Blue Velvet

 

She wore blue velvet
Bluer than velvet was the night
Softer than satin was the light
From the stars

She wore blue velvet
Bluer than velvet were her eyes
Warmer than May, her tender sighs
Love was ours

Ours, a love I held tightly
Feeling the rapture grow
Like a flame burning brightly
But when she left gone was the glow of

Blue velvet
But in my heart there’ll always be
Precious and warm a memory through the years
And I still can see blue velvet through my tears

She wore blue velvet
But in my heart there’ll always be
Precious and warm a memory through the years
And I still can see blue velvet through my tears

__________________________________

Velluto Blu

Lei vestiva il velluto blu
La notte era più blu del velluto
La luce delle stelle era più soffice
della seta

Lei vestiva il velluto blu
I suoi occhi erano più blu del velluto
I suoi dolci sospiri erano più caldi del maggio
L’amore era nostro

Nostro, un amore che mi tenevo stretto
Mentre sentivo crescere il rapimento
Come una fiamma che ardeva luminosa
Ma quando se ne andò svanì l’ardore del

Velluto blu
Ma nel mio cuore rimarrà sempre prezioso
E caldo il ricordo attraverso gli anni
E tra le mie lacrime posso ancora vedere
il velluto blu

Lei vestiva il velluto blu
Ma nel mio cuore, nel corso degli anni,
rimarrà sempre un ricordo caldo e prezioso
E tra le mie lacrime posso ancora vedere
il velluto blu

[dal film Blue Velvet diretto da David Linch con Isabella Rossellini e Kyle MacLachlan (1986) ]

in un luogo che non ho mai raggiunto…E.E. Cummings

renc3a9-groebli-1

 

(non so cos’è di te che chiude
e apre; solo qualcosa dentro di me comprende
che la voce dei tuoi occhi è più profonda di tutte le rose)
nessuno, nemmeno la pioggia, ha così piccole mani.

E.E. Cummings

 

___________________________

 

In un luogo che non ho mai raggiunto coi miei viaggi, piacevolmente oltre
ogni esperienza, i tuoi occhi hanno il loro silenzio:
nel più debole dei tuoi gesti ci sono cose che mi rinchiudono,
o che non posso toccare perché troppo vicine

il tuo più tenue sguardo facilmente mi aprirà
benché abbia chiuso me stesso come dita,
tu sempre mi apri petalo per petalo come la Primavera apre
(toccando accortamente, misteriosamente) la sua prima rosa

o se il tuo desiderio fosse quello di chiudermi, io e
la mia vita ci chiuderemmo con tanta bellezza, all’improvviso,
come quando il cuore di questo fiore immagina
la neve scendere piano su ogni cosa;

niente di ciò che avremo a vedere in questo mondo eguaglia
il potere della tua intensa fragilità: la sua trama
che mi costringe con il colore delle sue terre,
restituendo la morte e l’eternità ad ogni fiato

(non so cos’è di te che chiude
e apre; solo qualcosa dentro di me comprende
che la voce dei tuoi occhi è più profonda di tutte le rose)
nessuno, nemmeno la pioggia, ha così piccole mani.

 

E.E. Cummings

da https://isoccombenti.wordpress.com/
(interessante blog dedicato a “cinema, letteratura e altre scicchezze”)

[Foto: René Groebli]

Nuotami schiuma… Betsimar Sepúlveda

9a0a6b244353618d08619816d5732c2c

 

Nuotami schiuma, emergo in forma di sete
si dissolve la mia lingua nella fame della notte
e si trascina
si ritorce la notte nelle viscere di mille uccelli d’aria.
Mi perdo tra la carne e i sogni,
dio di sangue, volgi il tuo volto al mio giardino di serpenti.

 

_____

 

Nádame espuma, emerjo en forma de sed
se disipa mi lengua en el hambre de la noche
y se arrastra
se retuerce la noche en la entraña de mil pájaros de aire.
Me extravío entre la carne y los sueños,
dios de sangre, vuelve tu rostro a mi jardín de serpientes.

 

Betsimar Sepúlveda (Venezuela)

[Foto: Peter Lindberg]

Incipit: Le notti bianche, F. Dostoevskij

le notti bianche.jpg

Un intero attimo di beatitudine!
È forse poco, anche se resta il solo in tutta la vita di un uomo?

F. Dostoevskij

__

Era una notte meravigliosa, una notte come forse ce ne possono essere soltanto quando siamo giovani, amabile lettore. Il cielo era così pieno di stelle, così luminoso che, gettandovi uno sguardo, senza volerlo si era costretti a domandare a se stessi: è mai possibile che sotto un cielo simile possa vivere ogni sorta di gente collerica e capricciosa?

 

Fedor Dostoevkij, Le notti bianche (1848)

Auguri, Poesia!

01dcd770-82b2-11df-acc7-002185ce6064_6

___

L’AMORE

T’ho amato senza perché, senza dove, t’ho amato senza
guardare, senza misura,
e non sapevo che udivo la voce della ferrea distanza,
l’eco che chiama la creta che canta tra le cordigliere,
non supponevo, cilena, che tu fossi le mie stesse radici,
senza sapere che tra idiomi estranei lessi l’alfabeto
che i tuoi piedi minuscoli lasciavan camminando sulla sabbia
e tu senza toccarmi accorrevi al centro del bosco invisibile
a incidere l’albero dalla cui corteccia volava l’aroma perduto.

da Todo el Amor, Pablo Neruda

[Foto: Neruda e Matilde Urrutia ]

___

[Compie oggi gli anni il nostro caro poeta cileno Pablo Neruda! E persino per me che non amo molto le ricorrenze- soprattutto perché raramente me ne ricordo- questo è davvero un giorno speciale! Auguri Poesia!]

Tra Calvino e Beckett io scelgo: entrambi!

 

_______

La mia vita, la mia vita, ora ne parlo come d’una cosa finita, ora come d’una burla che dura ancora, e ho torto, perché è finita e perdura insieme, ma con quale tempo del verbo esprimerlo?

Samuel Beckett, Molloy

 

I lettori sono i miei vampiri.

Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore

 

_______

Non sapendo decidere tra i due che ho attualmente in lettura, mi sono decisa a inserire per luglio due libri del mese (piccola sezione che i più attenti avranno notato in basso a destra) : Molloy di Samuel Beckett: autore che rappresenta una recentissima novità tra i miei preferiti ( accanto a F. Kafka, a mai avrei immaginato di posizionarne uno proprio accanto, vicino vicino a lui) ; e Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino.

Non vi dirò molto di entrambi, semplicemente che sia il primo (pubblicato nel 1951) che il secondo (1979) rappresentano testi della maturità, se di maturità si può parlare per due geni della letteratura come loro. Molloy (primo di una trilogia) rappresenta un po’ una sorta di rottura con quello che è stato per Samuel Beckett il suo maestro, il suo faro: James Joyce, mentre Se una notte d’inverno c’è tutta l’esperienza decennale di un autore grande come Calvino, di saggista, scrittore ma anche e soprattutto lettore.

Credo sia difficile  poter parlare di entrambi – persino una dettagliata quanto accurata quanto noiosa descrizione della trama sarebbe impensabile per un romanzo evanescente come Molloy: dove il tempo si dilata fino a scavalcare la stessa immaginazione, i tratti del personaggio non sono mai nitidi, i ricordi si perdono nella fitta trama della memoria fatta di salti e vuoti,  e il luogo è sempre un non-luogo.  E persino le parole che scorrono agli occhi sembrano perdere consistenza. Così come lo è per un capolavoro (a metà lettura sento di poterlo definire tale) come Se una notte d’inverno un viaggiatore, dalle mille e svariate trame, i plurali risvolti di un “io” che  è lettore-scrittore-narratore-peronaggio-protagonista-comparsa. Dove ci si interroga e si fa luce sullo stato della letteratura attuale, e ancor più su quello della lettura: quella vera, passionale dei lettori attenti a un’unica cosa: il piacere del leggere in sé, privo di troppi preanboli critiche o teorizzazioni di ogni sorta. Un testo che (vi avviso) potrebbe persino risultare frustrante per un lettore forte, come quello che sceglie di leggere Calvino: qui infatti si gioca moltissimo con la psicologia del lettore, tenendolo costantemente su un filo sottile quanto mai teso e riuscendone a muovere le trame con una maestria unica e sola di un autore italiano che penso di poter affermare non ha eguali tra i suoi contemporanei.

Per il momento non mi resta che lasciarvi con i loro Incipit:

Sono nella camera di mia madre. Sono io a viverci ora. Non so come ci sono arrivato. Forse in un’ambulanza, certamente qualche veicolo. Mi hanno aiutato. Da solo non ci sarei arrivato. Quest’uomo che viene ogni settimana, è grazie a lui forse che sono qui. Lui dice di no. Mi dà un po’ di soldi e si porta via i fogli. Tanti fogli, tanti soldi. Si, ora lavóro, un po’ come una volta, solo che non so più lavorare. Ciò non ha importanza, sembra. Io ora vorrei parlare delle cose che mi restano, accomiatarmi, finir di morire. Loro non vogliono. Sì, sono più d’uno, sembra. Ma a venire è sempre lo stesso. Lo farà più tardi, dice. Bene. Di volontà, come vedete, non ne ho più molta. Quando viene a cercare i fogli nuovi, riporta quelli della settimana precedente. Recano dei segni che non comprendo. D’altronde non li rileggo. Quando non ho fatto niente non mi dà niente, mi sgrida. Però io non lavoro per i soldi. Per cosa allora? Non lo so. Francamente, non so gran che. La morte di mia madre, per esempio. Era già morta al mio arrivo? O è morta solo più tardi? Voglio dire morta da sotterrare. Non so. Forse non l’hanno ancora sotterrata. Comunque sia, sono io ad avere la sua camera. Dormo nel suo letto. La faccio nel suo vaso. Ho preso il suo posto. Devo assomigliarle sempre più. Mi manca solo un figlio. Forse ne ho uno da qualche parte. Ma non credo. Ora sarebbe vecchio, quasi come me. Era una servetta. Non era il vero amore. Il vero amore era riposto in un’altra. Vedrete poi.

Molloy, Samuel Beckett

Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti, Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!» Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: «Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino! » O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace. Prendi la posizione più comoda: seduto, sdraiato, raggomitolato, coricato. Coricato sulla schiena, su un fianco, sulla pancia. In poltrona, sul divano, sulla sedia a dondolo, sulla sedia a sdraio, sul pouf. Sull’amaca, se hai un’amaca. Sul letto, naturalmente, o dentro il letto. Puoi anche metterti a testa in giù, in posizione yoga, Col libro capovolto, si capisce. Certo, la posizione ideale per leggere non si riesce a trovarla. Una volta si leggeva in piedi, di fronte a un leggio. Si era abituati a stare fermi in piedi. Ci si riposava così quando si era stanchi d’andare a cavallo. A cavallo nessuno ha mai pensato di leggere; eppure ora l’idea di leggere stando in arcioni, il libro posato sulla criniera del cavallo, magari appeso alle orecchie del cavallo con un finimento speciale, ti sembra attraente. Coi piedi nelle staffe si dovrebbe stare molto comodi per leggere; tenere i piedi sollevati è la prima condizione per godere della lettura.

Se una notte d’inverno un viaggiatore, Italo Calvino

[Foto: Italo Calvino di Tullio Pericoli

La mia storia con Samuel Beckett, Margherita Lazzati]

Nota : Cliccando sull’immagine dei libri (situate sulla colonna laterale destra) sarete rinviati direttamente a Se una notte d’inverno un viaggiatore, in pdf;  e Molloy, in pub: link perfettamente funzionanti, [per Molloy sul sito dataFileHost dovete solo togliere la spunta altrimenti vi esce un file in .exe, per cui vi consilgio: prima di salvare controllate che l’estensione del file sia in .epub]. I libri saranno disponibili per tutto il mese di luglio. Per quansiasi informazione potete chiedere direttamente a me (se prima non mi arrestano 😀 )

Mi piaci… Luis Alberto de Cuenca

Herbert James Draper, Potpourri, 1897

 

Mi piaci quando dici una sciocchezza,
quando combini un guaio, quando menti,
quando vai a fare shopping con tua madre
e arrivo tardi al cinema per colpa tua.
Mi piaci di più quand’è il mio compleanno
o mi copri di baci e di torte,
o quando se felice e lo si vede,
o quando riesci a condensare tutto
in una frase geniale, o quando ridi
(la tua risata è una doccia nell’inferno)
o mi perdoni una dimenticanza.
Ma mi piaci ancora di più, tanto che quasi
non riesco a resistere da tanto che mi piaci,
quando – piena di vita – ti risvegli
e la prima cosa che fai è dirmi:
“Ho una fame feroce questa mattina.
Comincerò da te la colazione”.

Luis Alberto de Cuenca, in Poesia n. 317 (Crocetti Editore)

[Foto: Herbert James Draper, Potpourri, 1897]

Ci amavamo…, Stefano Benni

1175170_497254143796289_3481857569953871863_n

_

Ci amavamo pensando, naturalmente, che nessuno avesse amato come noi. Pensavamo che una miracolosa alchimia avesse attirato e fuso i nostri due metalli, forse sai di cosa parlo.
Facevamo l’amore ogni giorno, con una passione furiosa che non si esauriva mai, era come bere senza dissetarsi, lei era tutti i miei sogni erotici.
Diceva di non essere mai stata così, e io naturalmente le credevo.
Non riuscivamo a non baciarci, a non toccarci, anche in pubblico, in una continua sfida dei sensi. Una volta la spogliai nuda nel magazzino di una libreria e avremmo fatto l’amore lì, se una pila di volumi non ci fosse crollata addosso, facendoci ridere. Logos contro eros, disse lei.
Non c’erano solo i sensi ovviamente. Avevamo tutti e due la passione dei libri, dei viaggi, delle discussioni politiche interminabili. Lei era diversa da me in molte cose, ma tutte deliziose ai miei occhi. Aveva un senso dell’umorismo meno tagliente del mio, ma più raffinato. Non amava il calcio e il rugby ma aveva l’hobby dell’ikebana, la sua casa modesta risplendeva di bellissime composizioni di fiori. Era meno ambiziosa di me, ma decisa e piena di progetti nel suo lavoro. In politica io ero più moderato, lei non perdeva una manifestazione, faceva parte di un collettivo di donne in cui non ero molto amato, per la mia fama di viveur. Lei mi chiamava “il suo errore”, io la chiamavo con molti soprannomi, uno era (oh prodigiosa inventiva) Micia. Con lei dimenticavo le ore del giorno, arrivavo la sera telefonandole (un amore precellulare, musicato dal tinnire dei gettoni). E aspettavo la notte, in cui l’avrei posseduta. Nuda e sensuale tra le mie braccia, in tutti i modi possibili, senza vergogne, in una sfida a chi lasciava l’altro senza fiato

Stefano Benni, Di tutte le ricchezze

_

[Stefano Benni non è  uno dei miei autori preferiti, però conserva in sé e riflette sempre nei  suoi libri quella sua innata componente sognante che lo portano ad amare l’amore, il gusto dell’ironia, il surreale e l’incantato, a ricercare il possibile nell’impossibile, al gioco della parola che alle volte si fa rima altre tuffo – ed è per questo che se anche non lo ami, poi alla fine – specie se anche tu hai in parte quegli stessi orizzonti – finisci per ricercarti e alle volte ritrovarti tra le sue pagine.]