I poeti lavorano di notte, A. Merini

Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.

 

I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.
Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.

 

Alda Merini, da Testamento, Crocetti, 1988

Annunci

Asia, Percy Bysshe Shelley

Ceslovas Cesnakevicius

E noi salpiamo, via, lontano,
senza una rotta -senza stella-
ma trascinati dall’istinto della dolce musica
finché fra elisee isole-giardino
tu, mio bellissimo pilota, guidi
la navicella del mio desiderio
dove non mai corse scialuppa umana:
reami in cui l’aria che respiriamo è Amore
che s’agita nei venti e sulle onde,
armonizzando questa Terra con ciò che noi
sentiamo in alto.

P. Shelley

 

La mia anima è un vascello incantato
che, come un cigno sopito, fluttua
sulle onde argentee del tuo dolce canto,
e come un angelo la tua
siede al timone guidandolo,
e tutti i venti intanto di melodia risuonano.
Sembra che fluttui sempre, per sempre,
su quel sinuoso fiume,
fra monti, boschi, abissi,
un paradiso di deserti luoghi!
Finché, come uno, preso nei vincoli del sonno,
portato verso il mare, io scorro giù, intorno,
in un profondo oceano di suono che s’espande.

Frattanto il tuo spirito spiega le ali
nei limpidi domini della Musica,
cogliendo i venti che alitano in quel beato Cielo.
E noi salpiamo, via, lontano,
senza una rotta -senza stella-
ma trascinati dall’istinto della dolce musica
finché fra elisee isole-giardino
tu, mio bellissimo pilota, guidi
la navicella del mio desiderio
dove non mai corse scialuppa umana:
reami in cui l’aria che respiriamo è Amore
che s’agita nei venti e sulle onde,
armonizzando questa Terra con ciò che noi
sentiamo in alto.

Passato abbiamo gli antri gelidi della Vecchiaia,
dell’Età adulta le onde oscure e tempestose,
e il calmo oceano della Giovinezza, che infido
sorride;
fuggiamo oltre i vitrei golfi dell’Infanzia
d’ombre popolata, attraversando
Morte e Nascita, a un più divino giorno, un paradiso
di pergole a volta, illuminate
da fiori che guardano in basso
e liquidi sentieri che si snodano
tra solitudini tranquille e verdi,
popolate da forme così fulgide, abbaglianti,
che chi le ha viste non riposa -un po’ come te-
che camminano sul mare, e armoniosamente cantano!

[…]

Percy Bysshe Shelley, Asia da Prometeo liberato, in Opere poetiche, I Meridiani, 2018 e in Crocetti Poesia n. 342

 

[Foto: Ceslovas Cesnakevicius ]

Tu non sai, Alda Merini

Te l’ho già detto: i poeti non si redimono, vanno lasciati
volare tra gli alberi come usignoli pronti a morire.

I grandi poeti sanno fare questo stacco tra la loro morte
cerebrale, fisica e la vita di tutti, parlano come dall’aldilà.

A. Merini

 

Tu non sai: ci sono betulle che di notte levano le loro radici, e tu non crederesti mai che di notte gli alberi camminano o diventano sogni. Pensa che in un albero c’è un violino d’amore. Pensa che un albero canta e ride. Pensa che un albero sta in un crepaccio e poi diventa vita. Te l’ho già detto: i poeti non si redimono, vanno lasciati volare tra gli alberi come usignoli pronti a morire.

Alda Merini, L’anima innamorata, Frassinelli, Milano 2000

[Video: Alda, Ricky Farina]

[Per  Discorsi per la poesia, un breve film di Ricky Farina dedicato ad Alda Merini, dove ci parla del mistero della poesia, e della sua poesia, e dove si ha la possibilità di passare qualche minuto con questa poetessa, dalla semplicità e carica umana unica.]

Sui patriarcalismi, Gilda M.

Mi trovo mio malgrado a dover sottrarre per un attimo un po’ di spazio a poesia e bellezza per questa riflessione, che avrei evitato se non ci fosse stata la necessità di dar voce ad un femminile che, nonostante gli enormi mutamenti, continua ad essere oggetto di denigrazione e prepotenza. Non si fosse richiamato al genere femminile la mia unica risposta sarebbe stata il silenzio. Dar  voce, quindi,  a quel femminile, spesso zittito persino da forme cronachistiche stereotipate (donna=vittima inconsapevole e passiva uomo=massacratore geloso e furioso), dietro le quali c’è invece un fenomeno molto più complesso che trova le sue radici in un retaggio antico: il patriarcato, ossia quel modello che vede il principio (arché) del nutrimento nel maschile. Un modello che fino a un secolo fa aveva un suo motivo conduttore, che ha portato le società a fondarsi sul potere, il comando, il primato e l’assunzione di tutti i principali ruoli pubblici negli uomini. Un principio che oggi ha perso di senso e che lascia quegli uomini e con essi un’intera società in parte smarrita, se non si ha la capacità di vedere come quel principio oggi non sia più valido e si stia affrontando un momento di forte mutamento (tutt’ora in corso) che molti studiosi definiscono post-patriarcato, ossia una fase di transizione che vede un cambiamento dell’antropologia umana per ciò che riguarda il rapporto tra i due sessi.

Purtroppo però, come ogni grande mutamento che si rispetti, anche questo porta con sè qualche ombra dal passato. Una sorta di ritorno in manifestazioni periferiche di quello stesso patriarcato ferito, che si ritrovano in forme denigratorie ed offensive nei confronti dello stesso genere femminile, e che partono proprio da un ritorno a ciò su cui quel principio ordinatore si fondava: il binomio maschile/femminile, maschio prepotente e superiore, femmina relegata allo spazio privato. Ed è così che purtroppo ci si ritrova ad essere oggetti di considerazioni, che dietro la retorica dell’innocenza e del vittimismo, nascondono in sè forme violente e prepotenti, nonché fuori luogo, di denigrazione:

https://amorefilosofico.wordpress.com/2018/11/04/riflessioni-personali-larte-femminile-della-denigrazione/

 

Sorvolo sul come e perché mi ritrovi oggetto di ciò, sul come e perchè mi ritrovi ad avere l’onore di rappresentare “l’arte femminile della denigrazione”, per due ragioni: la cosa non mi interessa, ossia giustificarmi di un confronto non richiesto -perchè fondato sulla mancata presenza dell’altro e quindi su una reale volontà di confronto; e perchè di fatto chi mi conosce sa quanto possa essere veritiero ciò che si dice tra queste righe- fortemente offensive e violente, e chi non sa può tranquillamente navigare tra queste pagine per capire quanta “arte della denigrazione” di fatto ci sia tra le mie azioni e parole.

Ciò che invece mi interessa è quel femminile, senza del quale probabilmente questo post non avrebbe nemmeno avuto ragione d’essere. Perchè quel femminile racconta del disagio che alcuni uomini (quelli lageti ancora a valori patriarcali) provano nei confronti degli attuali mutamenti, nei confronti dei quali prendono le distanze, utilizzando questa logica binaria maschio/femmina, (“mi son chiesto se in certi casi sia davvero importante l’appartenenza di genere e cioè, se invece di chiamarmi NICO, mi fossi chiamato NICA, sarebbe stata una discussione dal tono diverso”), come se il dialogo con una donna, o tra donna e donna, dovesse partire da presupposti differenti; per poi passare a forme aggressive, prepotenti e soffocanti (che nelle forme poi estreme si traducono nei cosiddetti femminicidi, fenomeni appunto molto più complessi di come l’odierna cronaca vuole descriverceli). Un disagio dovuto al fatto che quel femminile: affascinante, misterioso, amato e temuto insieme, divinizzato e mistificato, esaltato e messo al rogo nei secoli dei secoli, rappresenta ancora ciò che da sempre è: quella mer che è per i francesi madre e mare insieme, materia oscura e fonte di vita e cura. Un mistero di fronte al quale nei secoli si è cercato di prendere le distanze: chiudendo, rinchiudento, ostacolando, zittendo, che oggi (in seguito si movimenti femminili e agli enormi mutamenti avvenuti) trova finalmente nuovi spazi, nuova linfa, ma che nel contempo si fa fatica a leggere per ciò che realmente è, e nel contempo si fa fatica a dargli voce.

Questo post vuole essere, per un attimo, quella voce. Perché forme di violenza e reale denigrazione -per quanto misere e piccole possano essere- non restino senza una voce, una voce rinnovata e che si rinnovi ad ogni confronto e che non sia invece condannata- come un’Eco senza speranza, a ripetere ciò che è derivazione e nel contempo deriva di una visione della realtà offuscata e deviante, e che la imprigioni ancora una volta nella rete del non esserci, del mancato confronto.

 

Gilda M.

Bon Soir, Amado Nervo

neonboy_1 foto Yves Trémorin

 

Buonanotte, amore mio e A domani!
A domani, sì, quando albeggi
E io, dopo quarant’anni
di incoerente sognare, apra e stropicci
gli occhi dello spirito,
come chi ha dormito tanto, tanto,
e lentamente va svegliandosi,
e, in una progressiva lucidità,
tiri le fila dello ieri della mia anima
(prima che la carne la legasse)
E dell’oggi prodigioso
In cui dovrò incontrarmi, in questo piano
Dove già nulla é illusione e tutto
é verità (…)

Amado Nervo, Bon Soir

 

_____________________________________

Bon Soir de Amado Nervo(México)espa/ita
¡Buenas noches, mi amor, y hasta mañana!
Hasta mañana, sí, cuando amanezca,
y yo, después de cuarenta años
de incoherente soñar, abra y estriegue
los ojos del espíritu,
como quien ha dormido mucho, mucho,
y vaya lentamente despertando,
y, en una progresiva lucidez,
ate los cabos del ayer de mi alma
( antes de que la carne la ligara )
y del hoy prodigioso
en que habré de encontrarme, en este plano
en que ya nada es ilusión y todo
es verdad (…)

Amado Nervo, Bon Soir

[Foto: Yves Tremorin]

(breviario di estetica), Gianfranco Ciabatti

_
_
E quando l’imprecisione
tenta la tua indolenza, non eludere
la fatica del farsi capire,
cercando scappatoie tra i valenti nel discorrere
d’ogni cosa o di niente,
ma cerca la parola che ti occorre. 

G. Ciabatti

 

 

Non rispondere niente
alla domanda del pianto. Al suo invito
di risolvere facilmente
le ragioni del dolore
non aderire.

A chi esige clamori
dalla tua ribellione
e grida in nome di una libertà
che non gli costa niente
opponi la scienza di un’infima origine
e la prassi del risalire.

E quando l’imprecisione
tenta la tua indolenza, non eludere
la fatica del farsi capire,
cercando scappatoie tra i valenti nel discorrere
d’ogni cosa o di niente,
ma cerca la parola che ti occorre.

[Foto: Gilbert Garcin]

C’è silenzio tra una pagina e l’altra, Valerio Magrelli

 

C’è silenzio tra una pagina e l’altra.
La lunga distesa della terra fino al bosco
dove l’ombra raccolta
si sottrae al giorno,
dove le notti spuntano
separate e preziose
come frutta sui rami.

In questo delirio
luminoso e geografico
io non so ancora
se essere il paese che attraverso
o il viaggio che vi compio.

Valerio Magrelli, da Ora serrata retinae (Feltrinelli Poesia, 1980)

[Foto: Rodney Smith]

Concerto in re minore n. 1 di J. S. Bach, N. Hikmet

untitled-design311

Il miracolo del rinnovamento, mio cuore,
è il non ripetersi del ripetersi.

N. Hikmet

Mattino d’autunno nella vigna
fila per fila ceppo per ceppo i ceppi si ripetono
e i grappoli sui ceppi
e gli acini sui grappoli
e la luce sugli acini.

La notte nella casa grandissima e bianca
una luce dentro ciascuna
le finestre si ripetono

tutte le piogge che cadono si ripetono
sul suolo sull’albero sul mare
sulla mia mano il mio viso i miei occhi
e le gocce si schiacciano sul vetro

rinnovamento dei miei giorni
simili gli uni agli altri
differenti gli uni dagli altri

ripetersi dei punti a maglia
ripetersi nel cielo stellato
in tutte le lingue ripetizioni dei «t’amo»
e nelle foglie il rinnovamento dell’albero
e in ogni letto di morte il dolore
per la vita troppo breve

ripetersi della neve
che cade
della neve che cade leggera
della neve che cade a fiocchi
della neve che fuma come la nebbia
disperdendosi nella tempesta
che imperversa
ripetersi della neve che mi sbarra il cammino

i bambini giuocano nel cortile
nel cortile giuocano i bambini
una vecchia passa nella strada
nella strada una vecchia passa
passa una vecchia nella strada.

La notte nella casa grandissima e bianca
una luce dentro ciascuna
le finestre si ripetono

sui grappoli, rinnovamento di acini
sugli acini, la luce

camminare verso il giusto e il vero
combattere per il vero, il giusto
conquistare il giusto, il vero

le tue lacrime mute e il tuo sorriso, mio amore,
i tuoi singhiozzi i tuoi scoppi di risa, mio amore,
il ripetersi del tuo riso
dai denti bianchi
brillanti

il mattino d’autunno nella vigna
fila per fila nodo per nodo i ceppi si ripetono
sui ceppi, i grappoli
sui grappoli, gli acini
sugli acini, la luce
nella luce, il mio amore.

Il miracolo del rinnovamento, mio cuore,
è il non ripetersi del ripetersi.

 

Nazim Hikmet, da Poesia d’amore, Oscar Mondadori, 2011

 

[Foto: Gustav Klimt, L’albero della vita, 1905-09]

Prefazione, Czesław Miłosz

Cerca di capire questo linguaggio semplice, mi vergognerei di un altro
non possiedo, lo giuro, la magia della parola.
Ti parlo tacendo, come una nuvola o un albero.

Czesław Miłosz

 

Tu, che non ho potuto salvare,
ascoltami.
Cerca di capire questo linguaggio semplice, mi vergognerei di un altro
non possiedo, lo giuro, la magia della parola.
Ti parlo tacendo, come una nuvola o un albero.

Ciò che fortificava me, per te era mortale.
Hai scambiato il congedo di un’epoca per l’inizio di una nuova,
l’afflato dell’odio per bellezza lirica
la forza cieca per forma compiuta.

Ecco la valle dei bassi fiumi polacchi. E il ponte enorme
che avanza nella bianca nebbia. Ecco la città infranta
e il vento scaglia contro la tua tomba gli stridi dei gabbiani,
mentre parlo con te.

Cos’è la poesia che non salva
i popoli né le persone?
Una complicità di menzogne ufficiali
una cantilena di ubriachi, a cui fra un attimo verrà tagliata la gola,
una lettura per signorinette.

Che volevo una buona poesia, senza esserne capace,
che ho capito, tardi, il suo fine salvifico,
questo, e solo questo è la salvezza.

Spargevano sulle tombe miglio e semi di papavero
per nutrire i morti accorrenti in volo – gli uccelli.
Depongo qui questo libro per te, o trascorso,
perché d’ora innanzi tu smetta d’apparirci.

_
Czesław Miłosz, da Poesie (a cura di Pietro Marchesani,  Adelphi, 1983)

________________________________________________

Ty, którego nie mogłem ocalić,
Wysłuchaj mnie.
Zrozum tę mowę prostą, bo wstydzę się innej.
Przysięgam, nie ma we mnie czarodziejstwa słów.
Mówię do ciebie milcząc, jak obłok czy drzewo.

To, co wzmacniało mnie, dla ciebie było śmiertelne.
Żegnanie epoki brałeś za początek nowej,
Natchnienie nienawiści za piękno liryczne,
Siłę ślepą za dokonany kształt.

Oto dolina płytkich polskich rzek. I most ogromny
Idący w białą mgłę. Oto miasto złamane
I wiatr skwirami mew obrzuca twój grób,
Kiedy rozmawiam z tobą.

Czym jest poezja, która nie ocala
Narodów ani ludzi?
Wspólnictwem urzędowych kłamstw,
Piosenką pijaków, którym ktoś za chwilę poderżnie gardła,
Czytanką z panieńskiego pokoju.

To, że chciałem dobrej poezji, nie umiejąc,
To, że późno pojąłem jej wybawczy cel,
To jest i tylko to jest ocalenie.

Sypano na mogiły proso albo mak
Żywiąc zlatujących się umarłych – ptaki.
Tę książkę kładę tu dla ciebie, o dawny,
Abyś nas odtąd nie nawiedzał więcej.

Czesław Miłosz, Ocalenie, 1945

[Foto: Kouji Tomihisa]

Il nulla si è rivoltato anche per me, Wislawa Szymborska

41364705_10213536075215952_6186883712529989632_n

 

E a me è capitato di esserti accanto.
E davvero non vedo in questo nulla
di ordinario.

Wislawa Szymborska

 

Il nulla si è rivoltato anche per me.
Davvero si è rovesciato dall’altro lato.
Dove mai sono finita –
dalla testa ai piedi fra i pianeti,
neppure ricordando com’era il non esserci.

O mio qui incontrato, o mio qui amato,
posso solo intuire, la mano sulla tua spalla,
quanto vuoto ci spetta da quell’altra parte,
quanto silenzio là per un grillo qui,
che assenza di prato là per un filo d’erba qui,
e il sole dopo il buio come risarcimento
in goccia di rugiada – per quali arsure là!

Lo stellare a casaccio ! Il di qui alla rovescia!
Disteso su curvature, pesi, ruvidità e moti!
Intervallo nell’infinito per il cielo sconfinato!
Conforto dal non spazio in forma di betulla!

Ora o mai il vento scuote una nuvola,
perché il vento è proprio ciò che là non soffia.
E lo scarabeo prende il sentiero in abito scuro di testimone
dell’evento d’una lunga attesa d’una vita breve.

E a me è capitato di esserti accanto.
E davvero non vedo in questo nulla
di ordinario.

 

Wislawa Szymborska, Ogni Caso