Abbiamo fatto notte ho la tua mano ti veglio, P. Eluard

Paul-Eluard-Gala

E nel mio capo che piano s’accorda col tuo con la notte
Stupisco dell’ignota che divieni

P. Eluard

 

Abbiamo fatto notte ho la tua mano ti veglio
Con ogni mia forza ti reggo
Incido dentro una pietra la stella delle tue forze
Fondi solchi dove la bontà del tuo corpo germinerà
La voce segreta la voce tua pubblica io mi ridíco
Rido dell’orgogliosa
Che tratti come fosse una mendíca
Dei folli che rispetti dei semplici ove t’immergi
E nel mio capo che piano s’accorda col tuo con la notte
Stupisco dell’ignota che divieni
Ignota simile a te simile a tutto quel che amo
Che è nuovo sempre.

Paul Éluard, da “Facile”, in “Paul Éluard, Poesie”, Oscar Mondadori, 1970

Trad.: Franco Fortini

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«Nous avons fait la nuit…»

Nous avons fait la nuit je tiens ta main je veille
Je te soutiens de toutes mes forces
Je grave sur un roc l’étoile de tes forces
Sillons profonds où la bonté de ton corps germera
Je me répète ta voix cachée ta voix publique
Je ris encore de l’orgueilleuse
Que tu traites comme une mendiante
Des fous que tu respectes des simples où tu te baignes
Et dans ma tête qui se met doucement d’accord avec la tienne avec la nuit
Je m’émerveille de l’inconnue que tu deviens
Une inconnue semblable à toi semblable à tout ce que j’aime
Qui est toujours nouveau.

Paul Éluard, “Œuvres complètes”, Paris, Gallimard, Bibliothèque de la Pléiade, 1968

La morte è un fiore, P. Celan

paul-celan

 

Per Yvan Goll

La morte è un fiore che solo una volta fiorisce.
Ma fiorisce come nient’altro fiorisce.
Fiorisce, appena lo vuole, non fiorisce nel tempo.

Essa viene, una grande falena, che adorna steli cedevoli.
Tu lasciami essere uno stelo, cosí forte, che la rallegri.

 

Paul Celan, da Conseguito silenzio (Einaudi, Torino, 1998)

[Foto: Paul Celan]

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Der Tod
Für Yvan Goll

Der Tod ist eine Blume, die blüht ein einzig Mal.
Doch so er blüht, blüht nichts als er.
Er blüht, sobald er will, er blüht nicht in der Zeit.

Er kommt, ein großer Falter, der schwanke Stengel schmückt.
Du laß mich sein ein Stengel, so stark, daß er ihn freut.

Paul Celan

da “Die Gedichte aus dem Nachlaß” (Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1997)

Incipit… Venere in pelliccia, L. von Sacher-Masoch

Luisa Casati

 

Mi trovavo in dolce compagnia.
Di fronte a me, vicino al massiccio caminetto rinascimentale, sedeva Venere, proprio lei, la Dea dell’Amore in persona e non una qualsiasi donnetta che, come Mademoiselle Cleopatra, avesse preso quel nome per combattere il sesso nemico.
Sedeva in poltrona e il fuoco scoppiettante da lei ravvivato le lambiva con riverberi rossastri e guizzanti il viso pallido dagli occhi chiari e, di tanto in tanto, quando cercava di scaldarli, i piedi.
Aveva una testa stupenda, malgrado i morti occhi di pietra, ma non riuscivo a vedere altro di lei. La sublime donna aveva il corpo marmoreo avvolto in un’ampia pelliccia in cui si era rannicchiata, tremando, come una gatta.
“Non la capisco, gentile signora”, le dissi “a dire la verità non fa più freddo, e da due settimane poi abbiamo una primavera splendida. Evidentemente lei è nervosa.”
“Bella primavera!” mi rispose con voce profonda e dura come il sasso, e dopo due rapidissimi e celestiali starnuti aggiunse:”Io non ne posso più e ora comincio a capire…”

Incipit da La venere in pelliccia, Leopold von Sacher-Masoch

 

Caro Cesarino, Pier Paolo Pasolini

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“Caro Cesarino, scusa se intervengo così,
sconosciuto e irrichiesto, nella tua vita,
diciamo nella tua vita letteraria …”

Questa che vi presento è una delle lettere di un breve ma interessante carteggio, tra Pierpaolo Pasolini e Cesare Padovani, all’epoca scrittore e regista ormai affermato il  primo, ragazzo quindicenne tetraplegico e “prodigio” l’altro. Siamo nel 1953, e lo scrittore catturato da un articolo di “Oggi” dedicato al ragazzo lo contatta personalmente per metterlo in guardia dalla pericolosità di diventare facile merce. Un carteggio lungo nove lettere (alcune delle quali presenti in Lettere di Pasolini, pubblicato in unica edizione e ormai introvabile e Da uomo a uomo pubblicato dallo stesso Padovani molti anni dopo e contenente l’intero contenuto dello scambio) in un arco di tempo di tredici anni, che in qualche modo incideranno fortemente sul percorso del ragazzo, laureatosi poi in Lettere nel 1965 con una tesi su Pasolini, e proseguendo la sua vita di studi e scritture attento ed entusiasta.

Quello che mi colpisce maggiormente di queste lettere è il ritrovare sempre e comunque lo stesso combattivo, lucido, attento, e soprattutto autentico Pasolini, che mai ha fatto qualcosa per nascondere pareri discordanti o critiche anche sprezzanti persino ad amici colleghi (si veda quella a Lettera ad un bambino ma nato della Fallaci), ma con una sorta di intima attenzione e rilassatezza differente da altri testi, che ho ritrovato anche tra alcune pagine di diari personali presenti in “Diario Pasolini” (Mondadori, 2014 – libro immancabile per gli appassionati e buon punto di partenza per i curiosi).

Vi lascio una delle lettere, l’altra la pubblicherò in seguito per non appesantire i contenuti della pagina.

Roma, 16 maggio 1953

Caro Cesarino, scusa se intervengo così, sconosciuto e irrichiesto, nella tua vita, diciamo nella tua vita letteraria. Ho finito in questo momento di leggere (per caso, perché non leggo mai questa roba) un articolo che ti riguarda su “Oggi”: alquanto patetico, a dire il vero, e un po’ umiliante per te. Tu cerca di essere inattaccabile dal male di questa gente che per aumentare la tiratura di un giornale sarebbe capace di qualsiasi cosa, anche di fare (come nel tuo caso) degli indelicatissimi excursus in una vita interiore, approfittando del fatto ch’è la vita interiore di un ragazzo… Bada che la tua posizione è pericolosissima: non c’è niente di peggio di divenire subito della “merce”. Se tu dipingi e scrivi poesie sul serio, per una ragione profonda e non solo per consolarti delle tue disavventure fisiche (o magari, come dicono, per ragioni terapeutiche…), sii geloso di quello che fai, abbine un assoluto pudore: anche perché non sei che un ragazzo, e i tuoi disegni, le tue poesie non possono essere che il prodotto di un ragazzo. Eccettuati, ch’io sappia, Rimbaud e Mozart, tutti i ragazzi prodigio hanno avuto una mediocre riuscita, e io penso, appunto, che l’unico modo per preservartene è chiuderti in te stesso, e lavorare, ma lavorare sul serio. Non era per dirti queste cose, però, che ti scritto: ho voluto mettermi in contatto con te solo perché ho visto nel famigerato articolo che scrivi delle poesie in dialetto. Ciò m’incuriosisce tremendamente. Devi sapere che anche io a diciotto anni ho cominciato a scrivere dei versi in dialetto (friulano) (ma anch’io avevo cominciato a scrivere versi prestissimo, a sette anni: la mia malattia non era fisica né nervosa, ma psicologica); ho poi continuato a lavorare cercando, oltre che esprimermi, di capirmi. Sono passati una dozzina d’anni e ora, laureato in lettere e insegnante (insegno a dei ragazzi come te) sono nel pieno del mio lavoro letterario. Te ne mando alcuni documenti: non posso mandarti una grossa “antologia della poesia dialettale del ’900”, uscita presso l’editore Guanda di Parma quest’anno, perché non ne ho più che una copia per me.

Tutte queste cose te le scrivo perché tu sappia regolarti sul mio conto, e mi risponda sinceramente: perché scrivi in dialetto? o se proprio il perché non lo sai (è un difficile atto critico il saperlo) perché ami il dialetto? Ti sarei molto grato se tu mi rispondessi e mi mandassi magari qualche saggio delle tue poesie dialettali, su cui io potrei darti un giudizio assolutamente privo delle sdolcinature giornalistiche che ti dicevo, e darti magari qualche consiglio di tecnica o di lettura. Una stretta di mano dal tuo

Pier Paolo Pasolini

 

[Foto: Pier Paolo Pasolini, Dino Pedriali]

In ogni cosa c’è una verità che attende, Walt Whitman

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In ogni cosa c’è una verità che attende,
Non affretta il proprio parto, non lo ostacola,
Non ha bisogno del chirurgo col suo forcipe,
L’insignificante è per me grande quanto il resto,
(Cosa c’è di più o di meno del toccare?)
La logica e i sermoni non convincono mai,
Più a fondo nell’anima mia penetra l’umido della notte.

Walt Whitman
[Foto: Pasqua, Chagall]

100 di questi anni, caro Tonino…

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Adesso sto sempre in casa
e sposto carte o guardo
oltre i vetri della finestra
le mandorle secche attaccate ai rami
che arrivano fino quassù
e sembrano pendagli alle orecchie
di gente che non c’è più.
O sto seduto su una sedia
vicino al camino
e si fa notte presto
con la luce che cade dietro le montagne
e io vado a letto con la voglia di sognare
i giorni che nevicava a Mosca,
e io ero innamorato.

Si fa notte presto, Tonino Guerra

 

TONINO GUERRA, poeta, scrittore e sceneggiatore di fama internazionale, è nato il 16 marzo 1920 a Santarcangelo di Romagna, dove è scomparso il 21 marzo 2012.

Vissuto per trent’anni a Roma, con lunghe soste in Russia, divenuta sua seconda patria, alla fine degli anni ’80 si è trasferito a Pennabilli, antica città malatestiana del Montefeltro, dove era solito trascorrere lunghi periodi estivi, e nella quale è sepolto.

Figlio di genitori contadini (alla madre analfabeta insegnerà a scrivere), durante la seconda guerra mondiale viene deportato in Germania e rinchiuso in un campo d’internamento dove inizia a comporre i primi versi in lingua romagnola. Nell’immediato dopoguerra pubblica la sua prima raccolta di poesie in dialetto, I scarabócc. A questa ne seguono altre, fra le quali I Bu (1972), pietra miliare nella sua opera letteraria. Come prosatore esordisce nel 1952 con il racconto La storia di Fortunato, edito nella collana Einaudi I Gettoni diretta da Elio Vittorini. Pubblica cinquanta libri fra racconti e poesie, vincendo numerosi premi: il Pirandello, il Pasolini, il Gozzano, il Nonino, il Carducci e il Comisso.

Dai primi anni ’50 si è dedicato alla sceneggiatura e ha scritto per i più grandi registi dell’epoca, compresi Vittorio De Sica, Michelangelo Antonioni, Federico Fellini, i fratelli Taviani, Elio Petri, Mario Monicelli, Francesco Rosi, Theo Anghelopulos e Andrej Tarkovskij. Oltre 120 i film da lui sceneggiati, da L’Avventura di Antonioni ad Amarcord di Fellini, vincitore del Premio Oscar. Nella sua lunga carriera ha collezionato quattro David di Donatello, tre nomination all’Oscar, l’Oscar Europeo del Cinema come Miglior Sceneggiatore e una Palma d’Oro a Cannes.

Artista multidisciplinare, alla stregua dei grandi umanisti del Quattrocento, ha espresso i temi della sua poesia nelle più diverse forme artistiche, come si evince dalla collezione delle sue opere in esposizione al museo permanente Nel mondo di Tonino Guerra a Santarcangelo di Romagna.

Biografia e tante altre poesie su http://museotoninoguerra.com/it/home/

La più bella storia d’amore, Luis Sepulveda

 

In questo momento estremamente difficile per Luis Sepúlveda che, anche se non in coma come invece avevano annunciato oggi diversi giornali spagnoli, sta lottando -come molti altri nel mondo- tra la vita e la morte a causa del coronavirus. Di seguito una tra le sue più belle poesie, dedicata alla moglie Carmen Yanez, poetessa cilena.

 

Così, tra pietra e pietra
seppi che sommare è unire
e che sottrarre ci lascia
soli e vuoti.
Che i colori riflettono
l’ingenua volontà dell’occhio.
Che i solfeggi e i sol
implorano la fame dell’udito.
Che le strade e la polvere
sono la ragione dei passi.
Che la strada più breve
fra due punti
è il cerchio che li unisce
in un abbraccio sorpreso.
Che due più due
può essere un brano di Vivaldi.
Che i geni amabili
abitano le bottiglie del buon vino.
Con tutto questo già appreso
tornai a disfare l’eco del tuo addio
e al suo posto palpitante a scrivere
La Più Bella Storia d’Amore
ma, come dice l’adagio
non si finisce mai
di imparare e di dubitare.
E così, ancora una volta
tanto facilmente come nasce una rosa
o si morde la coda una stella fugace,
seppi che la mia opera era stata scritta
perché La Più Bella Storia d’Amore
è possibile solo
nella serena e inquietante
calligrafia dei tuoi occhi.

La più bella storia d’amore, Luis Sepúlveda

Carissimi…

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Dalla culla del tempo in perpetuo dondolio (W. Whirman)

dal film Intolerance, D. Griffith (1916)

 

Carissimi,

siamo in un momento storico importante, la nostra Patria, il nostro senso civico, oltre che la legge, ci chiamano alla responsabilità reciproca. Il Coronavirus, un male  fino a due mesi fa sconosciuto, inesistente, descritto in mille modi – dalla banale influenza al virus letale – ha messo a nudo tutta la precarietà della vita umana, ha lasciato riemergere tutte le paure che l’uomo, quale essere tra gli esseri viventi, porta in sé. Ha fatto emergere la superficialità e la stoltezza, ma anche il senso di solidarietà che è in ognuno di noi.  Abbiamo per la prima volta, dopo il secondo dopoguerra, la necessità ma anche la fortuna di dover rallentare, iniziando a guardare a cosa realmente conta: agli affetti sinceri, ai piccoli gesti, al camminare piuttosto che correre, al restare piuttosto che all’andare. Siamo tutti chiamati a “restare a casa”. Ma questo stare a casa può avere molti altre significati, è un tornare alle nostre origini, un ritorno alla radice, alla culla che protegge e allevia dagli umani affanni (Leopardi). Dalla culla del tempo in perpetuo dondolio (W. Whirman), scopriamo che esserci è andare, maDove stiamo andando?” “A casa”, scrive Novalis.

Gli artisti in generale, ma soprattutto gli scrittori e i poeti, ci hanno insegnato in ogni secolo e luogo del mondo, come il restare, il fermarsi, il tempo lento dell’attesa e dell’ascolto possa portare con sé meraviglie indescrivibili, possa lasciar emergere l’abisso che è in ognuno di noi per trasformarlo in meraviglia. In questo momento, siamo chiamati a fermarci, a sostare, ma sappiamo che non durerà molto, certo non in eterno. Perchè in fondo questo sostare lo conosciamo tutti molto bene:  è ciò che almeno una volta nella vita abbiamo fatto come singoli, in solitudine spesso, chi per salute, chi per stare accanto a un parente malato, chi per mancanza di lavoro, chi perché deluso da qualcosa o qualcuno. Un fermarsi che quasi si è realizzato in maniera naturale, senza doverci costringere a farlo, oggi siamo chiamati a farlo per reciproco dovere e rispetto, con determinazione e coraggio, ma non in solitudine, insieme, uniti!

Il mio  pensiero va a tutte quelle persone che stanno lottando tra la vita e la morte, a chi purtroppo non ce l’ha fatto; ai parenti che piangono e a quelli che attendono il ritorno dei propri cari; ma anche ai medici che stanno facendo il possibile per salvare più vite umane possibili, le nostre vite, e alle scelte difficili che sono chiamati ogni giorno a fare. Ma va anche a tutte le persone che per una ragione o per un’altra, sono chiuse in casa preoccupate di non farcela, perché malati, perché anziani e perché soli. Vorrei dire loro che non sono soli, e che ogni vita dal tenero boccioli alla secolare quercia è preziosa  su questa Terra. A loro e a tutti voi va il mio pensiero e i versi che cercherò di condividere con costanza in questi giorni qui, perché a dispetto di ciò che si dica, in tanti cercano ogni giorno un verso, una poesia, una citazione che sia per curiosità, per studio, o per alleviare un dolore, la poesia batte, e il suo battito vola alto.

Un abbraccio a tutti,

Gilda

Tienimi, Davide Rondoni

chagall_1

 

… mentre molti godono e ballano,
le luci del porto feriscono
e le stazioni ci inghiottono
e i portici ci disegnano, mentre
molti piangono e cercano
come rialzare lo sguardo, tienimi

mentre va in scena il mondo
tremendamente
e il cielo segretamente lo tiene…

D. Rondoni

 

Tienimi. Mentre il mondo passa
urlando.
Mentre i i fiori silenziosi
si chiudono
e si affacciano le stelle.
Mentre milioni di pittori angelici
preparano l’alba. E le
vetrine si accendono sui viali
trafficati, mentre gli uomini
si svegliano al loro posto
o altrove e i leggerissimi tir
svaniscono come ultime ombre
azzurre sulle autostrade, mentre
Lisbona guarda New York
e il cerbiatto guarda timoroso la radura,
mentre molti godono e ballano,
le luci del porto feriscono
e le stazioni ci inghiottono
e i portici ci disegnano, mentre
molti piangono e cercano
come rialzare lo sguardo, tienimi

mentre va in scena il mondo
tremendamente
e il cielo segretamente lo tiene…

Davide Rondoni
[Foto: Marc Chagall, Paysage bleu ]

Haraga, Ingrid de Kok

 

giovannoni_Ombre oscure

 

Fino a quando il DNA non ti riporterà
alla città ferita, ai parenti morti,
questa porta rimarrà  aperta.
Resta fuori, se non credi a queste parole,
oppure vieni, anche se per poco, dentro.

Ingrid de Kok

 

 

Per Sandro, amico di migranti

Italia, 2009

Sei arrivato da lontano.
Hai attraversato frontiere, distrutto documenti,
sepolto il tuo nome prima del passaggio.
Poi hai cancellato la pelle dei polpastrelli
che hanno toccato madre, amante,
e la tua terra quando era più dolce.
Nella cera bollente. Haraga: quelli che si sono  bruciati.
Quel fuoco sarà sempre più forte
Ora di quello che ti pulsa in petto.
Solo impronte e storie rimaste

a tracciare i passi del tuo addio
al di là dell’ altopiano, del bassopiano
fino alla barca che fa acqua, al container asfissiante, al campo di filo spinato,
fino al tuo arrivo qui, dove
vogliono a ogni costo sapere chi eri prima
per rispedirti indietro.
Senza documenti sei tutto e niente,
tornasole per la prova  di un altro paese.
Senza tregua ora, tabula rasa, nemico senza stato
di quanti hanno  labbra e dita leggibili.

Xeno: straniero, estraneo, ospite,
anche se il mio paese ti dà la caccia,
benvenuto a casa mia.
I miei amici ti difenderanno in tribunale
ma poco si potrà fare
per la memoria ustionata delle dita
e il tuo cuore di frontiera.
Fino a quando il DNA non ti riporterà
alla città ferita, ai parenti morti,
questa porta rimarrà  aperta.
Resta fuori, se non credi a queste parole,
oppure vieni, anche se per poco, dentro.

Ingrid de Kok, da Other Signs (Kwela Book, 2011)

 

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For Sandro, friend to many migrants

Italy, 2009

You have come a long way.
Crossed frontiers, burnt documents,
buried your name before the passage.
Then you stripped your fingertips
which had touched mother, lover,
your land when it was kinder.
In boiling wax. Haraga: those who have burnt.
That pulse will alway now
beat deeper than the throbbling in your chest.
Only footprints and stories left

to trace your farawell steps
across high land, low land,
to leaking boat, airless container, barbed camp,
till you reached here, where
they badly want to know who you once were
in order to send you back.
Without ID you are nothing and everything,
litmus for another country’s acid test.
No rest now, blank slate, stateless enemy
of those whose lips and fingers can be read.

Xeno: foreigner, stranger, guest,
though my country hunts you down,
welcome to my hearth.
My friends will plead for you in court
but there is little we can do
for finger’s seared memory
and your frontier heart.
Until DNA traces you to
scarred city, dead kin,
this door is open.
Stay out, if you mistrust these words,
or come, however briefly, in.

Ingrid de Kok, from Other Signs (Kwela Book, 2011)

trad.  Paola Splendore

 

[Foto: Ombre scure, Alessandra Giovannoni]

 

[Apartheid: una parola che Ingrid de Kok ha conosciuto tardi, ma bene, e contro la quale nel suo cammino di poetessa ha inciso la sua poesia. Lei: africana, ma di un’Africa altra:  quella privileggiata, bianca, ricca, ma anche saccheggiata, sdradicata, separata appunto; una ferita ancora sanguinante, nonostante tutto, nonostante Mandela, nonostate l’Ubuntu. Tra le sue terre sempre più deprivate, povere, frammentate si combattono guerre senza nome, lotte senza bottini, persone senza volti. E da lì, anche da lì (come dai tanti luoghi, sempre più numerosi e sconosciuti) partono i migranti: quegli stranieri che non meritano un volto, un nome, una terra, dai quali ci si deve guardare bene nonostante non siano loro a inquinare, derubare, sporcare, ferire questa Terra come questo Cielo, questo Mare comune, nonostante non siano “loro” il vero nemico, ma forse noi stessi, la nostra cecità.
Ed ecco che nel frastuono di parole urlate, imposte, taciute, negate… arriva ben oltre se stessa: la Poesia, con la sua placida e folgorante luce – a spezzare una verità e a lasciar  cadere frammenti di assoluto. Un piccolo canto alla vita, alla giustizia, una porta aperta all’Altro come mano tesa e in attesa di un domani fatto si strade, vie, case e dove le porte restistono aperte.]