Corpo Nudo, G. Ritsos

 

 

Genova, Cimitero di Staglieno_tomba di Orsini_Foto Leonardo Bistolfi

 

Queste minime cose
per noi due
come son grandi.
Tutte.

G. Ritsos

 

 

 

Neanche stanotte la luna piena.
Ne manca una parte.
Il tuo bacio.

Quando mi posavi la mano
sul ginocchio o sulla spalla,
o sul fianco
cambiava posa il mondo.

Ci spogliammo.
Chiudemmo fuori dalla porta
le case, i cani,
i giardini, le statue,
la morte.

Le mie mani ti ricordano
più profondamente della memoria.

Come mi sollevano in alto
i tuoi baci.
Mi perdo.
Tienimi.

Suonano alla porta.
Suona il telefono.
Niente.
Non ci siamo.
Noi due insieme
non ci siamo.
E la pioggia cospiratrice.

Circoli nel mio sangue,
mi riempi il corpo.
Contengo il mondo.

Non avevo da aggiungere
altro verso,
altra parola.
Nel tuo corpo vivevo
tutta la poesia.

Tutta notte
il tuo nome
mi cinguetta in bocca,
mi beve la saliva,
mi beve.
Il tuo nome.

Mi van strette le notti
in tua assenza.
Ti respiro.

Accendo fiammiferi,
mi taglio le unghie,
buco le lenzuola.
Manchi.

Queste minime cose
per noi due
come son grandi.
Tutte.

*

G. Ritsos, Erotica, “da  Corpo nudo

 

[Foto: Leonardo Bistolfi, Genova, Cimitero di Staglieno, tomba di Orsini]

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A mio figlio, Juan Rodolfo Wilcock

j-r-wilcock

 

Abbi fiducia nella vita
e non nelle ideologie;
non ascoltare i missionari
di quest’illusione o quell’altra.

Ricorda che c’è una sola cosa
affermativa, l’invenzione;
il sistema invece è caratteristico
della mancanza d’immaginazione.

Ricorda che tutto accade
a caso e che niente dura,
il che non ti vieta di fare
un disegno sul vetro appannato,

né di cantare qualche nota
semplice quando sei contento;
può darsi che sia un bel disegno,
che la canzone sia bella:

ma questo non ha certo importanza,
basta che piacciano a te.
Un giorno morirai; non fa niente,
poiché saranno gli altri ad accorgersene.

 

 Juan Rodolfo Wilcock, Poesie (Adelphi, 1980)

 

[Foto: J. Rodolfo Wilcock (soggetto) ]

I mattini passano chiari, Cesare Pavese

Breathing blue - Peter Kertis

 

I mattini passano chiari
e deserti. Cosí i tuoi occhi
s’aprivano un tempo. Il mattino
trascorreva lento, era un gorgo
d’immobile luce. Taceva.
Tu viva tacevi; le cose
vivevano sotto i tuoi occhi
(non pena non febbre non ombra)
come un mare al mattino, chiaro.
Dove sei tu, luce, è il mattino.
Tu eri la vita e le cose.
In te desti respiravamo
sotto il cielo che ancora è in noi.
Non pena non febbre allora,
non quest’ombra greve del giorno
affollato e diverso. O luce,
chiarezza lontana, respiro
affannoso, rivolgi gli occhi
immobili e chiari su noi.
È buio il mattino che passa
senza la luce dei tuoi occhi.

Cesare Pavese, da Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Einaudi, 1950

 

[Foto: Peter Kertis, Breathing blue ]

Mare della sera, Octavio Paz

 

Nudo mare, assetato mare di mari,
profondo di stelle se grosso di schiume,
profugo bianco di prigione marina
che esplode ai limiti stellari

[…]

dove cominci, mare, dove ti getti?
dove cominci, tempo, vita mia,
esercito di fumo e di menzogna,
dove vai, battito, carne, sonno?

Dove ti getti, avidità di niente?
Non sono la pietra che precipita,
sono la sua caduta, di più, sono l’abisso,
il circolo d’ombra in cui sprofonda.

O. Paz

 

 

 

Alti muri d’acqua, torri alte,
acque d’improvviso nere incontro al niente,
impenetrabili, verdi, grige acque,
acque d’improvviso bianche, abbagliate.

Acque come il principio delle acque,
come il principio stesso prima dell’acqua,
le acque inondate dall’acqua,
che annichiliscono ciò che finge l’acqua.

La risonante tigre delle acque,
le unghie risonanti di cento tigri,
le cento mani dell’acqua, le cento tigri
con una sola mano incontro al niente.

Nudo mare, assetato mare di mari,
profondo di stelle se grosso di schiume,
profugo bianco di prigione marina
che esplode ai limiti stellari,

che memorie, che rocce, gelo, isole,
informe confusione di acque e niente,
che mari, accesi prigionieri,
dentro di te, in fondo al tuo petto, cantano?

Che violenze recondite, che labbra,
commuovono la tua pelle di verdi fiamme?
che desolate acque, coste sole,
che mari invisibili, mare, allei?

dove cominci, mare, dove ti getti?
dove cominci, tempo, vita mia,
esercito di fumo e di menzogna,
dove vai, battito, carne, sonno?

Dove ti getti, avidità di niente?
Non sono la pietra che precipita,
sono la sua caduta, di più, sono l’abisso,
il circolo d’ombra in cui sprofonda.

Tempo che congela, mare e timpano,
vampiro della luna o vi si abbandona:
madre furiosa, immenso vitello squarciato,
mare che ti mangi vive le viscere.
Octavio Paz (1914-1998). Mare della sera
messicano

Trad. Emilio Capaccio

 

 


 

 

Altos muros del agua, torres altas,
aguas de pronto negras contra nada,
impenetrables, verdes, grises aguas,
aguas de pronto blancas, deslumbradas.

Aguas como el principio de las aguas,
como el principio mismo antes del agua,
las aguas inundadas por el agua,
aniquilando lo que finge el agua.

El resonante tigre de las aguas,
las uñas resonantes de cien tigres,
las cien manos del agua, los cien tigres
con una sola mano contra nada.

Desnudo mar, sediento mar de mares,
hondo de estrellas si de espumas alto,
prófugo blanco de prisión marina
que en estelares límites revienta,

¿qué memorias, qué rocas, yelos, islas,
informe confusión de aguas y nada,
qué mares, encendidos prisioneros,
dentro de ti, bajo tu pecho, cantan?

¿Qué violencias recónditas, qué labios,
conmueven a tu piel de verdes llamas?
¿qué desoladas aguas, costas solas,
qué mares invisibles, mar, alías?

¿dónde principias, mar, dónde te viertes?
¿dónde principias, tiempo, vida mía,
ejército de humo y de mentira,
adónde vas, latido, carne, sueño?

¿Dónde te viertes, avidez de nada?
No soy la piedra que se precipita,
soy su caída, y más, soy el abismo,
el círculo de sombra en que se ahonda.

Tiempo que se congela, mar y témpano,
vampiro de la luna o se despeña:
madre furiosa, inmensa res hendida,
mar que te comes vivas las entrañas.

Octavio Paz, Mar por la tarde

 

 

[Il video è tratto dal film La danseuse (regia: Stéphanie Di Giusto, interpretato da Stephanie Sokolinski, conosciuta come Soko, cantante e attrice ) ispirato e dedicato a Loïe Fuller, creatrice della danza Serpentine,  per la quale  nel ‘900 divenne famosa in tutto il mondoil film è uscito in Italia nel 2017 con il titolo “Io danzerò”.]

Abbiamo dentro, Mario Benedetti

 

 

Abbiamo dentro un buffone e un angelo
un santo e un carnefice
un ubriaco e un saggio

abbiamo tutti un addio con pianto
un pioppo incontrollato
due tre benvenuti

tutti guardiamo attraverso il sogno
di vetri opacizzati
o di amori autunnali

la tramontana ci spettina in un attimo
se ancora conserviamo
un fiordo di calvizie

siamo alla mercé delle mercedi
delle parole dette
di quelle mai più dette

c’è una fortuna che ci viene data
e un’altra che noi stessi sviluppiamo
con un po’ di fortuna

quando di notte ci inventiamo
il risultato è così splendido
che non ci riconoscono

 

Mario Benedetti, da Il mondo che respiro (in Inventario, a cura di Martha L.Canfield, Le Lettere)
Todos llevamos un bufón y un ángel
un santo y un verdugo
un borracho y un sabio

todos tenemos un adiós llorado
un álamo nervioso
dos o tres bienvenidas

todos miramos a través del sueño
de cristales con vaho
o de amores de otoño

el cierzo nos despeina en un instante
si es que aún conservamos
un fiordo de calvicie

estamos a merced de las mercedes
de las palabras dichas
y las no pronunciadas

hay una suerte que nos viene hecha
y otra que desplegamos
con un poco de suerte

cuando nos inventamos en la noche
quedamos tan espléndidos
que no nos reconocen.

 

Mario Benedetti, da El mundo que respiro

 

[ Foto: Robert Mapplethorpe ]

 

 

Una luce, Pier Paolo Pasolini

[…]

nella dolcezza del gelso e della vite

o del sambuco, in ogni alto o misero
segno di vita, in ogni primavera, sarai
tu; in ogni luogo dove un giorno risero,

e di nuovo ridono, impuri, i vivi, tu darai
la purezza, l’unico giudizio che ci avanza,

ed è tremendo, e dolce : che non c’è  mai.
disperazione senza un pò di speranza.

 

_

 

Pur sopravvivendo, in una lunga appendice
Di inesausta, inesauribile passione
— che quasi in un altro tempo ha la radice —

so che una luce, nel caos, di religione,
una luce di bene, mi redime
il troppo amore nella disperazione…

È una povera donna, mite, fine,
che non ha quasi coraggio di essere,
e se ne sta nell’ombra, come una bambina,

coi suoi radi capelli, le sue vesti dimesse,
ormai, e quasi povere, su quei sopravvissuti
segreti che sanno, ancora, di violette;

con la sua forza, adoperata nei muti
affanni di chi teme di non essere pari
al dovere, e non si lamenta dei mai avuti

compensi: una povera donna che sa amare
soltanto, eroicamente, ed essere madre
è stato per lei tutto ciò che si può dare.

La casa è piena delle sue magre
membra di bambina, della sua fatica:
anche a notte, nel sonno, asciutte lacrime

coprono ogni cosa: e una pietà così antica,
così tremenda mi stringe il cuore,
rincasando, che urlerei, mi toglierei la vita.

Tutto intot:no ferocemente muore,
mentre non muore il bene che è in lei,
e non sa quanto il suo umile amore,
poveri, dolci ossicini miei
possano nel confronto quasi farmi morire
di dolore e vergogna, quanto quei

suoi gesti angustiati, quei suoi sospiri
nel silenzio della nostra cucina,
possano farmi apparire impuro e vile…

In ogni ora, tutto è ormai, per lei, bambina,
per me, suo figlio, e da sempre, finito:
non resta che sperare che la fine

venga davvero a spegnere l’accanito
dolore di aspettarla. Saremo insieme,
presto, in quel povero prato gremito

di pietre grige, dove fresco il seme
dell’esistenza dà ogni anno erbe e fiori:
nient’altro ormai che la campagna preme

ai suoi confini di muretti, tra i voli
delle allodole, a giorno, e a notte,
il canto disperato degli usignoli.

Farfalle e insetti ce n’è a frotte,
fino al tardo settembre, la stagione
in cui torniamo, lì dove le ossa

dell’ altro figlio tiene la passione
ancora vive nel gelo della pace:
vi arriva, ogni pomeriggio, depone

i suoi fiori, in ordine, mentre tutto tace
intorno, e si sente solo il suo affanno,
pulisce la pietra, dove, ansioso, lui giace,

poi si allontana, e nel silenzio che hanno
subito ritrovato intorno muri e solchi,
si sentono i tonfi della pompa che tremando

lei spinge con le sue poche forze,
volenterosa, decisa a fare ciò che è bene;
e torna, attraversando le aiuole folte

di nuova erbetta, con quei suoi vasi pieni
d’acqua per quei fiori.. Presto

anche noi, o dolce superstite, saremo

perduti in fondo a questo fresco
pezzo di terra; ma non sarà una quiete
la nostra, ché si mescola in essa

troppo una vita che non ha avuto meta,
Avremo un silenzio stento e povero,
un sonno doloroso, che non reca

dolcezza e pace, ma nostagia e rImprovero,
la tristezza di chi è morto senza vita:
se qualcosa di puro, e sempre giovane,

vi resterà, sarà il tuo mondo mite,
la tua fiducia, il tuo eroismo:
nella dolcezza del gelso e della vite

o del sambuco, in ogni alto o misero
segno di vita, in ogni primavera, sarai
tu; in ogni luogo dove un giorno risero,

e di nuovo ridono, impuri, i vivi, tu darai
la purezza, l’unico giudizio che ci avanza,

ed è tremendo, e dolce : che non c’è mai.
disperazione senza un pò di speranza.

Pier Polo Pasolini, Appendice alla “Religione”: Una luce (1959) da La religione del mio tempo, Garzanti, 1961

 

_

[Per lunghezza e compattezza del loro contenuto, è spesso difficile condividere  in rete le poesie di Pasolini, così come appare  sempre troppo riduttivo limitarsi a pochi frammenti. Sicuramente questa è una delle ragioni per cui questo testo è poco presente qui, soprattutto in forma integrale; ma è anche una delle ragioni che mi spinge a condividerlo con voi, per una poesia profonda nel suo dire e magistrale nello stile.

Dedicata alla madre, “luce di bene… povera donna mite, fine, / che non ha quasi coraggio di essere” … una povera donna che sa amare/ soltanto, eroicamente, ed essere madre”. Lei bambina, così come Pasolini, voce in prima persona: suo figlio… un breve frammento di vita ed esistenza, carica di ombre, di quei sospiri materni che mettono l’autore al cospetto di se stesso, di fronte a quel bene che non muore – mentre tutto muore intorno – facendolo sentire impuro e vile: sembra qui quasi tornato da uno dei suoi incontri fortuiti con giovani di passaggio, e porre in rilievo un’esistenza vissuta in solitudine se non per quel solo immenso amore, così grande da non permettere all’autore il distacco dalla madre inscindibile da sé, se letta postuma potrebbe sembrare quasi un presagio, una premonizione, o forse (se si vuol abbracciare le parole della Fallaci nella lettera pubblica più famosa indirizzata all’autore ormai morto), forse Pasolini quel destino lo aveva sempre visto, sempre cercato. Ma qui la morte non è menzionata mai , se non per immagini sempre e comunque collegate alla vita ” Saremo insieme, presto, i quel povero prato gremito/ di pietre grige, dove fresco il seme dell’esistenza dà ogni anno erbe e fiori”. La consapevolezza qui che la fine, tanto sperata, non è altro che un passaggio o passo successivo, nel corso di quella vita che continua il suo ciclo fiero e vitale. L’immagine successiva è di una poeticità unica: quell’altro figlio le cui ossa “tiene la passione/ ancora vive nel gelo della pace” Quell’altro figlio, di cui ha caro il ricordo e che ancora cura con incessante amore, e poi l’immagine della pompa, quell’acqua che è vita, rinnovata freschezza, la mer per i francesi madre/mare… e il pensiero  la sua “dolce superstite”  col quale presto lascerà questo pezzo di terra, insieme, inseparabili come sempre, a lasciare una vita “che non ha avuto meta”, fatta di disperazione che non è mai però senza un po’ di speranza.]

La scuola dell’amore, Nizar Qabbani

Emilio Sommariva, Lina Corsino, 1933

 

 

Il tuo amore mi ha insegnato a essere triste,
ed io, da secoli, cercavo una donna che mi rendesse triste
una donna tra le cui braccia ho potuto piangere come un passero
una donna che avrebbe raccolto i miei pezzi, i miei frammenti di cristallo.

Il tuo amore, signora, mi ha spinto ad adottare cattive abitudini
a cercare di prevedere il futuro, sul fondo della mia tazza, migliaia di volte nella notte
a provare i rimedi dei guaritori e a bussare alla porta dei veggenti,
mi ha spinto ad uscire di casa per pettinare i marciapiedi,
e inseguire il tuo viso ovunque, sotto la pioggia,
nelle luci delle auto, negli abiti sconosciuti,
e a rincorrere il tuo spettro
nei manifesti della pubblicità,
a raccogliere dai tuoi occhi milioni di stelle.
Il tuo amore mi ha insegnato a girovagare, per ore,
alla ricerca di una chioma selvaggia
invidiata da tutti gli zingari,
di un volto, di una voce
che sono tutti i volti e tutte le voci…

Il tuo amore, signora, mi ha introdotto nelle città della tristezza
e prima del tuo amore non sapevo cosa fosse la tristezza,
non ho mai saputo che le lacrime sono l’Umano
e che l’Umano, senza tristezza non è che la parvenza di un essere umano.

Il tuo amore mi ha insegnato a comportarmi da bambino
a disegnare il tuo viso col gesso sui muri,
sulle vele dei pescherecci,
sulle campane della chiesa, sui crocifissi.
Il tuo amore mi ha insegnato che può cambiare la mappa del tempo,
mi ha permesso di capire che quando si ama, la terra smette di girare
il tuo amore mi ha insegnato cose che non avrei mai considerato.
Ho letto fiabe per bambini,
sono entrato nei palazzi dei re Geni,
ho sognato di sposare la figlia del Sultano,
i cui occhi sono più blu dell’acqua di una laguna,
le cui labbra sono più seducenti dei fiori di melograno.
Ho sognato di portarla via come un cavaliere,
di offrirle collane di perle e corallo.
Il tuo amore mi ha insegnato cos’è il delirio,
mi ha insegnato come la vita si consuma
senza che giunga la figlia del sultano.

Il tuo amore mi ha insegnato
come amarti in tutte le cose,
negli alberi nudi, nelle foglie ingiallite e secche,
in un giorno piovoso, nelle tempeste,
nel più piccolo Caffè in cui beviamo,
alla sera, il nostro caffè nero.
Il tuo amore mi ha insegnato
a cercare rifugio in alberghi senza nome,
in chiese senza nome,
in caffè senza nome.
Il tuo amore mi ha insegnato
come la notte può ingrandire
il dolore degli stranieri;
mi ha insegnato a contemplare Beirut,
una donna, tiranna e tentatrice,
una donna che indossa ogni sera
i più begli abiti che possiede
e spruzza profumo sul suo seno,
per il pescatore e i principi.
Il tuo amore mi ha insegnato
a piangere senza ragione,
mi ha insegnato gli incubi,
come un ragazzo con i piedi amputati
tra le strade di Rouche e Hamra.

Il tuo amore mi ha insegnato a essere triste,
ed io, da secoli, cercavo una donna che mi rendesse triste,
una donna tra le cui braccia ho potuto piangere come un passero,
una donna che avrebbe raccolto i miei pezzi, i miei frammenti di cristallo.

Nizar Qabbani , Opere selvagge (1970) [trad. di Josè Giuffrida]

 

[Foto: Emilio Sommariva, Lina Corsino, 1933]

 

L’infinito Inizia, Julio Cortazar

 

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Allora c’è un istante segreto
in cui gli occhi cercano negli occhi un volo di gabbiani,
qualcosa che sia orbita e richiamo,
una consacrazione e un labirinto di pipistrelli,
ciò che sorgeva nell’oscurità come un gemere a tentoni

J. Cortazar

 

Disegno della tua voce nella riva del sogno,
scogliere di cuscini con quest’odore di costa vicina,
quando gli animali buttati nella cala, le creature di sentina
odorano l’erba e per i ponti si arrampica
un tremito di pelle e di furioso godimento.
Allora mi capita di non conoscerti, aprire l’occhio di questa lampada
a cui sfuggi coprendoti il viso con i capelli,
ti guardo e non so più
se ancora una volta affiori dalla notte
con il disegno esatto di quest’altra notte della tua pelle,
con il ventre che palpita la sua respirazione soave
abbandonata appena nella nostra tiepida spiaggia
da un leggero colpo di risacca.
Ti riconosco, salgo per il profumo dei tuoi capelli
fino a questa voce che nuovamente mi sollecita,
contempliamo
nello stesso tempo la doppia isola sulla quale siamo
naufraghi e paesaggio, piede e arena,
anche tu mi sollevi dal nulla
con il tuo sguardo errabondo sul mio petto sul mio sesso,
la carezza che inventa nella mia cintura il suo galoppo di puledri.
Nella luce sei ombra e io sono luce, sono la luce della tua ombra
e tu gettata nelle alghe fingi l’ombra del mio corpo,
quando la sua angusta fronte ferisce le pietre e proietta
come un fragore di voragine all’altro lato, un territorio
che inutilmente investe e brama.
Ombra della mia luce, come raggiungerti,
come inguainare questo balenio nella tua notte!
Allora c’è un istante segreto
in cui gli occhi cercano negli occhi un volo di gabbiani,
qualcosa che sia orbita e richiamo,
una consacrazione e un labirinto di pipistrelli,
ciò che sorgeva nell’oscurità come un gemere a tentoni,
una pelle che si raffreddava e scendeva, un ritmo rotto,
si muta in convivenza, parola d’ordine, strappo
del vento che si infrange contro la vela bianca,
il grido della vedetta ci esalta,
corriamo insieme fino a che la cresta
dell’onda zenitale ci travolge
in una interminabile cerimonia di spume,
e ricominciano i naufragi, il lento nuoto verso le spiagge,
il sogno bocconi fra meduse morte e i cristalli di sale
dove arde il mondo.

Julio Cortazar, L’infinito Inizia

 

[Foto: J. Cortazar e Carol Dunlop, fotografa e moglie dello scrittore]

Smisurata preghiera, Fabrizio De André

 

per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità di verità

F. De André

 

Vivo di parole. Le scelgo con cura, le penso con amore e precisione.
Le parole sono uno strumento potente di creazione. Danno un’identità al mondo in cui vivo, un mondo fluido, magmatico e imprendibile.
Voglio conoscere il mondo, tutto, voglio entrarci per liberare e per liberarmi. Accosto le parole alla musica per raccontarlo, questo mondo. L’unico possibile, l’unico cantabile e l’unico narrabile.
Sono un cantastorie con le corde della chitarra a farmi da dita e le ali dell’immaginazione per volare sull’altalena del mondo.

Fabrizio de André

 


 

Alta sui naufragi
dai belvedere delle torri
china e distante sugli elementi del disastro
dalle cose che accadono al di sopra delle parole
celebrative del nulla
lungo un facile vento
di sazietà di impunità

Sullo scandalo metallico
di armi in uso e in disuso
a guidare la colonna
di dolore e di fumo
che lascia le infinite battaglie al calar della sera
la maggioranza sta la maggioranza sta

recitando un rosario
di ambizioni meschine
di millenarie paure
di inesauribili astuzie
Coltivando tranquilla
l’orribile varietà
delle proprie superbie
la maggioranza sta

come una malattia
come una sfortuna
come un’anestesia
come un’abitudine

per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità di verità

per chi ad Aqaba curò la lebbra con uno scettro posticcio
e seminò il suo passaggio di gelosie devastatrici e di figli
con improbabili nomi di cantanti di tango
in un vasto programma di eternità

ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti

come una svista
come un’anomalia
come una distrazione
come un dovere

 

Fabrizio De André, Smisurata Preghiera, da Anime Salve

 


 

[Così ci spiega De Andrè :

L’ultima canzone dell’album è una specie di riassunto dell’album stesso: è una preghiera, una sorta di invocazione… un’invocazione ad un’entità parentale, come se fosse una mamma, un papà molto più grandi, molto più potenti. Noi di solito identifichiamo queste entità parentali, immaginate così potentissime come una divinità; le chiamiamo Dio, le chiamiamo Signore, la Madonna. In questo caso l’invocazione è perchè si accorgano di tutti i torti che hanno subito le minoranze da parte delle maggioranze.

Le maggioranze hanno la cattiva abitudine di guardarsi alle spalle e di contarsi … dire “Siamo 600 milioni, un miliardo e 200 milioni…” e, approfittando del fatto di essere così numerose, pensano di poter essere in grado, di avere il diritto, soprattutto, di vessare, di umiliare le minoranze.
La preghiera, l’invocazione, si chiama “smisurata” proprio perchè fuori misura e quindi probabilmente non sarà ascoltata da nessuno, ma noi ci proviamo lo stesso.»
(Presentazione dello stesso De André durante un concerto) ]

 

 

Una migrazione cosmica, Marina Cvetaeva

Viki Kollerová Lovers
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Tutto questo è stasera, che dormo con te
M. Cvetaeva
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Una migrazione cosmica è iniziata stasera:
carovane di alberi per la terra scura,
filari di grappoli pronti alla vendemmia,
cascate di stelle di casa in casa,
fiumi che risalgono i corsi – all’indietro!
Tutto questo è stasera, che dormo con te.

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Marina Cvetaeva, da Scusate l’Amore, Poesie 1915-1925 (Passigli Editori, 2013)
Mosca, 1892 – Elabuga, 1941

 

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[Foto: Viki Kollerová, Lovers]