Lei che passa, Mario Benedetti – Musica: Argo

 

Passo che passa
volto che passavi
cosa vuoi di piú
ti guardo
dopo mi dimenticheró
dopo e solo
solo dopo
certo che mi dimentico.

Passo che passi
volto che passavi
cosa vuoi di piú
ti amo
ti amo solo due
o tre minuti
per conoscerti di piú
non ho tempo.

Passo che passi
volto che passavi
cosa vuoi di piú
oh no
oh non mi tentare
che se ci tentiamo
non ci potremo dimenticare
addio.

Mario Benedetti, Ella que pasa

Video e musica: ARGO   https://dewiu.wordpress.com/

Il poeta, Renè Clair

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Il poeta non trattiene a sé ciò che scopre
Non appena lo trascrive, subito lo perde.
In ciò risiede la sua novità,
il suo infinito,
il suo pericolo.

_

Le poète ne ritient pas ce qu’il découvre; l’ayant
transcrit, le perd bientôt. En cela réside sa nouveauté,
son infini et son péril.

Renè Clair, da La bibliothèque est en feu, 1955 ( La biblioteca è in fiamme )

Foto: Guido Borelli, Forse Piove

Per lei, Giorgio Caproni

Caproni

 

Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.
Rime che a distanza
(Annina era cosí schietta)
conservino l’eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.

Giorgio Caproni
Tutte le poesie (Garzanti)

Ancora cadrà la pioggia… Cesare Pavese

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Ancora cadrà la pioggia
sui tuoi dolci selciati,
una pioggia leggera
come un alito o un passo.
Ancora la brezza e l’alba
fioriranno leggere
come sotto il tuo passo,
quando tu rientrerai.
Tra fiori e davanzali
i gatti lo sapranno.

Ci saranno altri giorni,
ci saranno altre voci.
Sorriderai da sola.
I gatti lo sapranno.
Udrai parole antiche,
parole stanche e vane
come i costumi smessi
delle feste di ieri.
Farai gesti anche tu.
Risponderai parole ‒
viso di primavera,
farai gesti anche tu.

I gatti lo sapranno,
viso di primavera;
e la pioggia leggera,
l’alba color giacinto,
che dilaniano il cuore
di chi piú non ti spera,
sono il triste sorriso
che sorridi da sola.
Ci saranno altri giorni,
altre voci e risvegli.
Soffriremo nell’alba,
viso di primavera.

10 Aprile 1950

Cesare Pavese

Il momento migliore dell’amore, Sully Prudhomme

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… Nella pagina che si volta assieme
E che nessuno legge.

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Il momento migliore dell’amore
Non è quando si dice «Ti amo».
È nel medesimo silenzio
Diviso a metà tutti i giorni;

È nell’intesa
Immediata e furtiva dei cuori;
È nei finti rigori
E nelle segrete indulgenze;

È nel brivido del braccio
Dove si posa la mano tremante,
Nella pagina che si volta assieme
E che nessuno legge.

Il momento unico in cui la bocca chiusa
per modestia dice tante cose;
Quando il cuore si apre scoppiando
Dolcemente, come un bocciolo di rosa;

Quando il solo profumo dei capelli
Sembra un favore conquistato!
L’ora della squisita tenerezza
In cui il rispetto è una confessione.

Sully Prudhomme

Donna-Luna, da Ulisse di J. Joyce

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Quali particolari affinità gli sembrava esistessero fra la luna e la donna? La sua antichità nel precedere e sopravvivere a successive generazioni telluriche: la sua dominazione notturna: la sua dipendenza di satellite: il suo riflesso luminare: la costanza in tutte le sue fasi, il sorgere, il tramontare al momento stabilito, luna crescente e calante, l’invariabilità forzata del suo aspetto: la sua risposta indeterminata all’interrogazione non affermativa: il suo influsso sul flusso e riflusso delle acque: il suo potere di fare invaghire, di mortificare, di rivestire di bellezza, di rendere folli, incitare, coadiuvare alla delinquenza: la tranquilla imperscrutabilità del suo volto: la terribilità della sua isolata dominante implacabile vicinanza: i suoi auspici di tempesta e di bonaccia: lo stimolo della sua luce, del suo movimento e della sua presenza: l’ammonimento dei suoi crateri, i suoi mari aridi, il suo silenzio: il suo splendore, quando visibile: la sua attrazione quando invisibile.

James Joyce – “Ulisse”
Foto: Kouji Tomihisa

La vita era …

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La vita era come una strana vacanza. Mai Jules e Jim avevano giocato una partita a domino così importante. Il tempo passava. La felicità si racconta male perché non ha parole, ma si consuma e nessuno se ne accorge.

Jules and Jim, François Truffaut

(film ispirato all’omonimo romanzo di Henri-Pierre Roché)

 

 

 

Durante un acquazzone, Jan Spiewak

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Durante un acquazzone ho fissato una goccia.
A lungo ho seguito il suo volo.
Le auguravo:
Di cadere lentamente. Senza fretta. Molto lentamente.
Di assorbire in sé il colore dei lampi, il sapore del vento,
il fruscio della luce, il respiro di ogni verde.
Di essere simile a un uccello e a un orso,
a un girino e a una farfalla, all’oceano e a un torrente.
Di scurire come una nuvola,
di farsi miele, betulla,
di sorridere di sale, di assenzio.
Di essere leggera e inerte,
sonora e muta.
D’indossare tutti gli abiti.
Una goccia.
La piccola goccia di uno scrosciante acquazzone.

Jan Spiewak, trad. Poalo Statuti

Un Appunto, Wislawa Szymborska

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La vita è [..]
Un’occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta.

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La vita – è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;

essere un cane
o carezzarlo sul suo pelo caldo;

distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;

stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.

Un’occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;

e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l’erba;
e seguire con gli occhi una scintilla nel vento;

e persistere nel non sapere
qualcosa d’importante.

Wislawa Szymborska da Attimo, 2002 – Trad. di Pietro Marchesani

[Foto: Anna Heimkreiter]

Ho segnato via via con croci a fuoco, Pablo Neruda

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Ho segnato via via con croci a fuoco
l’atlante bianco del tuo corpo.
La mia bocca era un ragno che passava nascosto.
In te, dietro te, timorosa, assetata.

Cose da narrarti sulla riva del crepuscolo,
perché tu non fossi triste, bambola triste e dolce.
Un cigno, un albero, qualcosa che sia lontano e gioioso.
La stagione dell’uva, la stagione matura e piena di frutti.

Io che ho vissuto in un porto e da lì ti amavo.
La solitudine solcata di sogno e di silenzio.
Rinchiuso tra il mare e la tristezza.
Silenzioso, delirante, tra due gondolieri immobili.

Tra le labbra e la voce, qualcosa va morendo.
Qualcosa che ha ali d’uccello, fatto d’angoscia e d’oblio.
Così come e reti non trattengono l’acqua.
Bambola mia, restano solo gocce tremanti.
Eppure, qualcosa canta tra queste parole fugaci.
Qualcosa canta, qualcosa sale fino alla mia avida bocca.
Oh poterti celebrare con tutte le parole della gioia.
Cantare, bruciare, fuggire, come un campanile nelle mani di un folle.
Mia triste tenerezza, in cosa muti all’improvviso?
Quando o raggiunto il vertice più ardito e freddo
il mio cuore si chiude come un fiore notturno.

Pablo Neruda, da Venti poesie d’amore e una canzone disperata