Ho messo un abito scollato e non so se ritorni, Maria do Rosário Pedreira

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Possiamo rivoltare i sogni al rovescio, dormire dentro il pomeriggio
e lasciare che il tempo si occupi dei gesti più piccoli.

Maria do Rosário Pedreira

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Ho messo un abito scollato e non so se ritorni,
ma le parole sono pronte sulle labbra come
segreti imperfetti o germogli di acqua custoditi per
l’estate. E, se di notte le ripeto in sordina, nel silenzio
della stanza, prima di addormentarmi, è come se all’improvviso
gli uccelli fossero già arrivati a sud e tu ritornassi
in cerca di questi antichi messaggi lavati dal tempo:

Andiamo a casa? Il sole dorme sui tetti la domenica
e c’è un intenso odore di lino sparso sui tetti.
Possiamo rivoltare i sogni al rovescio, dormire dentro il pomeriggio
e lasciare che il tempo si occupi dei gesti più piccoli.

Andiamo a casa. Ho lasciato un libro aperto a metà sul pavimento
della stanza, sono sole nella scatola le vecchie foto
del nonno, c’erano le tue mani strette con forza, quella
musica che eravamo soliti ascoltare d’inverno. E io voglio rivedere
le nuvole ritagliate nelle finestre rosse del crepuscolo;
e voglio andare di nuovo a casa. Come le altre volte.

E così mi preparo per il sonno, notte dopo notte, dipanando la lenta
matassa dei giorni per scontare l’attesa. E, quando la nidiata
allontanerà alla fine le ali della chiglia al suo primo volo,
di certo mi troverò ancora qui, ma potrò dire che, per lo
meno qualche volta, già inviai i messaggi, già dalla mia
bocca udii queste parole, che tu ritorni o non ritorni.

Maria do Rosário Pedreira

(Traduzione di Mirella Abriani)

da “La casa e l’odore dei libri”, Librati Edizioni, 2008

 

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Tenho um decote pousado no vestido e não sei se voltas,
mas as palavras estão prontas sobre os lábios como
segredos imperfeitos ou gomos de água guardados para o
verão. E, se de noite as repito em surdina, no silêncio
do quarto, antes de adormecer, é como se de repente
as aves tivessem chegado já ao sul e tu voltasses
em busca desses antigos recados levados pelo tempo:

Vamos para casa? O sol adormece nos telhados ao domingo
e há um intenso cheiro a linho derramado nas camas.
Podemos virar os sonhos do avesso, dormir dentro da tarde
e deixar que o tempo se ocupe dos gestos mais pequenos.

Vamos para casa. Deixei um livro partido ao meio no chão
do quarto, estão sozinhos na caixa os retratos antigos
do avô, havia as tuas mãos apertadas com força, aquela
música que costumávamos ouvir no inverno. E eu quero rever
as nuvens recortadas nas janelas vermelhas do crepúsculo;
e quero ir outra vez para casa. Como das outras vezes.

Assim me faço ao sono, noite após noite, desfiando a lenta
meada dos dias para descontar a espera. E, quando as crias
afastarem finalmente as asas da quilha no seu primeiro voo,
por certo estarei ainda aqui, mas poderei dizer que, pelo
menos uma ou outra vez, já mandei os recados, já da minha
boca ouvi estas palavras, voltes ou não voltes.

Maria do Rosário Pedreira

Foto: Nastrya Kaletkina

da “A Casa e o Cheiro dos Livros”, Editor Gótica, Lisboa, 2001

La grande gioia, Pablo Neruda

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Verrà il momento in cui una riga, l’aria
che sconvolse la mia vita, giungerà alle sue orecchie…

P. Neruda

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L’ombra che indagai più non m’ appartiene.
lo ho la gioia duratura dell’albero maestro,
l’eredità dei boschi, il vento del cammino
e un giorno deciso sotto la luce terrestre.

Non scrivo perché altri libri mi imprigionino
né per accaniti apprendisti di giglio,
ma per semplici abitanti che chiedono
acqua e luna, elementi dell’ordine immutabile,
scuole, pane e vino, chitarre e arnesi.

Scrivo per il popolo anche se non potrà
leggere la mia poesia coi suoi occhi rurali.
Verrà il momento in cui una riga, l’aria
che sconvolse la mia vita, giungerà alle sue orecchie,
allora il contadino alzerà gli occhi,
il minatore sorriderà spaccando pietre,
il frenatore si pulirà la fronte,
il pescatore vedrà meglio il bagliore
di un pesce che palpitando gli brucerà le mani,
il meccanico, pulito, appena lavato, pieno
di aroma di sapone gua!derà i miei poemi,
ed essi forse diranno: «Fu un compagno».

Questo è sufficiente: questa è la corona che voglio.
Voglio che all’uscita delle fabbriche e delle miniere
la mia poesia sia aderente alla terra,
all’aria, alla vittoria dell’uomo maltrattato.

Voglio che un giovane trovi nella durezza
che ho costruito con lentezza e con metalli
come una scatola, aprendola, faccia a faccia, la vita,
e affondandovi l’anima tocchi le raffiche che fecero
la mia gioia, nell’altitudine tempestosa.

 

Pablo Neruda, da Tra le labbra e la voce (Trad. Giuseppe Bellini)

Eternità: da Rapporto al Greco, Nikos Kazanzatkis

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Torniamo al monastero; che miracolo la Portaìtissa, la Vergine della porta; grandi occhi tristi, piccole labbra arricciate ad anello, mento fermo, la dolcezza, l’amarezza, tutta la gioia e il dolore dell’uomo.
E la notte, che momento divino quando vedemmo il mare sospirare bianchisimo, e sopra la luna immensa.
“Stanotte”, disse il mio amico, “la luna adempie davvero alla sua missione: illumina l’eternità”.
Parlavamo a voce bassa, chini l’uno sull’altro, dicendo che dovevamo prendere una decisione radicale: cioè, vivere in ogni istante l’eternità”

 

Nikos Kazantzakis da Rapporto al Greco

[Foto: dal Web]

Lezioni Americane: #3 Esattezza, Italo Calvino

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Perché sento il bisogno di difendere dei valori che a molti potranno sembrare ovvii? Credo che la mia prima spinta venga da una mia ipersensibilità o allergia: mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto. La letteratura – dico la letteratura che risponde a queste esigenze – è la Terra Promessa in cui il linguaggio diventa quello che veramente dovrebbe essere.

Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze. Non m’interessa qui chiedermi se le origini di quest’epidemia siano da ricercare nella politica, nell’ideologia, nell’uniformità burocratica, nell’omogeneizzazione dei mass-media, nella diffusione scolastica della media cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio.

Vorrei aggiungere che non è soltanto il linguaggio che mi sembra colpito da questa peste. Anche le immagini, per esempio. Viviamo sotto una pioggia ininterrotta d’immagini; i più potenti media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola d’immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria; ma non si dissolve una sensazione d’estraneità e di disagio. Ma forse l’inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo. La peste colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine.

Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, 1984

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[Lo stesso fastidio intollerabile che provo io ogni volta che noto come sempre più spesso la parola, anzicché essere lucida immediatezza e nel contempo ricercatezza conoscitiva, diventa trama tra cui nascondere e nascondersi, ammaliante cullare o ancor peggio infinito sproloquio su tizio o su caio… raramene ho avuto (e sempre più raramente ho) il piacere di scontrarmi con la limpidezza della parola che resta, quell’autenticità della parola che  non fugge via quale puro miraggio del momento. E, purtroppo, le forme attuali di comunicazione – anche e soprattutto quelle scritte – svuotano sempre più la parola di autenticità e significato. ]

Abbiamo, mia cara, grandi similitudini… Vittorio Tondelli

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Abbiamo, mia cara, grandi similitudini che ci attaccano l’uno all’altra. Forse grandi nevrosi, grandi richieste da fare al mondo, a chi amiamo, a chi vogliamo bene. Abbiamo un’infinità di desideri, di voglie, di slanci, di entusiasmi. Abbiamo una sofferenza in comune che è quella per cui né tu né io amiamo la vita e la guardiamo come una cosa estranea ai nostri percorsi e che non ci interessa più di tanto; benchè questa stessa dolorosa sensibilità sia, paradossalmente, la radice di un nostro tutto particolare attaccamento al mondo.

Pier Vittorio Tondelli, Biglietti agli amici

[Foto: Barbara Picci]

Agonia, Cesare Pavese

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Ogni nuovo mattino,
uscirò per le strade cercando i colori.

Cesare Pavese

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Girerò per le strade finché non sarò stanca morta
saprò vivere sola e fissare negli occhi
ogni volto che passa e restare la stessa.
Questo fresco che sale a cercarmi le vene
è un risveglio che mai nel mattino ho provato
così vero: soltanto, mi sento più forte
che il mio corpo, e un tremore più freddo
accompagna il mattino.

Son lontani i mattini che avevo vent’anni.
E domani, ventuno: domani uscirò per le strade,
ne ricordo ogni sasso e le striscie di cielo.
Da domani la gente riprende a vedermi
e sarò ritta in piedi e potrò soffermarmi
e specchiarmi in vetrine. I mattini di un tempo,
ero giovane e non lo sapevo, e nemmeno sapevo
di esser io che passavo-una donna, padrona
di se stessa. La magra bambina che fui
si è svegliata da un pianto durato per anni
ora è come quel pianto non fosse mai stato
.
E desidero solo colori. I colori non piangono,
sono come un risveglio: domani i colori
torneranno. Ciascuna uscirà per la strada,
ogni corpo un colore-perfino i bambini.
Questo corpo vestito di rosso leggero
dopo tanto pallore riavrà la sua vita.
Sentirò intorno a me scivolare gli sguardi
e saprò d’esser io: gettando un’occhiata,
mi vedrò tra la gente. Ogni nuovo mattino,
uscirò per le strade cercando i colori.

Cesare Pavese,  Poesie

Utopia, Eduardo Galeano

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“Una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l’Umanità approda di continuo. E quando vi getta l’ancora, la vedetta scorge un Paese migliore e l’Umanità di nuovo fa vela. “

Oscar Wilde

 

“Lei è all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare.”
Eduardo Galeano, Parole in cammino

 

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*Utopia dal greco οὐ (“non”) e τόπος (“luogo”) : “non-luogo”, ma anche  dall’omofono inglese eutopia, derivato dal greco εὖ (“buono” o “bene”) e τόπος (“luogo”), che significa quindi “buon luogo”, di qui l’accezione del termine (si veda Thomas More) di luogo ideale  mai raggiungibile.

Eduardo Hughes Galeano (Montevideo, 3 settembre 1940 – Montevideo, 13 aprile 2015) è stato un giornalista, scrittore e saggista uruguaiano. Scrittore e intellettuale particolarmente stimato, soprattutto per la sua intensa produzione letteraria a metà strada tra narrazione, documentazione, giornalismo e analisi politica e storica.
Tra le sue opere ricordiamo: Le vene aperte dell’America Latina, libro di denuncia per lo sfruttamento che dal XV secolo ad oggi l’America è costretta a subire; e Memoria del fuoco, opera per la quale fu paragonato per raffinatezza narrativa a Gabriel García Márquez, divisa in tre parti racconta la storia dell’America dalla sua scoperta (1492) ai giorni nostri.

Sospingimi, Pedro Salinas

Peter Coulson

 

“Piegati soltanto per amore.
Se muori, continuerai ad amare.”

René Char

 

Sospingimi, lanciami
da te, dalle tue guance,
come da isole di corallo,
a navigare, ad andare lontano
per cercarti, a cercare
fuori di te ciò che possiedi,
ciò che non mi vuoi dare.

Per rimanere sola,
inventami foreste vergini
con alberi di metallo
e giaietto; io le raggiungerò
e vedrò che non erano altro
che collane che tu pensavi.
Invitami a splendori
e sfolgorii, in lontananza,
neri, bianchi, con sorriso
d’infanzia. Li cercherò.
Camminerò per giorni e giorni,
e poi arrivando là dove sono,
scoprirò i tuoi sorrisi
larghi, i tuoi sguardi chiari.
Era questo
che là, lontano,
vedevo luccicare.

Da tanto e tanto viaggiare
non sperare mai che ti porti
altri mondi o primavere
che quelle che tu difendi
contro di me. Inutile
questo andare e venire fra i secoli,
i sogni, le miniere.
Da te io muovo sempre, sempre
devo tornare a te.

Pedro Salinas, da La voce a te dovuta

[Foto: Peter Coulson]