Della follia dell’amore, Carla Pravisani

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So che può
sembrare una follia
ma si può:

Amare il vuoto
la concavità
e i buchi.

Amare le pieghe,
le fenditure,
il silenzio.

Amare il nulla.

Si può
Ma è spossante.

Uno si trasforma
nello spazio invisibile
delle ore.

Nella tenda tirata
dal vento.

Nell’oggetto impolverato.
Nella ragnatela.

Amare così
è smettere d’amare.
O è amare
fuori luogo.

E’ perdere
l’allegria e la roba.

E’ lasciare allo scoperto
l’impotenza.

***

 

Sé que puede
parecer una insanidad,
pero se puede:

Amar el vacío,
la concavidad
y los huecos.

Amar los pliegues,
las hendijas,
el silencio.

Amar la nada.

Se puede.
Pero es agotador.

Se convierte uno
en el espacio invisible
de las horas.

En cortina descorrida
por el viento.

En objeto empolvado.
En telaraña.

Amar así
es dejar de amar.
O es amar
a destiempo.

Es perder
la alegría y la ropa.

Es dejar al desnudo
la impotencia.

De la locura del amor, Carla Pravisani (Argentina, 1976)

Febbre, Sarah Kane

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E voglio giocare a nascondino e darti i miei vestiti e dirti che mi piacciono le tue scarpe e sedermi sugli scalini mentre fai il bagno e massaggiarti il collo e baciarti i piedi e tenerti la mano e andare a cena fuori e non farci caso se mangi dal mio piatto e incontrarti da Rudy e parlare della giornata e battere a macchina le tue lettere e portare le tue scatole e ridere della tua paranoia e darti nastri che non ascolti e guardare film bellissimi e guardare film orribili e lamentarmi della radio e fotografarti mentre dormi e svegliarmi per portarti caffè brioches e ciambella e andare da Florent e bere caffè a mezzanotte e farmi rubare tutte le sigarette e non trovare mai un fiammifero e dirti quali programmi ho visto in tv la notte prima e portarti a far vedere l’occhio e non ridere delle tue barzellette e desiderarti di mattina ma lasciarti dormire ancora un po’ e baciarti la schiena e carezzarti la pelle e dirti quanto amo i tuoi capelli i tuoi occhi le tue labbra il tuo collo i tuoi seni il tuo culo il tuo

e sedermi a fumare sulle scale finché il tuo vicino non torna a casa e sedermi a fumare sulle scale finché tu non torni a casa e preoccuparmi se fai tardi e meravigliarmi se torni presto e portarti girasoli e andare alla tua festa e ballare fino a diventare nero e essere mortificato quando sbaglio e felice quando mi perdoni e guardare le tue foto e desiderare di averti sempre conosciuta e sentire la tua voce nell’orecchio e sentire la tua pelle sulla mia pelle e spaventarmi quando sei arrabbiata e hai un occhio che è diventato rosso e l’altro blu e i capelli tutti a sinistra e la faccia orientale e dirti che sei splendida e abbracciarti se sei angosciata e stringerti se stai male e aver voglia di te se sento il tuo odore e darti fastidio quando ti tocco e lamentarmi quando sono con te e lamentarmi quando non sono con te e sbavare dietro ai tuoi seni e coprirti la notte e avere freddo quando prendi tutta la coperta e caldo quando non lo fai e sciogliermi quando sorridi e dissolvermi quando ridi e non capire perché credi che ti rifiuti visto che non ti rifiuto e domandarmi come hai fatto a pensare che ti avessi rifiutato e chiedermi chi sei ma accettarti chiunque tu sia e raccontarti dell’angelo dell’albero il bambino della foresta incantata che attraversò volando gli oceani per amor tuo e scrivere poesie per te e chiedermi perché non mi credi e provare un sentimento così profondo da non trovare le parole per esprimerlo e aver voglia di comperarti un gattino di cui diventerei subito geloso perché riceverebbe più attenzioni di me e tenerti a letto quando devi andare via e piangere come un bambino quando te ne vai e schiacciare gli scarafaggi e comprarti regali che non vuoi e riportarmeli via e chiederti di sposarmi e dopo che mi hai detto ancora una volta di no continuare a chiedertelo perché anche se credi che non lo voglia davvero io lo voglio veramente sin dalla prima volta che te l’ho chiesto e andare in giro per la città pensando che è vuota senza di te e volere quello che vuoi tu e pensare che mi sto perdendo ma sapere che con te sono al sicuro e raccontarti il peggio di me e cercare di darti il meglio perché è questo che meriti e rispondere alle tue domande anche quando potrei non farlo e cercare di essere onesto perché so che preferisci così e sapere che è finita ma restare ancora dieci minuti prima che tu mi cacci per sempre dalla tua vita e dimenticare chi sono e cercare di esserti vicino perché è bello imparare a conoscerti e ne vale di sicuro la pena e parlarti in un pessimo tedesco e in un ebraico ancora peggiore e far l’amore con te alle tre di mattina e non so come non so come non so come comunicarti qualcosa dell’assoluto eterno indomabile incondizionato inarrestabile irrazionale razionalissimo costante infinito amore che ho per te.

Sarah Kane, Crave (Febbre, 1998)

*Il  grassetto è stato aggiunto da me.

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[Il brano citato è forse quello che meno rappresenta la dissacrante scrittura di Sara Kane, ma è anche quello che resta più impresso a chi legge per la prima volta Crave: perchè disperato folle carnale verace dissoluto profondo incolmabile come può essere il cuore di chi ama. Sara Kane faceva parte di quelle anime per cui teatro e vita, arte e esistenza sono la stessa cosa e proprio per questo il suo ultimo testo Psicosi delle 4.48 (quello che preferisco) non solo scava nel profondo dei suoi abissi ma ci fa una cronaca dettagliata di ciò che sarà il suo destino, a soli 28 anni. Le 4.48 è infatti l’ora notturna che statisticamente è di maggiore attrazione per il suicidio: ” Alle 4:48 quando la lucidità mi fa visita per un’ora e dodici minuti sono in me. Passata quell’ora sarò di nuovo andata, marionetta in pezzi, ridicola folle. Ora sono qui e riesco a vedermi ma quando sono rapita da basse illusioni di felicità l’orrendo incantesimo di questo motore di magie, non riesco a toccare il mio vero io. Perché mi credi in quei momenti e non adesso? Ricorda la luce e credi nella luce. Nulla importa ormai. Smettila di giudicare dalle apparenze, dai un giudizio obiettivo.- Tranquilla. Presto starai meglio.”. Voglio ricordare infine la sua unica sceneggiatura cinematograsica, Skin,  cortometraggio diretto da Vincent O’Connell]

 

 

l’Amore, André Breton e Paul Eluard

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L’amore reciproco, l’unico a poterci interessare, è quello che mette in gioco l’inconsueto nel consueto, l’immaginazione nel luogo comune, la fede nel dubbio, la percezione dell’oggetto interiore nell’oggetto esteriore.
[…] L’amore ha tutto il tempo. Gli sta davanti la fronte da cui pare giungere il pensiero, gli occhi che si distrarranno dal loro sguardo, il petto in cui si coaguleranno i suoni, ha seni e bocca profonda. Gli stanno davanti le pieghe dell’inguine, le gambe che correvano, il vapore che avvolge i loro veli, ha il piacere della neve che cade fuori dalla finestra. La lingua disegna le labbra, unisce gli occhi, drizza i seni, scava le ascelle, apre la finestra; la bocca attrae la carne con tutte le sue forze, sprofonda in un bacio errante, rimpiazza la bocca che ha preso, è il miscuglio del giorno e della notte. […] . L’amore moltiplica i problemi. La furia della libertà cattura gli amanti più necessari l’uno all’altro dello spazio dell’aria nei polmoni.

da L’immaculée conception, 1930

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[Il testo citato, tratto dall’articolo l’immaculée conception pubblicato nel 1930, diviso in tre parti  di cui questa – insieme alle rielaborazione in chiave surrealista delle 32 posizioni  del Kamasutra – ne rappresenta la terza, testimonia quanto fosse centrale nel surrealismo l’amore, inteso dai suoi esponenti in modo delle volte anche molto differente. Mai corrente artistica fu tanto interessata ai temi dell’amore e della sessualità in tutte le sue forme,  con le sue relative contraddizioni, tematiche connesse in molti casi al ruolo sociale e al rapporto con la donna, e fortemente influenzate dal pensiero di Freud e dalla critica di Marx ed Engels alla società borghese. La cultura contemporanea deve moltissimo al surrealismo, soprattutto alla visione “rivoluzionaria” del mondo che ha privileggiato tanto nel sociale quanto nel privato, tanto nell’espressione quanto nelle forme dell’arte la dimensione della mente e delle emozioni.]

Coltiviamo-ci!

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Si può essere istruiti senza essere veramente colti. L’istruzione è un vestito. La parola istruzione significa che una persona si è rivestita di conoscenze. È una vernice, la cui presenza non implica necessariamente il fatto di aver assimilato quelle conoscenze. La parola cultura, di contro, significa che la terra, l’humus profondo dell’uomo, è stata dissodata.

 Antonin Artaud (1896-1948- commediografo, poeta, scrittore francese)
da Messaggi rivoluzionari

Le Mani, Gabriele D’Annunzio

 

 

Noi sentimmo, cosí, che ne la frale
palma chiuder potevano esse un mondo
immenso, e tutto il Bene e tutto il Male:

Anima, e tutto il Bene e tutto il Male.

G. D’Annunzio

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Le mani de le donne che incontrammo
una volta, e nel sogno, e ne la vita:
oh quelle mani, Anima, quelle dita
che stringemmo una volta, che sfiorammo
con le labbra, e nel sogno, e ne la vita!

Fredde talune, fredde come cose
morte, di gelo (tutto era perduto);
o tepide, e parean come un velluto
che vivesse, parean come le rose:
– rose di qual giardino sconosciuto?

Ci lasciaron talune una fragranza
cosí tenace che per una intera
notte avemmo nel cuor la primavera;
e tanto auliva la solinga stanza
che foresta d’april non piú dolce era.

Da altre, cui forse ardeva il fuoco estremo
d’uno spirto (ove sei, piccola mano,
intangibile omai, che troppo piano
strinsi?), venne il rammarico supremo:
– Tu che m’avresti amato, e non in vano!

Da altre venne il desío, quel violento
fulmineo desío che ci percote
come una sferza; e imaginammo ignote
lussurie in un’alcova, un morir lento:
– per quella bocca aver le vene vuote!

Altre (o le stesse?) furono omicide:
meravigliose nel tramar l’inganno.
Tutti gli odor d’Arabia non potranno
addolcirle. – Bellissime ed infide,
quanti per voi baciare periranno!

Altre (o le stesse?), mani alabastrine
ma piú possenti di qualunque spira,
ci diedero un furor geloso, un’ira
folle; e pensammo di mozzarle al fine.
(Nel sogno sta la mutilata, e attira.

Nel sogno immobilmente eretta vive
l’atroce donna da le mani mozze.
E innanzi a lei rosseggiano due pozze
di sangue, e le mani entro ancora vive
sonvi, neppure d’una stilla sozze.)

Ma ben, pari a le mani di Maria,
altre furono come le ostie sante.
Brillò su l’anulare il diamante
ne’ gesti gravi de la liturgia?
E non mai tra’ capelli d’un amante.

Altre, quasi virili, che stringemmo
forte e a lungo, da noi ogni paura
fugarono, ogni passione oscura;
e anelammo a la Gloria, e in noi vedemmo
illuminarsi l’opera futura.

Altre ancora ci diedero un profondo
brivido, quello che non ha l’uguale.
Noi sentimmo, cosí, che ne la frale
palma chiuder potevano esse un mondo
immenso, e tutto il Bene e tutto il Male:

Anima, e tutto il Bene e tutto il Male.

 

Gabriele D’Annunzio, Le Mani (da Poema Paradisiaco)

 

L’androgino, Claude Cahun

 

So dove vado,
Ti ci voglio condurre,
Il mio cattivo disegno
non è fatto per nuocerti.
Paul Valery

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– Seni superflui, denti pressanti e contraddittori, occhi e capelli col tono più banale, mani piuttosto fini, ma che un demone – il demone dell’eredità – ha piegato, deformato… La testa ovale dello schiavo, la fronte troppo alta… o troppo bassa, un naso ben riuscito nel suo genere – ahimé! un genere che induce a fare brutte associazioni di immagini, la bocca troppo sensuale: questo può piacere finché si ha fame, ma appena mangiato vi disgusta, il mento appena abbastanza sporgente, e in tutto il corpo muscoli soltanto accennati…

Vittoriosa!… a volte vittoriosa sui più atroci disagi, una destrezza tardiva corregge un’ombra, un gesto imprudente, e la bellezza rinasce!

Perché di fronte al suo specchio Narciso è toccato dalla grazia. Acconsente a riconoscersi. E l’illusione che crea per se  stesso si estende a qualcun altro.

(Calude Cahun da Eroine, p. 87)

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                                                        «Maschile? Femminile? Ma dipende dai casi. Neutro è il solo    genere che mi si addice sempre». 

All’anagrafe era Lucy Renée Mathilde Schwob (Nantes 1894 – Parigi 1954), figlia di Victorine Mary Antoinette Courbebaisse e di Maurice Schwob, noto giornalista e saggista, proprietario del giornale «Le Phare de la Loire». Artista dai molti talenti – scrittrice, fotografa e attrice – rimase a lungo in ombra, forse perché la sua arte, e la sua stessa persona, sfuggivano alle consuete categorie. Precoce autrice di saggi e scritti originali, si firmò Claude Courlis e Daniel Douglas prima di assumere definitivamente il nome di Claude Cahun, che – scrisse – «rappresenta ai miei occhi il mio vero nome, piuttosto che uno pseudonimo»: un cognome, quello della nonna paterna, che rinviava alle sue origini ebraiche; un nome invariabile, maschile e femminile. Appena quindicenne aveva conosciuto Suzanne Malherbe, giovane promessa delle

arti grafiche, divenuta poi Marcel Moore, futura sorellastra (il padre Cahun ne avrebbe sposato la madre) e amante. Fu per Cahun «l’altra me stessa». Tra il 1918 e il 1938 vissero insieme a Parigi, dove frequentarono illustri personaggi delle avanguardie artistiche e letterarie. Legata idealmente al movimento surrealista, Claude Cahun ne rimase una figura defilata malgrado Breton la definisse «lo spirito più curioso di questi tempi» e la incoraggiasse a scrivere: quell’ambiente sembrava però ignorare per le donne altro destino che l’essere musa ispiratrice. Fu attivista politica e sostenne la causa trotskysta nell’Association des Ecrivains et Artistes Revolutionaires. Nel ‘34 pubblicò un libello, Les paris sont ouverts, in cui rivendicava per l’arte un ruolo più concreto, di strumento per cambiare la società. Le sue apparizioni in società destavano costantemente scalpore, per via dell’impatto delle sue mise maschili da dandy e dei suoi capelli cortissimi spesso tinti d’oro o di rosa. Nella sua prosa poetica slegata dalle convenzioni narrative e talora esempio di uno “Stream of Consciousness” caro alle avanguardie. Nel suo interesse per il teatro sperimentale, così come nell’immaginario che tradusse in fotografia, si dimostrò sensibile interprete delle suggestioni artistiche del proprio tempo. L’ossessione del proporsi davanti alla macchina fotografica come un’identità instabile, fatta di maschere e stereotipi, è un tratto che si ritroverà nella poetica di Cindy Sherman; i riferimenti a temi intimi e autobiografici in quella di Nan Goldin. Negli anni Ottanta del Novecento queste tematiche così vive nella sua opera attirano l’attenzione sulla sua attività fotografica più che su quella letteraria o teatrale. Grande attenzione ha riscosso in questa ripresa la serie dei suoi numerosi autoritratti en travesti – in realtà scattati e stampati da Moore e con lei concepiti e progettati. Attraverso la maschera e la moltiplicazione delle identità si svolge il tema dell’asessualizzazione e della pluralità del soggetto, quasi un percorso di cura, in grado di riunire gli aspetti della psiche e della persona, secondo una sensibilità analitica (psicanalitica) che si rintraccia anche in certi suoi scritti. «Sotto questa maschera un volto. Non finirò mai di sollevare tutti questi volti», aveva scritto Cahun in Aveux non Avenus, intreccio autobiografico di pensieri, disegni e immagini fotografiche. Lasciata Parigi nel ’38, Cahun e Moore si trasferiscono su un’isoletta del Canale della Manica, Jersey, occupata poi dai Nazisti. Per quasi quattro anni le due donne conducono da sole un’incredibile campagna di demoralizzazione – indirizzata alle truppe d’occupazione – diffondendo volantini in lingua tedesca (che Moore conosceva bene) incitanti all’ammutinamento, firmati “Il Soldato Senza Nome”. Catturate e condannate a morte, trascorrono 10 mesi in prigionia prima della sconfitta e della resa tedesca. Nel corso di varie perquisizioni alla loro dimora molto materiale fotografico va perduto: distrutto perché definito pornografico. Nel dopoguerra Cahun tenta di riallacciare i rapporti col gruppo surrealista, incontrando Breton e Max Ernst, e seppur con la salute compromessa dalla prigionia, progetta di tornare a Parigi. Muore nel ’54 a causa di un’embolia polmonare nell’ospedale di Jersey. Nel 1972 muore, togliendosi la vita, anche Marcel Moore.(  Rosa Maria Puglisi,  Enciclopedia delle donne).

“La Cahun procede per vie interne (ancestrali), scava nel mito e nella storia e sceglie donne esemplari di cui ricostruire vite immaginarie secondo la lezione dell’amato zio, Marcel Schwob”.

Così ci presenza Roberto Speziale, nella sua postfazione, Eroine (duepunti edizioni), una raccolta di quindici novelle scritte  da Claude Cahun tra il 1920 e 1924 e pubblicate per la prima volta nel 1925. Eva, Dalila, Giulietta, Penelope, Elena, Saffo, Maria, Cenerentola, Margherita, Salomé, Sophie, Salmacide, la Bella: donne, eroine,  meravigliosamente folli, ribelli e incresciosamente autodistruttive. Letterarie che giocano il gioco del disorientamento. Non più quindi ritratti di donne volti a innescare rivendicazioni femministe, ma donne spinte dalla follia, dall’istinto alla ribellione e al’autolesionismo. Dove il sesso è la strada che porta alla libertà (evidenti i riferimenti a Sade, Wilde e Gide) e il corpo diventa, secondo la ormai consueta pratica della Cohun, ” oggetto, forma, strumento per sovvertire, ibrido, mutante e grottesco che rompe le armonie del canone classico”. (Roberto Speziale pp 115-116).

[ripropongo qui un articolo pubblicato in un altro mio blog qualche anno fa]

 

Morì all’alba, Federico Garcia Lorca

Nicolas Yantchevsky

 

Notte di quattro lune
e un albero solo.
Con un’ombra sola
e un solo uccello.
Cerco nella mia carne
l’impronte delle tue labbra.
Bacia il vento la fonte
senza sfiorarlo.
Porto il No che mi desti
sulla palma della mano,
come un limone di cera
quasi bianco.
Notte di quattro lune
e un albero solo.
Sulla punta d’un ago
sta il mio cuore, girando!

Federico Garcia Lorca, Morì all’alba

Foto: Nicolas Yantchevsky

Segni e sedi, Nasos Vaghenàs

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Morale breve di un perfetto amore
durato il giusto (e nemmeno un momento
di più): se terminò senza scalpore,
fu che in lui i segni più profondi e veementi
non apparvero poi di gran momento.

Perché l’amore, quando c’è, non chiede
cos’è l’amore, e detesta bluffare.
Né notti interminabili richiede.
Gli basta solo di poter portare
le cose giuste nella giusta sede.

 

Nasos Vaghenàs, in Ballate Oscure (Crocetti Editore)

E viene un tempo… Attilio Bertolucci

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E viene un tempo che la tua persona
si fa maturando più dolce, si screzia
il tuo volto di bruna come i fiori
che ami, i garofani e i gerani
dell’umida primavera di qui.
Gli anni sono passati, sull’intonaco
inverdito di muffa luce e ombra
si baciano, a quest’ora che volge,
con tale disperata tenerezza
il tempo prolungando dell’addio.

Attilio Bertolucci, in Lettera da casa (1951)