altro lato
dello stesso fiume
che ti ha d’un tratto negato
l’infondatezza del dare.

Pronto ad offrire per loro
la mano sinistra.
Il lobo polmonare destro.

La sfida delle ultime promesse.
Camminando come un sonnambulo
sul lago ghiacciato.
Sull’altra sponda.
Dello stesso amore.

 

Tanja Kragujević

[Foto: Man Ray. Rayograph, 1922]

Eppure – chissà… da “Elena” – G. Ritsos

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… Eppure – chissà –
là dove qualcuno resiste senza speranza, è forse là che inizia
la storia umana, come la chiamiamo, e la bellezza dell’uomo …

G. Rotsos

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Ah, sí, quante battaglie, eroismi, ambizioni, superbie senza senso,
sacrifici e sconfitte e sconfitte, e altre battaglie, per cose
che ormai erano state decise da altri in nostra assenza. E gli uomini, innocenti,
a infilarsi le forcine negli occhi, a sbattere la testa
contro il muro altissimo, ben sapendo che il muro non cede
né men si fende, per consentirgli di vedere almeno da una fessura
un po’ di azzurro non offuscato dalla loro ombra e dal tempo. Eppure – chissà –
là dove qualcuno resiste senza speranza, è forse là che inizia
la storia umana, come la chiamiamo, e la bellezza dell’uomo
tra ferri arrugginiti e ossi di tori e di cavalli,
tra antichissimi tripodi su cui arde ancora un po’ d’alloro
e il fumo sale nel tramonto sfilacciandosi come un vello d’oro.

 

Ghiannis Ritsos da Elena (“Quarta dimensione”, Crocetti Editore, 2013)

[Foto: Kertész André]

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Ἅ, ναί, πόσες ἀνόητες μάχες, ἡρωϊσμοί, φιλοδοξίες, ὑπεροψίες,
θυσίες καὶ ἧττες καὶ ἧττες, κι ἄλλες μάχες, γιὰ πράγματα ποὺ κιόλας
ђἴταν ἀπὸ ἄλλους ἀποφασισμένα, ὅταν λείπαμε ἐμεῖς. Καὶ οἱ ἄνθρωποι, ἀθῶοι,
νὰ χώνουν τὶς φουρκέτες τῶν μαλλιῶν μὲς στὰ μάτια τους, νὰ χτυποῦν τὸ κεφάλι
στὸν πανύψηλο τοῖχο, γνωρίζοντας βέβαια πὼς ὃ τοῖχος δὲν πέφτει
οὔτε ραγίζει κάν, νὰ δοῦν τουλάχιστον μὲς ἀπὸ μιὰ χαραμάδα
λίγο γαλάζιο ἀσκίαστο ἀπ’ τὸ χρόνο καὶ τὴ σκιά τους, Ὡστόσο – ποιὸς ξέρει –
ἴσως ἐκεῖ ποὺ κάποιος ἀντιστέκεται χωρὶς ἐλπίδα, ἴσως ἐκεῖ νὰ ἀρχίζει
ἡ ἀνθρώπινη ἱστορία, ποὺ λέμε, κι ἡ ὀμορφιὰ τοῦ ἀνθρώπου
ἀνάμεσα σὲ σκουριασμένα σίδερα καὶ κόκκαλα ταύρων καὶ ἀλόγων,
ἀνάμεσα σὲ πανάρχαιους τρίποδες ὅπου καίγεται ἀκόμα λίγη δάφνη
κι ὁ καπνὸς ἀνεβαίνει ξεφτώντας στὸ λιόγερμα σὰ χρυσόμαλλο δέρας.

 

Γιάννης Ρίτσος da “Τέταρτη διάσταση”, Αθήνα, εκδόσεις Κέδρος, 1972

 

 

Donna Ascia, Susana Chávez

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Donna
lontana,

improbabile
mascherata di ragione,

forza senza sangue.

Piccola incantatrice nata dalle sue tempie
che chiamano dubbio.

Profondità dell’intimo che non conosce maniere
accattivante con i suoi silenzi.

Atroce,

irresistibile,
il desiderio di mordere la notte

che barcolla tra delusioni
impreziosita da racconti
immobile nella distanza.

Donna istante,

ascia
che trascini,

che tagli lingue e le spargi
nella mano di Dio che si contorce dalle risate con te.

Fuggitiva dalla tua cattura
andrò via
sapendo perfettamente

che sei invincibile.

Susana Chávez, Donna Ascia

 

 

Le nostre mani nell’acqua, Yves Bonnefoy

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Noi agitiamo quest’acqua. In essa le nostre mani si cercano,
Talvolta si sfiorano, forme spezzate.
Più in basso, è una corrente, è qualcosa d’invisibile,
Altri alberi, altre luci, altri sogni.

E guarda, sono anche altri colori.
La rifrazione trasfigura il rosso.
Era un giorno d’estate? No, è il temporale
Che “cambierà il cielo”, e fino a sera.

Noi immergevamo le mani nel linguaggio,
Vi afferrarono parole delle quali non sapemmo
Che fare, non essendo che i nostri desideri.

Noi invecchiammo. Quest’acqua, nostra trasparenza.
Altri sapranno cercare più nel profondo
Un nuovo cielo, una nuova terra.

Yves Bonnefoy, Le nostre mani nell’acqua (da L’ora presente)

La notte bella, Giuseppe Ungaretti

 

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Quale canto s’è levato stanotte
che intesse
di cristallina eco del cuore
le stelle

Quale festa sorgiva
di cuore a nozze

Sono stato
uno stagno di buio

Ora mordo
come un bambino la mammella
lo spazio

Ora sono ubriaco
d’universo

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Devetachi il 24 agosto 1916

Giuseppe Ungaretti,  L’Allegria, 1931

Alcesti, Mariangela Gualtieri – da “Bestia di gioia”

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Tu sei il mio tu più esteso
deposto sul fondo mio. Tu. Non c’è
un’altra forma del mondo
che si appoggi al mio cuore
con quel tocco, quell’orma.

M. Gualtieri

 

 

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Ma solo pensare a te.
Non è una figura che viene
una nitida traccia.
È come cadere in un posto
con un po’ di dolore.

Tu sei il mio tu più esteso
deposto sul fondo mio. Tu. Non c’è
un’altra forma del mondo
che si appoggi al mio cuore
con quel tocco, quell’orma.

Tu. Tu sei del mondo la più cara
forma, figura, tu sei il mio essere a casa
sei casa, letto dove
questo mio corpo inquieto riposa.
E senza di te io sono lontana
non so dire da cosa ma
lontana, scomoda un poco
perduta, come malata.
Un po’ sporco il mondo lontano da te,
più nemico, che punge, che
graffia, sta fuori misura.

Mio vero tu, mio altro corpo
mio corpo fra tutti mio
più vicino corpo, mio corpo destino
ch’eri fatto
per l’incastro con questo mio
essere qui in forma di femmina
umana. Mio tu. Antico suono
riverberante, antico
sentirti destino intrecciato
sentire che sei sempre stato,
promesso da ere lontane
da distanze così spaventose
così avventurose distanze da
lontananze sacre.

Tu sei sacro al mio cuore.
Il mio fuoco
brucia da sempre col tuo
il mio fiato.

Io parlo delle forze –
di correnti sul fondo del mio lago
sul fondo del tuo, oscure e potenti,
più del tempo dure più dello
spazio larghe, ma sottili
al nostro sentire,
afferrate appena
e poi perdute, nel loro gioco.

Che cosa siamo io e te? Che cosa eravamo
prima di questo nome? E ancora
saremo qualcosa, lo sappiamo e non
lo sappiamo, con un sentire
che non è intelligente lavorio cerebrale.

Nessuna parte di corpo che muore
nessun pezzo umano, nessun arto,
nessun flusso di sangue, nessun
cuore, nessuno, niente che sia
stretto nel giro del sole, niente
che sia solo terrestre umano muove
il tuo cuore al mio, il mio al tuo,
come fossero due parti di un uno.

Allora tu sei la mia lezione più grande
l’insegnamento supremo.
Esiste solo l’uno, solo l’uno esiste
l’uno solamente, senza il due.

 

Mariangela Gualtieri, Alcesti (da Bestia di gioia, Einaudi, 2000)

[Foto: Truls Espedal ]

Troppo Amore, Almudena Grandes

Egor Schiele, Amicizia (1913)

 

Era troppo amore.
Troppo grande, troppo complicato, troppo confuso e azzardato e fecondo e doloroso.
Era tutto quello che potevo dare, più di quanto mi convenisse.
Per questo si infranse.
Non si esaurì, non finì, non morì, semplicemente si infranse, crollò come una torre troppo alta, come una scommessa troppo alta, come un’aspettativa troppo ambiziosa

 

Almudena Grandes, Troppo Amore

[Foto: Egor Schiele, Amicizia (1913)]

 

Non andartene, Mario Luzi

 

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… Chi ti cerca è il sole,
non ha pietà della tua assenza
il sole …

Non andartene,
non lasciare
l’eclisse di te
nella mia stanza.
Chi ti cerca è il sole,
non ha pietà della tua assenza
il sole, ti trova anche nei luoghi
casuali
dove sei passata,
nei posti che hai lasciato
e in quelli dove sei
inavvertitamente andata
brucia
ed equipara
al nulla tutta quanta
la tua fervida giornata.
Eppure è stata,
è stata,
nessuna ora
sua è vanificata.

 

Mario Luzi

[Foto: Donata Wenders]