Avremmo potuto… Nanni Balestrini

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Avremmo potuto farne a meno,
gli alberi fanno troppo rumore,
ma cosa ci stanno a fare

i cavalli, ciascuno per suo conto
avremmo finito per perderci,
fare ritorno, fare

tutto quello che vuoi, certe
volte gli alberi riescono
a crescere in direzione del cielo

aspirando l’esplosione nell’istante
inatteso, aspettando che finisca
di piovere, ispirati dall’istinto

corrrendo da una parte all’altra
ispidi, istigati dall’isteria,
il cuore pieno di bottoni,

le dita immerse, anguiformi,
com’erano belle dalla barca,
soffiamoci sopra, fine.

 

Nanni Balestrini, da Corpi in modo e corpi in equilibrio (In come si agisce e altri componimenti, DeriveApprodi, 2015)

 

 

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Pappagalli verdi (parte prima), Gino Strada

 

All’uscita dalla sala operatoria Mubarak mi mostra un frammento di plastica verde scuro, bruciacchiato dall’esplosione.
“Guarda, questo è un pezzo di mina giocattolo, l’hanno raccolto sul luogo dell’esplosione. I nostri vecchi le chiamano pappagalli verdi…” e si mette a disegnare la forma della mina: dieci centimetri in tutto, due ali con al centro un piccolo cilindro. Sembra una farfalla più che un pappagallo, adesso posso collocare come in un puzzle il pezzo di plastica che ho in mano, è l’estremità dell’ala. “… Vengono giù a migliaia, lanciate dagli elicotteri a bassa quota. Chiedi ad Abdullah, l’autista dell’ospedale, uno dei bambini di suo fratello ne ha raccolta una l’anno scorso, ha perso due dita ed è rimasto cieco.”
Mine giocattolo, studiate per mutilare bambini. Ho dovuto crederci, anche se ancora oggi ho difficoltà a capire…

… Mine antiuomo di fabbricazione russa, modello PFM-1 […] La forma della mina, con due ali laterali, serve a farla volteggiare meglio. In altre parole, non cadono a picco quando vengono rilasciate dagli elicotteri, si comportano proprio come i volantini, si sparpagliano qua è là su un territorio molto più vasto. Sono fatte così per una ragione puramente tecnica  – affermano i militari – non è corretto chiamarle mine giocattolo.
Ma a me non è mai successo, tra gli sventurati feriti da queste mine che mi è capitato di operare, di trovare uno adulto. Neanche uno in più di dieci anni, tutti rigorosamente bambini. Ci vuole un po’ di tempo – funziona, come dicono i manuali, per accumulo successivo di pressione. Bisogna prenderla, maneggiarla ripetutamente, schiacciarne le ali. Chi la raccoglie, insomma, può portarsela a casa, mostrarla nel cortile agli amici incuriositi, che se la passano di mano in mano, ci giocano.
Poi esploderà. E qualcun altro farà la fine di Khalil.
Amputazione traumatica di una o entrambe le mani, una vampata ustionante su tutto il torace e, molto spesso, la cecità. Insopportabile.
Ho visto troppo spesso bambini che si risvegliano dall’intervento chirurgico e si ritrovano senza una gamba, o senza un braccio. Hanno momenti di disperazione, poi, incredibilmente, si riprendono. Ma niente è insopportabile, per loro, come svegliarsi nel buio.
I pappagalli verdi li trascinano nel buio, per sempre.

Gino Strada, Pappagalli Verdi, cronache di un chirurgo di guerra (Feltrinelli, 2000)

[Non c’è nulla di più insensato di una guerra, non ne esci incolume da una guerra: né da vinto né da vincitore, né se sei il buono né se sei il cattivo, ammesso che si possa definire una linea di confine. Una guerra è guerra sempre, non fa che lasciare miseria, povertà, vuoti e abissi dai quali si genererà altro male, altre guerre, morti, distruzioni, massacri e stermini. La guerra che sia vinta o persa non lascia che dolore e ferite, laceranti e profonde. Ma l’isensatezza massima di una guerra è pensare che essa sia mossa proprio contro chi la guerra non può che subirla, come un bambino: un bambino privato di tutto, dalla serenità del gioco, all’istruzione, alle cure di mediche di base, a una casa. E dopo aver tolto a quel bambino tutto, compreso il fatto di poter essere semplicemente un bambino, vengono lanciate mine appositamente studiate per essere da lui maneggiate per poi esplodergli in pieno viso, lasciandolo (nella migliore delle ipotesi) senza vista, senza un arto e una ferita interiore che non guarirà mai: quella di essere stato ferito dalle mani di un altro uomo, invisibile, potente, vigliacco. Un uomo ricco, tanto ricco da poter disseminare casa sua milioni di mine, che renderanno la sua terra per i prossimi deceni a venire un vero e proprio inferno. E quell’uomo tanto ricco quanto vigliacco siamo proprio noi: noi italiani,  americani, russi e tanti tanti altri che fino al 1997 (fino cioè al trattato di Ottawa, ossia la convenzione internazionale per la proibizione dell’uso, stoccaggio, produzione, vendita di mine antiuomo e relativa distruzione, sottoscritto da alcuni Stati tra cui l’Italia, ma non altri, quali gli Stati Uniti,) abbiamo disseminato questi luoghi di mine che probabilmente sono ancora lì in attesa che qualcuno le sfiori. Gran bella civiltà la nostra, noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, direbbe Primo Levi, e che nemmeno ci rendiamo conto che da quando è finita l’ultima guerra “mondiale” non abbiamo fatto altro che continuare a far guerra, a disseminare morte come mine, mine antibambino. (continua…)]

 

[Video: intervista a Gino Strada]

La poesia è ancora praticabile, E. Sanguineti

 

… oggi il mio stile è non avere stile

E. Sanguineti

 

la poesia è ancora praticabile, probabilmente: io me
la pratico, lo vedi,
in ogni caso, praticamente così:
con questa poesia molto quotidiana (e molto
da quotidiano, proprio): e questa poesia molto
giornaliera (e molto giornalistica,
anche, se vuoi) è più chiara, poi, di quell’articolo di
Fortini che chiacchiera
della chiarezza degli articoli dei giornali, se hai
visto il “Corriere” dell’11,
lunedì, e che ha per titolo, appunto, “perché è
difficile scrivere chiaro” (e che
dice persino, ahimè, che la chiarezza è come la
verginità e la gioventù): (e che
bisogna perderle, pare, per trovarle): (e che io dico,
guarda, che è molto meglio
perderle che trovarle, in fondo):
perché io sogno di sprofondarmi a testa prima,
ormai, dentro un assoluto anonimato (oggi che ho
perduto tutto, o quasi): (e
questo significa, credo, nel profondo, che io sogno
assolutamente di morire,
questa volta lo sai):
oggi il mio stile è non avere stile.

Edoardo Sanguineti
(1977)

Ciao al numero tre, Mario Benedetti

restaurars

saró dove meno
te lo aspetti
ad esempio,
in un albero maturo
che oscilla

saró in un lontano
orizzonte senza ore
nelle orme nel tatto
nella tua ombra e la mia ombra

M. Benedetti

 

 

Ti lascio con la tua vita
con il tuo lavoro
con la tua gente
con i tuoi tramonti
e la tue albe

seminando la fiducia
ti lascio con il mondo
sconfiggendo l’impossibile
sicura senza sicurezza

ti lascio difronte al mare
decifrandoti sola
senza le mie domande cieche
senza le mie risposte rotte

ti lascio senza i miei dubbi
poveri e mal feriti
senza la mia immaturitá
senza la mia anzianità

pero non credere
ciecamente
non credere mai credere
questo falso abbandono

saró dove meno
te lo aspetti
ad esempio,
in un albero maturo
che oscilla

saró in un lontano
orizzonte senza ore
nelle orme nel tatto
nella tua ombra e la mia ombra

saró diviso
in quattro o cinque bambini
di quelli che voi guardate
e poi ti seguono

e magari potró essere
nella rete dei tuoi sogni
aspettando i tuoi occhi
e guardandoti.

Mario Benedetti

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Te dejo con tu vida
tu trabajo
tu gente
con tus puestas de sol
y tus amaneceres

sembrando tu confianza
te dejo junto al mundo
derrotando imposibles
segura sin seguro

te dejo frente al mar
descifrándote sola
sin mi pregunta a ciegas
sin mi respuesta rota

te dejo sin mis dudas
pobres y malheridas
sin mis inmadureces
sin mi veteranía

pero tampoco creas
a pie juntillas todo
no creas nunca creas
este falso abandono

estaré donde menos
lo esperes
por ejemplo
en un árbol añoso
de oscuros cabeceos

estaré en un lejano
horizonte sin horas
en la huella del tacto
en tu sombra y mi sombra

estaré repartido
en cuatro o cinco pibes
de esos que vos mirás
y enseguida te siguen

y ojalá pueda estar
de tu sueño en la red
esperando tus ojos
y mirandoté.

Mario Benedetti, Chau número tres

Canto trentacinquesimo, Tonino Guerra

Roberto Ferri (1978, Taranto) , Perpetua

Allora si alzerà Adamo e a testa alta
andrà sotto quella Luce Grande
per dire che il miele che ci ha dato
era in cima a una spada.

T. Guerra

 

Acqua, fuoco e poi la cenere
e le ossa dentro la cenere,
l’aria trema attorno alla Terra.
Dove sono le foglie verdi, l’erba, i piselli
col dito delle donne che li staccava dalla buccia?
Dove sono le rose e la chitarra, i cani e i gatti,
i sassi e le siepi di confine,
le bocche che cantavano, i calendari, i fiumi,
e le tette piene di latte? Dove sono le favole
se le candele spente non fanno più lume?
Dov’è il Tempo con tutti i giorni della settimana,
le ore e i secondi che battono?
Il Sole gira e si muovono le ombre
della roba che sta ferma.
E io dove sono? Dov’è il tale?
Venezia che si è affogata
è un mucchio di ossa bianche sotto il mare.
Ma verrà il giorno che dalla porta del cielo
cadrà giù una voce dentro la polvere.
Comanderà che venga fuori l’uomo
che ha inventato tutto quanto:
la ruota, gli orologi, i numeri,
e le bandiere per le strade.
Allora si alzerà Adamo e a testa alta
andrà sotto quella Luce Grande
per dire che il miele che ci ha dato
era in cima a una spada.

Tonino Guerra, da Il miele (1981)

 

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Cantéda trentazóinch

 

Aqua, fugh e pu la zèndra
e agli òsi dróinta la zèndra,
l’aria la tréma datónda ma la Tèra.
Duv’èl al fòi vàirdi, l’érba, i bsaréll
Se dàid dal dòni ch’ù i stachéva da la bózza?
Duv’èl al rósi e la chitàra, i chèn e i gat,
i sas e al sivi di cunfóin,
al bòcchi ch’al cantéva, i calendèri, i fiómm
e al tètti pini d’lat? Duv’èl al fóli
s’u i è al candàili smórti c’li n fa lómm?
Duv’èl e’ Témp sa tótt i dè dla stmèna,
agli òuri e i sgond chi bat?
E Sòul e’ zóira e u s móv agli òmbri
dla ròba ch’ la sta férma.
E mè du sòi? Duv’èl e’ tèl?
Venezia ch’ la s’è afughéda
l’è un mócc ad òsi biènchi sòtta e’ mèr.
Mo e’ vén e’ dè che da la pórta de zil
e’ casca zò una vòusa dróinta la pòrbia.
La cmanda che vénga fura l’òm
che l’à inventè la ròba d’ógni sòrta:
la ròda, i arlòzz, i nòmar
e al bandìri par la strèda.
Alòura u s’èlza Adamo e a tèsta èlta
e’ va sòtta ch’la Luce Granda
par dòi che e’ mel ch’ u s’éva dè
l’èra in zóima a una spèda.

Tonino Guerra, da E’ Mel (1981)

 

 

 

Soffiati nuvola, A. Rosselli

 

Soffiati nuvola, come se nello
stelo arricciato in mia bocca
fosse quell’esaltazione d’una
primavera in pioggia, che è il
grigio che ora è era appeso nell’aria…

A. Rosselli

 

Soffiati nuvola, come se nello
stelo arricciato in mia bocca
fosse quell’esaltazione d’una
primavera in pioggia, che è il
grigio che ora è era appeso nell’aria…
… E se paesani
zoppicanti sono questi versi è
perché siamo pronti per un’altra
storia di cui sappiamo benissimo
faremo al dunque a meno, perso
l’istinto per l’istantanea rima
perché il ritmo t’aveva al dunque
già occhieggiata da prima.

_
Amelia Rosselli, da Impromptu, 1981

E intanto era aprile, P.P. Pasolini

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E basti tu, col tuo profumo, oscuro,
caduco rampicante, a farmi puro
di storia come un verme, come un monaco…

P.P. Pasolini

 

… e intanto era aprile,
e il glicine era qui, a rifiorire.

Prepotente, feroce
rinasci, e di colpo, in una notte, copri
un’intera parete appena alzata, il muro
principesco di un ocra
screpolato al nuovo sole che lo cuoce …
E basti tu, col tuo profumo, oscuro,
caduco rampicante, a farmi puro
di storia come un verme, come un monaco:
e non lo voglio, mi rivolto – arido
nella mia nuova rabbia,
a puntellare lo scrostato intonaco
del mio nuovo edificio.

Tu che brutale ritorni,
non ringiovanito, ma addirittura rinato,
furia della natura, dolcissima,
mi stronchi uomo già stroncato
da una serie di miserabili giorni,
ti sporgi sopra i miei riaperti abissi,
profumi vergine sul mio eclissi,
antica sensualità

Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo (Garzanti, 1961)

[Foto: P.P. Pasolini]

Istante, Carlos de Oliveira

 

solo per un momento,
questo equilibrio
così vicino alla bellezza

Carlos de Oliveira

[A quei rari istanti di eterna bellezza… ]

 

Questa colonna
di sillabe più ferme,
questa fiamma
al vertice delle dune
folgorante
solo per un momento,
questo equilibrio
così vicino alla bellezza,
questa poesia
anteriore
al vento.

 

Carlos de Oliveira, L’ostinato rigore

 

[Foto: Scott E. Bartner]

Rotonda terra, Carlo Betocchi

Endre Penovác

 

Rotonda terra; scena che si ripete,
in te, del saluto serale: consuetudine
mia planetaria, con te e i tuoi tramonti:
trasalimento, di tegola in tegola,
del mio vivere che se ne va col tuo
trapassare, lume diurno, lento,
sul tetto davanti casa; e mio formarsi,
intanto, un petto come di colomba;
e metter piume amorose per la notte
che viene; ravvolgermi unitario
con essa: pigolìo interiore; perdita
dell’umano: divenir mio universale.

 

Carlo Betocchi, in Poesie del sabato (Mondadori, 1980)

 

[Foto: Endre Penovác]