Ennio Flaiano, Un gatto

6906dc899e68058f3b6ab3344b396612

 

Una volta credevo che il contrario di una verità fosse l’errore e il contrario di un errore fosse la verità. Oggi una verità può avere per contrario un’altra verità, altrettanto valida, e l’errore un altro errore.
_

E. Flaiano, in Diario degli errori

 

 

Lo Scienziato cerca un gatto,
un gatto nascosto
in una stanza buia.
Non lo trova ma..
ma ne deduce che è nero.

Il Filosofo cerca un gatto,
un gatto che non c’è
in una stanza buia.
Non lo trova ma..
ma continua a cercare.

Il Teologo, oh il Teologo
cerca lo stesso gatto.
Non lo trova ma dice
di averlo trovato.

Ennio Flaiano, da La valigia delle Indie (Bompiani, 1996)

 

Annunci

Pierluigi Cappello, poeta della gentilezza

ZPUXTAEX5144-k5mE-U1101384887207DCD-1024x576@LaStampa.it

 

La settimana scorsa mi ha dato in mano il suo addio alla vita, la bozza del libro che verrà: “Ogni giorno dal cielo alla notte”. Riflettendo sulle sue pene fisiche e sul significato della parola sopportazione, si accommiata così: “Non so darmi una risposta se non sostituendo il verbo “sopportazione” con la locuzione “essere capaci di abbandonarsi”. Abbandonarsi, nel mio caso specifico, alla lingua, alla parola, in definitiva alla vita”

Antonello Caporale

 

[Avere un blog, questo minuscolo squarcio, un po’ cantina un po’ cantiere, mi ha permesso di notare quanto interesse ci sia per Pierluigi Cappello, poeta molto conosciuto e, soprattutto,amato nonostante la sua riservatezza; mi ha permesso di capire che in tanti sentiranno la mancanza dei suoi versi di pura autenticità: del suo  lavoro attento e lento, pieno di fede, privo di quel bisogno di apparire-apparenza che sempre più spesso caratterizza il nostro secolo, e con esso i nostri poeti. Dei diversi articoli che ho incontrato in questi giorni, questo di Antonello Caporale è quello che più mi ha colpito, perché in grado di lasciarci, con estrema delicatezza, il ricordo di un poeta che è stato prima di  tutto uomo, e che ha saputo abbandonarsi alla vita con la stessa saggezza antica con cui si è abbandonato alla poesia, giorno per giorno lungo tutta la sua vita. Un articolo che ci rassicura anche un po’, da buon custode della poesia, Cappello ci ha lasciato – come si anticipa nell’articolo – un’altra delle sue preziose raccolte. Qui l’articolo:

 

 

Per dire che cosa mi tengo
per dire che cosa, leggendo
uno spartito che trattenga il cielo
alto, sempre alto, per ogni pagina ascoltata
dentro il fumo
dentro ogni gola pietrificata
qui, dove non volevo
dentro il rumore di prima
il rumore di dopo
dove sempre ci si ritrova
quanto un vento, un contorno
dopo che non si è capito
e qualcosa come uno stormo si stacca
in fuga dall’incendio
una nota, dai vetri, una voce
il breve sussurrare dei poeti.

Pierluigi Cappello, da Assetto di volo (Crocetti Editore, 2006)

__________

 

Qualche volta, piano piano, quando la notte
si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio
e non c’è piú posto per le parole
e a poco a poco ci si raddensa una dolcezza intorno
come una perla intorno al singolo grano di sabbia,
una lettera alla volta pronunciamo un nome amato
per comporre la sua figura; allora la notte diventa cielo
nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato.

Pierluigi Cappello, da Mandate a dire all’imperatore (Crocetti Editore, 2010)

 

 

Gocce, Mario Luzi

22045886_1492081327548043_4720429743554909035_n

 

È inverno o primavera? Non lo sappiamo,
siamo
e non siamo niente
nella molteplicità delle apparenze,
però dentro la vita, dentro
il meraviglioso istante.

M. Luzi

 

 

 

L’inverno e la sua fine
escono da quei monti
nel cielo
alla battaglia,
esitano l’uno
e l’altra, essi, rapiti
a quella luce
di politissimo cristallo,
alla flagranza delle valli,
e ora
un poco si osservano a distanza,
un poco si mischiano e si azzuffano
finché grandine o vento non sbaraglia
l’incertezza dello scontro.
Ci ottenebra, noi stille
sorprese in medio campo
un infittito scroscio,
ci affoga
l’uragano, sgombra
poi il sole
i celesti rimasugli
del furente nubifragio.
È inverno o primavera? Non lo sappiamo,
siamo
e non siamo niente
nella molteplicità delle apparenze,
però dentro la vita, dentro
il meraviglioso istante.

Mario Luzi, Gocce

Il mare, la poesia, la vita, l’amore: breve viaggio tra i versi di Sandro Penna

penna sandro c4f-45129f34350a

_

Il mondo che vi pare di catene
tutto è tessuto d’armonie profonde.

S. Penna, Moralisti

_

[Di seguito una serie di poesie da me scelte del poeta italiano Sandro Penna(Perugia, 12 giugno 1906 – Roma, 21 gennaio 1977), nelle quali sarà semplice intravvedere una certa ridondanza di temi, quali: il mare, l’amore, la poesia.  Piccoli quadri -come forse li intendeva l’autore (che più volte ha affidato l’organizzazione dei suoi testi o anche la scelta dei propri titoli a terzi )- che ci danno un’idea (senza mai svelare il suo mistero) di cosa fu vivere e scrivere per questo poeta “Candido eppure perfido, intelligente e primitivo, innamorato di sé e del mondo” (Elio Pecora).]

 

 

La vita… è ricordarsi di un risveglio
triste in un treno all’alba: aver veduto
fuori la luce incerta: aver sentito
nel corpo rotto la malinconia
vergine e aspra dell’aria pungente.

Ma ricordarsi la liberazione
improvvisa è più dolce: a me vicino
un marinaio giovane: l’azzurro
e il bianco della sua divisa e fuori
un mare tutto fresco di colore.

________

 

La semplice poesia forse discende
distratta come cala al viaggiatore
entro l’arida folla di un convoglio
la mano sulla spalla di un ragazzo.

______

 

La mia poesia non sarà
Un gioco leggero
Fatto con parole delicate
E malate
(Sole chiaro di marzo
Su foglie rabbrividenti
Di platani di un verde troppo chiaro).
La mia poesia lancerà la sua forza
A perdersi nell’infinito
(Giochi di un atleta bello
Nel vespero lungo d’estate).

_______

 

Sempre affacciato a una finestra io sono,
io della vita tanto innamorato.
Unir parole ad uomini fu il dono
breve e discreto che il cielo mi ha dato.

 

Sandro Penna, da  Poesie, prose e diari, (Meridiani Mondadori, 2017)

Dimmi, Gioconda Belli

addb5528eee2bf51c726110c5e8692df

 

 

Dimmi che non mi renderai mai conformista
né mi darai la felicità della rassegnazione
ma la dolorosa felicità dei prescelti
quelli capaci di intrappolare il mare e il cielo con gli occhi
e ospitare l’universo dentro il corpo.
Io ti vestirò di fango e ti nutrirò di terra
per farti conoscere il sapore di ventre del mondo.
Scriverò sul tuo corpo il testo delle mie poesie
affinché tu possa sentire il dolore della gestazione.
Verrai con me: faremo dell’ amore un rituale
e sarà un’esplosione ciascuno dei nostri gesti.
Non ci saranno mura a imprigionarci
né un tetto sopra le nostre teste.
Dimenticheremo la parola
avremo il nostro proprio modo di capirci
né i giorni, né le ore potranno catturarci
perché ci nasconderemo dal tempo tra la nebbia.
Cresceranno le città, si estenderà l’umanità invadendo ogni cosa
noi due saremo eterni, perché ci sarà sempre nel mondo un luogo che ci protegga
e un pezzo di terra che ci nutra.

*

Dime que no me conformarás nunca,
ni me darás la felicidad de la resignación,
sino la felicidad que duele de los elegidos,
los que pueden abarcar el mar y el cielo con sus ojos
y llevar el Universo dentro de sus cuerpos.

Y yo te vestiré con lodo y te daré de comer tierra
para que conozcas el sabor de vientre del mundo.

Escribiré sobre tu cuerpo la letra de mis poemas
para que sientas en ti el dolor del alumbramiento.

Te vendrás conmigo: Haremos un rito del amor
y una explosión de cada uno de nuestros actos.

No habrán paredes que nos acorralen,
ni techo sobre nuestras cabezas.

Olvidaremos la palabra
y tendremos nuestra propia manera de entendernos;
ni los días, ni las horas podrán atraparnos
porque estaremos escondidos del tiempo en la niebla.

Crecerán las ciudades,
se extenderá la humanidad invadiéndolo todo;
nosotros dos seremos eternos,
porque siempre habrá un lugar en el mundo que nos cubra
y un pedazo de tierra que nos alimente.

Traduzione di Milton Fernàndez

 

 

[Foto:Josef Sudek Last Roses, Prague 1956]


Verrà l’inverno, Pierluigi Cappello

pierluigi-cappello

 

… Ogni poesia perfetta che sia stata scritta in questo mondo è un petalo dell’Eden, un momento nel quale realizzare la propria intuizione, è in quei momenti che io sono libero, nel mio carcere …

 

 

Ci lascia oggi Pierluigi Cappello, una delle voci più autentiche del nostro secolo,  un poeta che ci ha dimostrato come ancora sia possibile la poesia: quella  autentica, carica di colori e speranza, fatta da quel  nomos, l’uno, che alle volte deve diventare il poeta per poter ascoltare, nella moltitudine-con passo attento e polso fermo- mondi antichi e voci  altrimenti inascoltate.

A presto, Pierluigi

 

 

[il brano scelto è contenuto in Il Dio del Mare (Bur, 2005), una racconta di prose e interventi in cui l’autore racchiude il suo personale concetto di poesia. Oltre a libri di poesia, quali Assetto di Volo, Mandate a dire all’imperatore (editi Crocetti), Azzurro elementare e l’ultimo in ordine cronologico: Stato di Quiete (Bur, 2016), Pierluigi Cappello ha scritto anche una breve raccolta di racconti, Questa libertà (Rizzoli), e alcune poesie per bambini contenute in Ogni goccia balla il suo tango].

[…] i poeti, queste << figure>> di uomini, un po’ sciamani un po’ fabbri un po’ giardinieri un po’ cenciaioli un po’ orafi un po’ artificieri, cercano, trascinano le stesse pietre, che, sovrapposte una a una con ostinazione cinese, costituiranno le pareti delle prigioni contro le quali essi batteranno i pugni della propria impotenza: è il paradosso cui viene condotto chi cerca di valicare se stesso, è la somiglianza del monaco contro cui, luccicante come uno scorpione, è custodito il significato della parola mònos: uno. […]

[…] Se esiste un Eden, come mi ha suggerito un amico, un giardino dove la perfezione è ordinaria, ogni poesia perfetta che sia stata scritta in questo mondo è un petalo dell’Eden, un momento nel quale realizzare la propria intuizione, è in quei momenti che io sono libero, nel mio carcere – quattro pareti, due finestre davanti, scansie con i libri alle spalle – come un’ape ronzante.

Verrà l’inverno, la più metafisica delle stagioni. la più propizia all’immaginazione e alle amicizie. La terra si fa bruna, i rami si fanno neri,  le erbe e le stoppie, tutto un mondo piegherà le vertebre al sonno. Soltanto il vento taglierà le nuvole. Nevicherà, se farà abbastanza freddo: allora la terra e il cielo si confonderanno, la neve cancellerà siepi e muretti, i confini delle villette qua attorno. Dentro gli appartamenti c’è già chi si affiderà alle paraboliche per essere ancora più solo, io mi affiderò alle parole per raffigurare il suono della neve. Fra tutte, sceglierò le lettere più morbide – la lettera a, la lettera e, la lettera o, la elle la emme la enne – e le parole che ne siano più ricche; cercherò di disporle con cura, in giaciture che ricordino le sinuosità distese di una donna in penombra, poi, scostando le tende della finestra più ampia, confronterò il bianco del foglio col bianco dell’inverno e forse, nel farlo, mi commuoverò, perché commuoversi non significa piangere, ma muoversi insieme alle cose, averne il medesimo ritmo, il medesimo passo, il medesimo polso; forse lascerò lo sguardo andare nella neve, lo lascerò libero nel bianco, con la disposizione dell’amante che si lascia annientare dalle carezze di chi è amato; un piede, un nuovo piede nella neve e l’orma si farà ombra e tutto, per un istante, sarà dimenticato, alle mie spalle il primo – l’imo – lampo di carbonio che ci precipitò alla terra, nudi.

P. Cappello, da la Mela di Newton in Il Dio del Mare. Prose e interventi 1998-2006 (Bur, 2005)

Eppure, Pietro Ingrao

3b2d48ec66274a7adecbf4ba5ad025c7

_

… eppure eterno fiume dell’esistere.

P. Ingrao

 

Per gli incolori
che non hanno canto
neppure il grido,
per chi solo transita
senza nemmeno raccontare il suo respiro,
per i dispersi nelle tane, nei meandri
dove non c’è segno, né nido,
per gli oscurati dal sole altrui,
per la polvere
di cui non si può dire la storia,
per i non nati mai
perché non furono riconosciuti,
per le parole perdute nell’ansia
per gli inni che nessuno canta
essendo solo desiderio spento,
per le grandi solitudini che si affollano
i sentieri persi
gli occhi chiusi
i reclusi nelle carceri d’ombra
per gli innominati,
i semplici deserti:

fiume senza bandiere senza sponde
eppure eterno fiume dell’esistere.

 

Pietro Ingrao, L’alta febbre del fare (1994)

 

[Nicholas Bell, Birds in Grey Flannel]

Ascolteremo nella calma stanca, Cesare Pavese

_

Ché da tutte le cose
siamo sempre fuggiti
irrequieti e insaziati
sempre portando nel cuore
l’amore disperato
verso tutte le cose

.

C. Pavese

Ascolteremo nella calma stanca
la musica remota
della nostra tremenda giovinezza
che in un giorno lontano
si curvò su se stessa
e sorrideva come inebriata
dalla troppa dolcezza e dal tremore.
Sarà come ascoltare in una strada
nella divinità della sera
quelle note che salgono slegate
lente come il crepuscolo
dal cuore di una casa solitaria.
Battiti della vita,
spunti senz’armonia,
ma che nell’ansia tesa del tuo amore
ci crearono, o anima,
le tempeste di tutte le armonie.
Ché da tutte le cose
siamo sempre fuggiti
irrequieti e insaziati
sempre portando nel cuore
l’amore disperato
verso tutte le cose.

 Cesare Pavese ( Il mestiere di vivere: Diário 1935-1950)

[Foto: Josef Sudek]

In giorni come questi, spesso – E. Montale

4cb03d3ae55d4f6e129e3273279b45a0

 

Anche oggi cercheremo una breccia.
Una parola che ci possa salvare

E. Montale

 

In giorni come questi, spesso
la tetraggine m’assale
e il vivere d’ora in ora
mi tortura. Ma arrivi tu
che sconfiggi la noia
coi tuoi discorsi variopinti.
Anche oggi cercheremo una breccia.
Una parola che ci possa salvare
e che ci tenga in bilico
sul confine ideale tra realtà
e fantasia potrà, anche
se per poco, cangiare l’esistenza.

Eugenio Montale, Diario postumo, Mondadori, 1997

 

[Foto:  Audrey Tautou, dal film Il favoloso mondo di Amelie, 2001]

Sono i fiumi, Jorge Louis Borges

91a375801ce79da10fff9124b738979b

 

 

Siamo il tempo. Siamo la famosa
parabola di Eràclito l’Oscuro.
Siamo l’acqua, non il diamante duro,
che si perde, non quella che riposa.
Siamo il fiume e siamo anche quel greco
che si guarda nel fiume. Il suo riflesso
muta nell’acqua del cangiante specchio,
nel cristallo che muta come il fuoco.
Noi siamo il vano fiume prefissato,
dritto al suo mare. L’ombra l’ha accerchiato.
Tutto ci disse addio, tutto svanisce.
La memoria non conia più monete.
E tuttavia qualcosa c’è che resta
e tuttavia qualcosa c’è che geme.

Jorge Louis Borges da I congiurati, Lo Specchio, Mondadori, 1986

 

Son los ríos 

Somos el tiempo. Somos la famosa
parábola de Heráclito el Oscuro.
Somos el agua, no el diamante duro,
la que se pierde, no la que reposa.
Somos el río y somos aquel griego
que se mira en el río. Su reflejo
cambia en el agua del cambiante espejo,
en el cristal que cambia como el fuego.
Somos el vano río prefijado,
rumbo a su mar. La sombra lo ha cercado.
Todo nos dijo adiós, todo se aleja.
La memoria no acuña su moneda.
Y sin embargo hay algo que se queda
y sin embargo hay algo que se queja.

Jorge Louis Borges, da Los conjurados, Alianza, Madrid, 1985